The Similitude of a Dream
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Morse, Neal
Etichetta: Metal Blade Records
Uscita: 2016
Durata: 106:35
Voto: 3.5/5
Neal Morse, uno dei musicisti chiave del progressive rock contemporaneo, è semplicemente instancabile. Incide album come se domani fosse il giorno del giudizio e a breve dovesse ritrovarsi alla destra del suo Salvatore in paradiso, che serve fedelmente da quando ha lasciato gli Spock’s Beard. Il fumo non si è ancora dissolto dopo il primo album della The Neal Morse Band, »The Grand Experiment« (2015), e dopo il live »Alive Again« (2016), ed ecco già il nuovo progetto in studio, intitolato »The Similitude of a Dream«. Vuol dire che tra un lavoro in studio e l’altro non è passato nemmeno un anno di pausa, cosa che oggi nel prog rock, soprattutto tra i veterani come Neal, è una vera rarità, e che può portarsi dietro conseguenze sia positive che negative. Come ci si poteva aspettare, anche stavolta le positive pesano più delle negative e l’album farà impazzire tutti i fedelissimi di Neal, ma restano parecchie riserve per cui sarebbe esagerato cantare lodi sperticate a »The Similitude of a Dream« o addirittura parlare di capolavoro.
Nel tipico stile pomposo di Neal, stavolta si tratta di un doppio concept album ispirato in parte al romanzo di John Bunyan, la celebre allegoria cristiana ‘Il pellegrinaggio del cristiano’, il che significa quasi due ore di musica stilisticamente variegatissima. Ci troviamo quindi davanti a prog sinfonico ‘old school’, hard rock, rock classico e, in misura molto minore, anche soul, funk, pop, jazz rock fusion, gospel e country. Il livello di musicalità e di affiatamento dei musicisti è eccezionale dall’inizio alla fine, il che non sorprende affatto per una formazione che, oltre al polistrumentista e ottimo cantante Neal, include i suoi collaboratori di lunga data: l’ex batterista dei Dream Theater Mike Portnoy (The Winery Dogs) e il bassista Randy George (Ajalon). Anche il chitarrista Eric Gillette e il tastierista Bill Hubauer sono maestri dei loro strumenti e padroneggiano il prog ‘a menadito’ come se niente fosse, cosa che i due virtuosi dimostrano più volte con tanti assoli ‘staccati dal mondo’. La presenza di Portnoy ha fatto sì, ancora una volta, che alcune composizioni, soprattutto per quanto riguarda gli elementi ritmici, abbiano un vago retrogusto Dream Theater.
Naturalmente la maggior parte dei testi di »The Similitude of a Dream« ha un’impronta cristiana, anche se molti sono ben mimetizzati da metafore di ogni tipo, quindi non risultano patetici come sugli album solisti ‘devozionali’ di Neal, che vende dopo i concerti nelle chiese americane. Il problema principale di questa ambiziosa impresa concettuale è che la musica è semplicemente troppa, così tra le cose eccellenti si infilano anche alcuni brani del tutto dimenticabili, mentre il filo concettuale si nota a malapena. Anche stavolta Neal non rinuncia a diverse imprese prog revivaliste, e così sta diventando un po’ troppo prevedibile. »The Ways of a Fool« suona come se stessi ascoltando »A Trick of the Tail« dei Genesis, con un ritornello e delle sfumature ritmiche quasi identici, mentre la sezione strumentale ricorda i tempi d’oro di Emerson, Lake & Palmer, ma con un leggero retrogusto Queen. Nel piuttosto divertente »Draw the Line« i virtuosi di Neal sperimentano anche con funk e soul, mentre in »The Slough« incrociano con successo prog sinfonico e jazz rock fusion, regalando uno dei momenti più interessanti dell’album.
In »Breath of Angels«, che contiene elementi gospel grazie alle armonie corali femminili, Neal si ripresenta in una luce un po’ più patetica e bigotta, per la quale ha perso almeno tanti fan quanti ne ha conquistati dopo la scoperta della ‘verità di Dio’. Il secondo disco si apre con l’allegro e rivitalizzante »Shortcut to Salvation«, che contiene un giocoso assolo di sax. »The Man in the Iron Cage« è soprattutto un pezzo hard rock che potrebbero adottare come proprio anche i Deep Purple, mentre lo strumentale »The Road Called Home«, che a tratti suona come un mix di Spock’s Beard e Dream Theater, rappresenta di nuovo un approccio da prog sinfonico di vecchia scuola. Il brano più bizzarro dell’album è senza dubbio l’esperimento country »Freedom Song«, che starebbe meglio ai concerti di Neal nelle chiese del Midwest americano più tradizionale e ‘battuto’ che in un album così ambizioso.
La sorpresa negativa viene un po’ rimediata da »I’m Running«, di impronta hard rock, e dalla ballata pianistica »The Mask«, che con i suoi arrangiamenti romantici e neoclassici ricorda un po’ qualcosa che avrebbe potuto venire in mente anche al tastierista dei Genesis Tony Banks. »Confrontation« è il punto in cui Neal e soci si avvicinano di più al progressive metal, e quindi tornano evidenti le somiglianze con i Dream Theater, mentre lo strumentale infuocato »The Battle« ricorda i primi Spock’s Beard. »Broken Sky/Long Day (Reprise)« è più o meno il finale epico e pomposo che ci si aspettava. Se si lascia da parte il testo ormai parecchio banale sull’individuo sofferente che ha dovuto ‘sopportare tutte le porcherie di questo mondo’ prima di potersi elevare a un ‘livello superiore’, è una composizione molto solida, dal clima marcatamente solenne. Con questo pezzo Neal dimostra ancora una volta perché è uno dei musicisti prog contemporanei più stimati.
I fan di Neal, come per ogni suo ultimo lavoro progressive rock in studio, anche stavolta magnificheranno »The Similitude of a Dream« in lungo e in largo, portandolo alle stelle e proclamandolo ancora una volta l’apice della carriera di Morse. L’album è molto buono, ma non brillante, almeno non nel suo insieme, perché certe idee suonano già parecchio sfruttate, mentre agli sfoghi vocali patetici di fervore bigotto ci siamo ormai abituati, per quanto riguarda la carriera solista di Neal. L’eccezionale virtuosismo e le ottime prestazioni vocali del miglior musicista tra i predicatori religiosi compensano quasi questi difetti, ma l’album, che è senza dubbio uno dei migliori lavori prog rock del 2016, nel complesso a tratti suona ancora un po’ faticoso anche dopo diversi ascolti.
Portnoy ha addirittura dichiarato che »The Similitude of a Dream« è nientemeno che ‘l’album della sua carriera’, aggiungendo un altro pezzo al suo già vastissimo elenco di dichiarazioni stupide. Da un lato a Neal va riconosciuto tutto il merito per il suo fervore, perché finora, tra i suoi numerosi progetti prog rock, tra cui oltre alla carriera solista ci sono Transatlantic e The Flying Colors, non ha mai pubblicato un brutto album. Eppure il tipo potrebbe prendersi almeno un anno o due di pausa, perché a tratti sta diventando un po’ pesante e, come il suo ‘Signore’, sempre più ‘onnipresente’. Certo, un album in studio e uno dal vivo in un anno per Neal non erano affatto abbastanza, quindi per i suoi devoti fan ha pubblicato anche un album cristiano intitolato »To God Be the Glory«; addio cervello.
Formazione
Neal Morse – voce solista, chitarra, tastiere
Eric Gillette – chitarra, voce di accompagnamento
Bill Hubauer – tastiere, voce di accompagnamento
Randy George – basso
Mike Portnoy – batteria, voce di accompagnamento
Produzione
Neal Morse
Tracklist
CD1 (51:59)
1. Long Day (1:42)
2. Overture (5:51)
3. The Dream (2:28)
4. City Of Destruction (5:11)
5. We Have Got To Go (2:29)
6. Makes No Sense (4:10)
7. Draw The Line (4:06)
8. The Slough (3:03)
9. Back To The City (4:19)
10. The Ways Of A Fool (6:48)
11. So Far Gone (5:21)
12. Breath Of Angels (6:32)
CD2 (54:36)
13. Slave To Your Mind (6:27)
14. Shortcut To Salvation (4:36)
15. The Man In The Iron Cage (5:16)
16. The Road Called Home (3:24)
17. Sloth (5:48)
18. Freedom Song (3:59)
19. I’m Running (3:44)
20. The Mask (4:28)
21. Confrontation (3:59)
22. The Battle (2:57)
23. Broken Sky / Long Day (Reprise) (9:58)