The Year the Sun Died

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Autore: Rok Klemše

Band: Sanctuary
Etichetta: Century Media
Uscita: year_month
Durata: 53:33
Voto: 3.5/5

Sembra quasi che negli ultimi anni il ritorno delle band dopo dieci e più anni di assenza, con tanto di album di comeback, sia diventato una vera gara. Il motivo conta poco: che sia questione di soldi, crisi di mezza età, voglia di riprendere un discorso chiuso troppo in fretta o semplicemente un sincero desiderio di fare musica, resta il fatto che è bello che anche le generazioni più giovani abbiano l’occasione di vedere dal vivo band che fino a poco fa si potevano godere (noi compresi) solo su cassetta/cd/vinile/mp3. Ancora più bello è che queste band dimostrano che di cose da dire ne sono rimaste parecchie e che la qualità è rimasta al primo posto. Vuoi una prova? Carcass, Gorguts, Cynic, Forbidden e quest’anno At the Gates (ok, ogni tanto salta fuori anche qualche Illud Divinum Insanus, ma per fortuna l’eccezione non conferma la regola). Un mesetto fa si sono uniti a loro anche i grandi ritornati della scuola power metal americana, i Sanctuary, il cui canto del cigno Into the Mirror Black è uscito la bellezza di venticinque anni fa. Viene quindi spontaneo chiedersi se i Sanctuary, come alcune delle band citate, siano riusciti a spezzare un silenzio lungo un quarto di secolo.

La risposta è sì e no. I Sanctuary del XXI secolo suonano infatti parecchio nevermoriani, cosa non così sorprendente visto l’autodistruzione fin troppo rapida della band di Seattle di cui facevano parte fin dall’inizio anche Warrel Dane e Jim Sheppard. Chi si aspettava che The Year the Sun Died fosse il seguito diretto del mitico dittico Refuge Denied/Into the Mirror Black resterà deluso: sul nuovo disco i Sanctuary non si sono scrollati di dosso del tutto il loro sound caratteristico, ma l’album si attiene soprattutto a una formula che si può collocare da qualche parte tra i Nevermore, con un tocco del disco solista di Dane, e qualche sfogo sparso di Sanctuary. Non è affatto male, ma è tutt’altra cosa rispetto a quello che ci si aspettava.

Stavolta i Sanctuary suonano moderni, come vuole l’epoca, e l’epico power/thrash ha lasciato il posto a un thrash più lento e cupo, con un groove molto marcato. Anche come tempi la stragrande maggioranza dei pezzi resta a marce medie, e ci sono meno escursioni sosoliste, quelle a cui eravamo abituati nella prima incarnazione della band. I riff del duo Lenny Rutledge/Brad Hull non sono niente di sconvolgente, anzi in certi punti risultano perfino un filo aridi. Altrove, invece, tornano a galla in tutta la loro spettacolarità le follie dei duelli di armonie chitarristiche (per esempio Frozen, che più di tutti richiama l’era di Into the Mirror Black). Ed è proprio questo il maggior difetto di The Year the Sun Died – la qualità dei pezzi è visibilmente altalenante. Da una parte ci sono alcuni pezzi tirati e dannatamente buoni, come l’ottimo stampede d’apertura Arise And Purify, poi Question Existence Fading e soprattutto il gioiello centrale, Frozen, che più di tutti ricorda i tempi d’oro dei Sanctuary. Dall’altra non mancano momenti noiosi e monotoni come Let the Serpent Follow Me, The World Is Wired e The Dying Age. In mezzo, i Sanctuary infilano momenti da ballad molto convincenti, da cui trasuda letteralmente l’oscurità (I Am Low, The Year the Sun Died), che però più che a un Veil of Disguise fanno pensare a Dead Heart In a Dead World.

Anche le urla alla Halford di Dane sono ridotte a un semplice assaggio (interventi minimi in Arise and Purify, Let the Serpent Follow Me), ma la sua prova è eccezionale, e il suo caratteristico baritono profondo è il principale portatore dell’atmosfera cupa, apocalittica e opprimente che pervade tutto l’album. Dane si rende evidentemente conto di avere capacità vocali un po’ più limitate e, probabilmente anche per questo, resta al sicuro sulle tonalità medie, che padroneggia fino in fondo, ma che finiscono per farlo ripetere e suonare monodimensionale (curioso, visto che dal vivo ha già dimostrato che a urlare se la cava ancora benissimo). Peccato, perché Dane musica di nuovo alla grande le emozioni grigie dei suoi testi »thought-provoking«.

Nonostante parecchi difetti, The Year the Sun Died è un disco solido, anzi buono: con questo album i Sanctuary sono entrati nel XXI secolo e hanno comunque dimostrato di non aver perso il loro fascino, anche se ora è tutt’altra cosa. Con la differenza che stavolta saranno forse più vicini a chi sente la mancanza dei Nevermore che ai fan dei Sanctuary.

I Sanctuary suoneranno il 10.3.2015 nell’ambito del mini fest Day of Metal al Kino Šiška di Lubiana!

Formazione

Warrel Dane – voce
Lenny Rutledge – chitarra
Jim Sheppard – basso
Brad Hull – chitarra
Dave Budbill – batteria

Produzione

Chris “Zeuss” Harris

Tracklist

1. Arise And Purify
2. Let the Serpent Flow
3. Exitium (Anthem of the Living)
4. Question Existence Fading
5. I Am Low
6. Frozen
7. One Final Day (Sworn to Believe)
8. The World Is Wired
9. The Dying Age
10. Ad Vitam Aeternam
11. The Year the Sun Died
12. Waiting For the Sun

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