Thick As a Brick 2

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Anderson, Ian
Etichetta: EMI Records
Uscita: 2012
Durata: 53:38
Voto: 4/5

Contrariamente a quanto si crede di solito, il flautista scozzese furbo come una volpe, cantante, trovatore, contadino, allevatore di gatti e satirico sociale Ian Scott Anderson non è l’alfa e l’omega dei leggendari campioni del rock progressivo Jethro Tull, e lo sa benissimo anche lui. Eppure, decidendo di registrare il seguito dell’album più amato dei Tull, il capolavoro concettuale »Thick As a Brick« (1972), ha messo a segno la mossa più controversa di tutta la sua gloriosa carriera, facendo incazzare a dovere, e in certi casi proprio infuriare, la maggior parte dei fan di lunga data.

I motivi sono semplicissimi e si intuiscono già dal titolo del suo nuovo album solista. Dall’ultimo disco solista di Ian sono passati quasi otto anni, mentre i Jethro Tull sono ormai da più di un decennio una band morta in studio. Ian si è separato dallo storico chitarrista Martin Barre, che non ne ha voluto sapere di partecipare a questo suo ultimo progetto quasi fantascientifico: creare il seguito della definitiva opera concettuale dei Tull, di cui quest’anno ricorrono esattamente quarant’anni. Non pochi fan di vecchia data ne sono rimasti ovviamente sconvolti, visto che dopo più di quattro decenni di collaborazione di successo le strade creative dei due si sono divise a tempo indeterminato.

Da quel momento Ian, che comunque non è così narcisista da non rendersi conto che senza Barre in formazione i Jethro Tull non hanno diritto a chiamarsi Jethro Tull, ha deciso di far uscire »Thick As a Brick 2« a nome proprio. Per il progetto ha chiamato il batterista Scott Hammond, a prendere il posto di Barre è arrivato il tedesco Florian Opahle, mentre le altre due posizioni tradizionali sono state occupate dai ormai storici compagni di Ian nei Tull, il bassista David Goodier e il tastierista John O’Hara.

Prima dell’uscita, non pochi fan si chiedevano cosa avrebbe fatto Ian con la sua voce sempre più sofferente, da tempo priva della freschezza e della profondità di un tempo, ma non del suo straordinario senso della drammaturgia. Il vecchio trovatore furbacchione compensa la sua voce parecchio consumata, che con qualche trucco di produzione ha ritoccato almeno un po’ (ai cori lo aiuta Ryan O’Donnell), con un flauto fantastico, che resta ancora un esempio per tutti i giovani flautisti rock della nuova generazione. Nonostante tutti questi pregi, al secondo capitolo di »Thick As a Brick« manca però qualcosa di importante – le parti di chitarra del signor Barre. La sua lunga ombra incombe di continuo sul gioco di Opahle, tecnicamente splendido ma a livello di atmosfera spesso un po’ vuoto.

»Thick As a Brick 2« dal titolo eloquente »Whatever Happened to Gerald Bostock« è il seguito del concept originale di »Thick As a Brick« del 1972. La storia è ambientata esattamente quarant’anni dopo la controversa decisione di una giuria puritana di togliere il primo premio al piccolo genio ottenne Gerald Bostock, per l’oscenità e l’inopportunità sociale dei testi, escludendolo dalla competizione. Il nuovo concept si occupa del suo destino nei quarant’anni successivi. Gerald è ora un cinquantenne apatico e imbronciato, iscritto al partito conservatore e puntuale contribuente della ‘madre’ Inghilterra neoliberista. Il concept mordace è la prova lampante che con gli anni l’umorismo nero non ha abbandonato Ian, anche se non regge il confronto con la freschezza dell’originale di quarant’anni fa.

La copertina è un’allusione moderna al concept originale. La prima pagina stampata del giornale, dopo quarant’anni, è diventata la homepage di un sito di notizie, dove accanto alla notizia principale sul concerto del gruppo di Ian si trovano altre notizie di minore importanza. Ian si è concesso anche un po’ di autoironia: in copertina compare in una pubblicità per il concerto di una rockstar attempata che, con la sua band, si scalda per l’inizio di un tour mondiale. Come da tradizione, i testi sono pieni di umorismo perspicace e sociale che punzecchia i punti più sensibili della società neoliberista di oggi.

Il concept è collegato di tanto in tanto da brevi narrazioni intermedie di Ian: da una parte è un condimento interessante, dall’altra dopo vari ascolti di fila può diventare un po’ fastidioso. A parte »A Change of Horses«, tutti i brani del disco durano meno di cinque minuti, il che significa che Ian non ha osato tornare ai suoi epici prog da venti minuti. Alcuni motivi musicali dell’originale »Thick as a Brick« ritornano, come da copione, ma Ian non esagera. Il ritorno del motivo classico lo segna già l’iniziale  »From a Pebble Thrown«, con cui Ian e compagni vogliono riprendere da dove si era interrotto il concept precedente. Gli amanti del prog folk strumentale troveranno pane per i loro denti in »Pebbles Instrumental«, che suona come un ibrido tra i Jethro Tull classici e quello che Ian ha fatto negli ultimi quindici anni. L’aggiunta dell’armonica si incastra bene tra i passaggi di chitarra. Opahle si impegna parecchio a imitare le parti di chitarra di Barre ed è, tecnicamente, un bravo imitatore, ma gli mancano la passione e il mestiere della leggenda della chitarra di cui sopra.

Il narrativo »Migh-Have-Beens« si interroga sul futuro di Gerald prima della scelta di un mestiere (se diventerà un banchiere corrotto, un soldato in Afghanistan, un politico, un senzatetto omosessuale, un predicatore evangelico, un venditore o un noioso padre di famiglia). Nel cinicamente mordace e acustico »Upper Sixth Loan Shark« Gerald viene presentato nei panni di un banchiere d’investimento corrotto. »Banker Bets, Banker Wins«, segnato da un ritornello melodrammatico, che è un altro ibrido riuscito tra i Tull ‘vecchi’ e ‘nuovi’ e dove non mancano passaggi infuocati e nostalgici di flauto e chitarra elettrica, presenta di nuovo il signor Bostock nel ruolo di rappresentante dell’élite bancaria neoliberista. »Swing It Far«, dove Gerald è un senzatetto omosessuale che si vende per strada a politici, imprenditori e preti ricchi, grazie all’atmosfera cupa degli arrangiamenti sinfonici strizza persino un po’ l’occhio all’era »Benefit/Aqualung« dell’inizio dei Settanta. La voce di Ian nel ritornello è volutamente distorta con un effetto.

»Adrift And Dumbfounded«, dove il soldato Gerald si ritrova in mezzo all’Afghanistan, è segnato da una succosa linea di organo hammond e da passaggi acustici intermedi, mentre la voce di Ian è, anche stavolta, piena di sarcasmo incandescente. Ci sono di nuovo certe finezze strumentali che i Tull non toccavano da decenni, e fa un piacere particolare l’astuta armonia tra flauto, organo e pianoforte. »Old School Song«, come dice il titolo stesso, si apre con il classico, inconfondibile motivo di »Thick As a Brick, segnato da un ritmo galoppante e dalle furbissime acrobazie del flauto. Nella delizia prog folk »Wooton Bassett Town« torna a soffiare l’aria fredda e cupa dei bei tempi dell’era »Aqualung«, e qui tanto di applauso. Wooton Bassett è una cittadina inglese che Ian ha scelto come metafora della provincialità piccolo-borghese in cui è finito intrappolato il Gerald adulto. La città è diventata particolarmente nota dopo essere stata la prima città inglese a ricevere dalla regina il cosiddetto patronato reale, cosa che Ian ha sfruttato ulteriormente per la sua satira concettuale.

Nell’energico »Power and the Spirit« e nel pastorale »Give Till It Hurts« Ian torna dopo tanto tempo a prendere in giro la grettezza da sagrestia, con i predicatori televisivi in testa. »Cosy Corner« sorprende Gerald nei panni di un commesso di provincia in una società ultraconservatrice e ipocrita. In »Shunt And Shuffle«, un altro brano breve che sa dei Tull classici, si risvegliano un po’ gli elementi hard rock, che a molti su questo disco mancheranno almeno un po’, visto che non abbondano di certo. L’ambizioso »A Change of Horses«, con i suoi otto minuti, è il pezzo più lungo e più complesso del disco e in altre circostanze si sarebbe meritato il titolo di classico dei Tull. Nonostante il titolo (per fortuna) non si tratta di un presunto, celebre seguito del classico »Heavy Horses«, anche se è proprio qui che gli elementi folk, grazie al flauto appassionato e all’armonica scatenata, risaltano di più.

Il penitente e mordace »Confessional« è segnato da un possente strato di organo hammond, flauto furbo ed energico riff di chitarra. In »Kismet In Suburbia«, segnato da una delicata melodia acustica, Ian si chiede in modo cinico quale sarà il destino dei vari immigrati (soprattutto islamici) delle periferie, che nell’Unione Europea dalla deriva sempre più fascistoide diventano i colpevoli di turno per tutti i mali della società. Nella conclusiva »What-Ifs, Maybes and Might-Have-Beens«, dove tutti i possibili destini di Gerald si fondono in uno solo, si ripete il motivo acustico centrale di »Thick As a Brick 2«, mentre il finale è nello stile classico e nostalgico dell’originale del 1972.

Il seguito di »Thick As a Brick« farà discutere ancora a lungo i fan storici dei Tull: per i quarant’anni di questo capolavoro e dopo un decennio di pigrizia in studio, lo scopo principale di Ian era fin troppo evidente, quello di attirare più attenzione possibile, ma era del tutto superfluo. Da una parte abbiamo un prodotto di qualità musicale e sorprendentemente convincente a livello di atmosfera, che in circostanze diverse potrebbe essere definito persino il miglior album dei Jethro Tull dalla fine dei Settanta e che dimostra con successo che Ian non è ancora da rottamare, visto che è il suo lavoro solista migliore finora. Dall’altra, il seguito del concept originale ‘tonto come un mattone’ è una presa in giro per i fan di lunga data e gli amanti del rock progressivo, perché il capolavoro del 1972, anche per l’assenza di Barre, resta una spanna sopra e irraggiungibile, il che significa che sarebbe stato decisamente meglio far uscire questo disco con un altro nome. Noi amanti del rock progressivo, abituati al peggio, intanto aspettiamo col fiato sospeso l’uscita di »Close to the Edge 2« per mano di ciò che oggi resta degli Yes, di »The Wall 2« firmato David Gilmour o Roger Waters, di »The Lamb Lies Down on Broadway 2« firmato Peter Gabriel e di »Tarkus 2« firmato Keith Emerson, perché negli ultimi anni Ian è tutt’altro che l’unico rocker progressivo attempato a prendere decisioni controverse e a mettere in imbarazzo, come per scommessa, tanti fan di lunga data.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
John O’Hara – tastiere
David Goodier – basso
Florian Opahle – chitarra
Scott Hammond – batteria

Produzione

Ian Anderson

Tracklist

1. From A Pebble Thrown (3:04)
2. Pebbles Instrumental (3:30)
3. Might-have-beens (0:50)
4. Upper Sixth Loan Shark (1:13)
5. Banker Bets, Banker Wins (4:27)
6. Swing It Far (3:28)
7. Adrift And Dumfounded (4:25)
8. Old School Song (3:06)
9. Wootton Bassett Town (3:43)
10. Power And Spirit (1:59)
11. Give Till It Hurts (1:12)
12. Cosy Corner (1:24)
13. Shunt And Shuffle (2:12)
14. A Change Of Horses (8:04)
15. Confessional (3:08)
16. Kismet In Suburbia (4:17)
17. What-ifs, Maybes And Might-have-beens (3:36)

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