The Räuber
Artista: Bonfire
Etichetta: LZ Records
Uscita: 2008
Voto: 1.5/5
Dopo l’album “Double X” (2006), un bellissimo “ritorno” rispetto a “Free” (2003), i ragazzi hanno deciso che era arrivato il momento di qualcosa di completamente nuovo. A convincerli è stato il teatro della loro città “natale”, Ingolstadt, che ha chiesto se se la sentivano di buttarsi e di mettere in musica, come Bonfire, il primo melodramma europeo, “Die Räuber”, scritto da Friedrich Schiller, che racconta la storia di due fratelli, Karl e Frantz. Karl è uno spirito libero, una specie di versione tedesca di Robin Hood, per giunta pure di bell’aspetto, mentre suo fratello è il suo esatto opposto, e la cosa nasce proprio dall’educazione: il padre Maximillian, fin dall’inizio, ha fatto differenze tra i due quanto ad affetto paterno. Frantz è quindi un personaggio freddo, razionale, dalle emozioni represse, che pensa solo al potere e ai soldi. “The Räuber” è una critica della società tedesca dell’epoca.
Che ne dite? Una band hard rock con un concept album. Strano, eh? Eppure hanno tutto il diritto di farlo, anche se musicassero il nuovo spot delle scarpine Ciciban. In effetti per una band hard rock è più difficile dare vita all’atmosfera di una storia attraverso la musica. Certo, dipende dalla storia e dall'”intelletto” della band stessa, ma qui i gruppi di progressive rock e progressive metal partono comunque avvantaggiati. Anche i Bonfire all’inizio la pensavano così e hanno gridato all’unisono: “Odiamo il teatro!” Poi però è successo che si sono identificati con il concept e l’hanno messo in musica in ben 14 pezzi! L’immedesimazione è stata addirittura così forte che due di questi sono scritti in tedesco. Se ci aggiungiamo l’introduzione strumentale The Räuber e The Oath, al quarto posto, le canzoni vere da analizzare sono ben meno dei 10 standard.
Eh, una storia deve avere una sua unità. Evidentemente, nel materiale ciò che non è venuto fuori con le buone è stato messo insieme a forza. Incredibile quanto il tedesco sia poco adatto al rock! Anche Blut Und Todt e Lass Die Toten Schlafen sono scomode per la voce di Claus Lessmann: il suo timbro ormai impoverito, ridotto oggi a uno striminzito gargarismo dal naso, se mi è concesso essere un filo scortese, ha ancora meno spazio di manovra nella ricerca della melodia che la voce deve portare nell’hard rock. La “R” dura? Da film horror. In più, nei ritornelli di entrambi i pezzi in tedesco si aggiungono pure i cori, e ti viene la sensazione di avere intorno una banda di hobbit impazziti che si abbuffano in una birreria tedesca, ficcandosi in bocca würstel da birra…
L’album si spacca, senza volerlo, in due parti di qualità diversa. Nella prima i Bonfire sono ancora, a ragione, i veri e solidi guerrieri dell’hard rock, e con gli assalti di Bells Of Freedom e Refugee Of Fate il disco giustifica pienamente i loro standard di qualità. Love Don’t Lie è una ballad azzeccata, a cui segue un altro dei punti luminosi dell’album, Black Night, dove i ragazzi creano un’atmosfera bombastica. Il problema nasce nella seconda parte, cioè nella sequenza di pezzi da Hip Hip Horray a Father’s Return. Mentre Hip Hip Horray è concepita in un modo a cui manca giusto un pizzico per far identificare con lei i The Dubliners, l’atmosfera crolla del tutto con le due ballad mediocri Do You Still Love Me e Let Me Be Your Water. Per fortuna a ridare speranza all’album ci pensa The Good Die Young. Un vero rocker alla Bonfire, classico, nato per far impazzire la folla ai concerti. Cowbell, tempo medio-veloce, valanghe di riff curati che ammiccano e un ritornello aggressivo. Proseguendo con il concept arrivano Time, con un motivo molto cliché, un brano del tutto anonimo, copiato un’infinità di volte ma con un interessante assolo di slide di Ziller, e infine il riempitivo conclusivo Father’s Return, accompagnato da tuoni “spaventosi”, pioggia e altri rumori di fondo che, nelle mani dei sempre allegri e sorridenti Bonfire, nel disegnare la drammaticità finiscono per annacquarsi.
Bello che dei signori di una certa età si buttino in nuove sfide musicali. Ma “The Räuber” è lontanissimo dal predecessore “Double X” (2006). È un esperimento di passaggio, con appena metà di veri pezzi dei Bonfire, quelli che ci aspettiamo da una band così rinomata, e lo dimenticheremo in fretta, aspettando il loro nuovo album di hard rock classico. È evidente che i ragazzi hanno lavorato molto in fretta sul materiale per il concept, che l’idea di scegliere un concept non è nata nel loro orticello, e purtroppo l’album dimostra anche che, nel mettere in fila tante atmosfere diverse, i Bonfire (almeno per quanto riguarda questo concept, se non magari in generale) sono davvero poco portati. “The Räuber” è un disco davvero solo per i fan più sfegatati dei Bonfire. Tutti gli altri farebbero meglio a rimettere su “Don’t Touch The Light” (1986), “Ready 4 Reaction” (1987) o “Point Black” (1989) e ad aspettare il prossimo album della band.
Formazione
Claus Lessmann – voce
Hans Ziller – chitarra
Chris “Yps“ Limburg – chitarra
Uwe Köhler – basso
Jürgen “Bam Bam“ Wiehler – batteria
Produzione
Claus Lessmann & Hans Ziller
Tracklist
1. The Räuber
2. Bells of Freedom
3. Refugee Of Fate
4. The Oath
5. Blut und Tod
6. Love Don’t Lie
7. Black Night
8. Hip Hip Hurray
9. Do You Still Love Me
10. Let Me Be Your Water
11. Lass die Toten schlafen
12. The Good Die Young
13. Time
14. Father’s Return
BONUS TRACK:
15. Love Don’t Lie (Acoustic Mix)
16. Do You Still Love Me (Acoustic Mix)
17. Hip Hip Hurray (German Version)
Durata dell’album: 71.09