Thunder: All the Right Noises
Etichetta: BMG
Data di uscita: 12/3/2021
Produzione: Luke Morley
Durata dell’album: 48.27 min
Genere: Hard Rock
Voto: 9.5/10
I Thunder sono una band hard rock britannica, spesso ben ammortizzata da robuste sospensioni blues, che calca le scene dal 1989. Fatta eccezione per la pausa tra il 2009 e il 2011, la band è sempre stata presente con i suoi album in studio. I Terraplane si sono sciolti nel gennaio 1989, o meglio, si sono trasformati nei Thunder. Con loro, fin dall’inizio, c’era un tizio di nome Andy Taylor, che nell’universo del rock vale molto più del fatto di essere stato parte della formazione d’oro dei Duran Duran. In quel periodo era anche in splendida forma da produttore e curò il primo e il secondo album dei Thunder, che a oggi restano i più riusciti. Lo stesso Andy Taylor, tra l’altro, nel 1987 aveva pubblicato un album dal nome curioso: «Thunder». Un disco tonante e brillante come un tuono.
Facciamo un salto in avanti di 32 anni. Fino a oggi. Le teste si sono imbiancate e i capelli si sono fatti più rari, eppure i Thunder suonano in pratica con la stessa formazione del 1989. Tranne il bassista Chris Childs, che si è unito alla squadra nel 1996. E questa band ha sempre avuto un sacco da dire. Anche stavolta non cambia nulla. Se si esclude la raccolta di classici della carriera riregistrati, intitolata «Please Remain Seated» (2019), il nuovissimo «All the Right Nosies» è in tutto il dodicesimo album in studio del gruppo.
Quattro anni di distanza dal predecessore «Rip it Up» e una breve scappatella romantica tra i momenti più alti della carriera con la nuova compilation sono i fattori che hanno contribuito in larga parte alla brillantezza del nuovo lavoro. I Thunder si ripresentano infatti sul nuovo album come una squadra che è ben lungi dall’aver detto l’ultima parola e, come lascia intendere il disco, sa ancora spingere a tutti i cilindri la macchina a turbodiesel, facendo girare una giostra a ottani altissimi di rock’n’roll potente e sentito.
«All th Right Nosies» porta con sé tutto il carattere unico che sta dietro alla parola Thunder. È un risultato estremamente acuto, adornato da undici brani potenti e scolpiti con precisione, e l’album nel suo insieme sviluppa un’avventura coloratissima e dinamica, una sintesi chimica ad alta efficacia di nuove «birbonate» frizzanti e impresse a fuoco. Di dinamite non ne manca. Nonostante il chilometraggio e la maturità, la macchina non si è affatto sfiatata. Anzi. Il gruppo, con una saggezza ribelle, non fa che intensificare il proprio paradigma rock, sapientemente ispirato agli elementi del white blues boom di fine anni Sessanta. Lo approfondisce. Lo allarga ancora, se non addirittura lo dilata.
Ecco dunque di nuovo tutta la tipica espressione Thunder. Quella monella, stuzzicante e burlona, in cui si pavoneggiano frasi davvero acute del rock’n’roll più viscerale, come subito nell’opener Last One Out to Turn Off the Lights, a cui si affianca senza fatica Don’t Forget To Live Before You Die, tanto che non sai quale delle due abbia il riff più sbarazzino e potente. Il demolitore d’apertura, con un ritornello contagioso che parla dell’abbaglio chiamato Brexit, viene superato in durezza dalla successiva Destruction. Un pezzo marcatamente cupo e insieme uno dei brani più duri che i Thunder abbiano scritto in carriera, coerente con il messaggio: la battaglia di un individuo contro i demoni interiori e la depressione. Da un verso di questo brano deriva il titolo dell’album. La terza, Smoking Gun, porta una brusca deviazione verso il southern rock, mentre il tintinnio caldo dell’acustica mostra il lato morbido della band. Il pezzo è suonato con intensità ed è tra i più avvincenti. Proprio grazie a contrasti così marcati. Luke Morley regna con un assolo sensibile attraverso il wah-wah che, insieme ai pastelli sonori acustici, crea il culmine teatrale.
Il lato burlone del disco, quello per cui i veri fabbri britannici dell’humour nero sono famosi, lo porta Going To Sin City, con un pizzico fugace di glam. Questi vecchi monelli, infatti, pensano che resteranno cacciatori di ragazzine per l’eternità. Alla presa in giro e alla cinica sfrontatezza non sfuggono nemmeno, più avanti, Young Man, che nella frase guida deve un ringraziamento al classico dei T.Rex Children of the Revolution, e You’re Gonna Be My Girl. In I’ll Be the One i ragazzi evocano angoscia e malinconia, a cui si avvicina St. George’s Day con i suoi arrangiamenti d’archi. Quest’ultima è di nuovo socialmente critica e rifila qualche stoccata pungente all’intolleranza verso gli immigrati. Il culmine dell’ironia lo regala però la conclusiva She’s A Millionairess, un classico rock’n’roll a tempo medio, sostenuto da un pianoforte «honky tonk» con cui dimenticherete definitivamente di vivere in una pandemia immaginaria. Vi catapulterà dritti in una festa infinita! Force of Nature prende in giro Donald Trump e, nella sua carica «drive», deve un po’ di ispirazione ai vecchi cari Led Zeppelin, con un mid-eight che è uno dei passaggi più pittoreschi e brillantemente costruiti per modulazioni.
Di certo i pezzi non sarebbero così colorati e vivaci, per non dire vividi, senza Danny Bowes, che sul nuovo album dimostra ancora una volta che senza di lui i Thunder semplicemente non esistono. Accanto agli eccezionali assoli di Morley e al suo fraseggio grasso, basato sull’erotismo di Les Paul e Flyin’ V, è proprio Bowes l’elemento fondamentale che, con il suo inconfondibile lustro vocale, dà ai brani un’etichetta di carattere unica. Si cala in modo brillante in ogni situazione dettata dal messaggio dei testi. Morley su questo album è incredibilmente spiritoso. Di continuo. Un mucchio di decorazioni, inserti, trovate, che non sono chiacchiere vuote ma lampi astutamente incastonati, che arricchiscono l’identità chiara e forte degli undici nuovi pezzi. Un sacco di finezze, un sacco di trucchi di filigrana, tanto che la qualità di «All the Right Noises» è facilmente paragonabile allo straordinario «Wonder Days» (2015). Morley regna negli assoli. Lì è sottile, morbido, di filigrana e molto razionale nel disporre le note, che prese una per una dicono «un sacco». Un piacere ascoltarlo suonare. La band ha curato anche la brillante combinazione delle melodie di Bowes con armonie vocali femminili. Ma tutta questa stravaganza erotica hard rock e bluesy e questa testarda potenza non esisterebbero senza l’intensa cinetica ritmica, la profondità e tutto lo spessore spaziale generato dalla coppia Harry James/Chris Childs. Un album dalla produzione brillante. Da cima a fondo. Non gli puoi aggiungere nulla, né togliere nulla.
Nonostante alle spalle del gruppo ci siano più di 30 anni di carriera e ci troviamo davanti, di fatto, al tredicesimo album in studio, si sente che i Thunder non hanno affatto detto l’ultima parola. Questi ragazzi maturi hanno ancora così tanta scintilla spiritosa quando compongono un rock’n’roll tanto elementare, sincero e di cuore, e con esso arrivano all’essenza di una vera festa. La chimica del quintetto, nonostante il distanziamento sociale a cui ci costringono, è rimasta, almeno a livello sonoro, del tutto intatta. E la brillantezza delle idee, come detto, convince a tal punto che «All the Right Noises» è uno dei migliori album della carriera dei Thunder.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Last One Out Turn Off The Lights
2. Destruction
3. The Smoking Gun
4. Going To Sin City
5. Don’t Forget To Live Before You Die
6. I’ll Be The One
7. Young Man
8. You’re Gonna Be My Girl
9. St George’s Day
10. Force Of Nature
11. She’s A Millionairess
Formazione:
Daniel Bowes – voce
Luke Morley – chitarra, tastiere, mandolino, armonica, ‘voice box’, cori
Ben Mathews – chitarra, tastiere
Chris Childs – basso
Harry James – batteria, percussioni
Musicisti ospiti:
Andrew Griffiths – fiati
Beth Blade – cori
Carly Greene – cori
Julie “The Duchess” Maguire – cori
Katy Burgess – cori
The Bryden Quartet:
Katy Rowe – archi
Sue Lord – archi
Niamh Ferris – archi
Emma Bryden – archi
Sam Tanner – tastiere, cori

Izjemen band, ki bi si zaslužil biti veliko večji. Videl sem jih kar nekajkrat, ampak vedno na festivalih, bodisi BYH ali ROA, želel pa bi jih videti na headlinerskem koncertu. Preprosto zato, ker mi je festivalskih 55 minut premalo. Vedno bi šeeee. Ampak se mi zdi, da žal skoraj nikoli ne pridejo blizu našim koncem.
Sem pa bil dolgo nazaj izjemno vesel, da sem jih imel priložnost gledati na njihovem predzadnjem nastopu sploh, preden so band razpustili. Bilo je to julija 2009, na Rock of Ages. Po tistem so imeli samo še en nastop v Londonu. No, seveda, dokler se niso spet aktivirali. 🙂
He he… kot kaže sva svoje dni obiskovala popolnoma iste festivale 🙂 Upam da se ti dnevi kdj povrnejo. Jaz sem jih ujel mislim da leta 2016 oziroma 2017 na enem od ROA festivalov. Wow – 2009…. a je bila takrat zunaj plata “Bang”? Mislim da so imeli takrat na klubski turneji vknjižen tudi nastop v Salzburgu, samo je potem vse skupaj odpadlo. Tko da ja, jaz sem jih ujel šele mnogo kasneje na odru. Dobro da obstajajo takšni festivali v Nemčiji, ki se jih da z avtom iz Slovenije, doseči. Jaz nikdar nisem prisegal na potovanja z letali na koncerte al pa da bi se z busi fijakal … vedno mi je bil največji užitek, ko sem se moral sam prebijat z avtom do destinacij po Evropi in to 99% brez navigacijskih naprav in pametnih telefonov. Vem da smo si z navigacijo pomagali le na nekaj dnevnem roadtripu po Romuniji in Bolgariji 2009, ko smo “lovili” eksotične destinacije takratnih Faith No More koncertov. 🙂
Ah, saj niso bili 2009 nič drugačni, Danny je bil že takrat čisto siv. Razlika je bila samo v tem, da so igrali Love Walked In (ja, 2017 sem bil tudi na ROA) 🙂
Jaz sem tudi večinoma potoval z avtom, z letalom sem šel samo 2x, 2018 v London na Def Leppard in 2014 v Bruselj na Blackberry Smoke. No, pa čaka me še zaradi korone prestavljeni Queen v Anwerpnu. Vse drugo pa avto.
Kapo dol. Za tole morva enkrat skup kak pir al pa dva spit 😀 Malo nas je takšnih “manijakov”,,, u bistvu jih jaz skoraj ne poznam, oziroma tiste ki jih, so se itak z menoj vozili, al pa jaz z njimi, kar pomeni ene pet ljudi 😀
Z veseljem, saj menda bo kmalu konec te norije in se vidimo na prevem koncertu v LJ.
Ja, ni nas veliko manijakov, jaz sem s frendom začel v devetdesetih, včasih se nama je pridružil še tretji frend, zadnjih nekaj let pa sem začel voditi sinova naokrog, dokler še hočeta z mano, potem bo pa najbrž konec.