Time
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Howe, Steve
Etichetta: Warner Classics
Uscita: 2011
Durata: 52:14
Voto: 3/5
Steve Howe è un uomo indaffarato. È di nuovo in pista con gli Asia, ha appena pubblicato un disco con gli Yes, ha girato il mondo con la nuova tournée degli Yes e nel frattempo continua a sfornare uscite sosoliste di ogni tipo. L’ultima era una raccolta dei suoi “avanzi” musicali, che lui chiama “fatti in casa”, ormai già alla quarta puntata (“Homebrew IV.”, 2010).
Stavolta il chitarrista ha deciso di fare un disco in cui mettere in primo piano il suo linguaggio musicale attraverso una serie di brani guidati da arrangiamenti orchestrali. Per farlo ha coinvolto Paul K. Joyce, uno che ha iniziato la carriera nell’oscuro trio new wave Sense, ha visto tour in comune con Depeche Mode e Kim Wilde, per poi farsi un nome come compositore, arrangiatore, produttore e perfino direttore d’orchestra. Joyce ha scritto un sacco di basi musicali per film e serie TV, ma il grande successo gli è arrivato con il brano Can We Fix It? per “Bob the Builder”!
La cosa curiosa è che gli arrangiamenti di Joyce tendono a dominare in parecchi punti, mentre la chitarra di Howe fa più o meno da riempitivo, lo spazio libero per motivi e fughe soliste. Tutto sommato ha pure una sua logica, anche se in copertina c’è scritto che questo è un nuovo album di Steve Howe. Howe non ha più assi nella manica. Gli anni più fertili e illuminati della sua carriera se li è lasciati alle spalle: i Settanta con gli Yes e con i due classici solisti “The Beginnings” e “The Steve Howe Album”. La rivoluzione che aveva scatenato entrando negli Yes, dimostrando che jazz e rag-time potevano funzionare alla grande dentro suite progressive e sinfoniche, brevi o lunghe, di complessità variabile, ha costruito agli occhi del pubblico una vera e propria fama di intoccabilità, se non addirittura di insuperabilità, di Steve Howe come artista.
Anche in seguito Howe ha saputo entusiasmare con i suoi lavori solisti. Due esempi, usciti pure nel nuovo millennio, sono “Skyline” e/o “Spectrum”: due dischi molto diversi tra loro, ma entrambi molto solidi. Di sicuro, però, per ampiezza espressiva, acume e avventurosità sperimentale Howe non regge il confronto con il suo contemporaneo Steve Hackett negli anni della maturità, che nei suoi lavori del nuovo millennio lo lascia a un miglio di distanza mentre passeggia nel paesaggio della fusione di tanti generi musicali.
Howe prova di nuovo una variopinta tavolozza di strumenti “a corda”: dalla steel pedal guitar al dobro, al banjo, anche se a conti fatti ha usato soprattutto la chitarra acustica. A funzionare meglio sono proprio gli arrangiamenti rielaborati di Vivaldi, Villa-Lobos e J.S. Bach, che rispetto agli originali sono stati tradotti con successo nel linguaggio unico del chitarrista, e in cui al tempo stesso emerge il talento raffinato di Joyce, capace di estrarre l’essenza dagli originali e di renderla accessibile a qualsiasi ascoltatore. “Time” funziona spesso come un’ottima colonna sonora per un film qualsiasi, e questo ovviamente tradisce la presenza di Joyce nel disco. “Time” scende giù che è un piacere. Dalla testa ai piedi. L’elemento pastorale brilla con più intensità per la prima volta in King’s Ramson, mentre un curioso scontro frontale tra country e musica classica lo segna la giocosamente pungente Orange, dove il rincorrersi di Howe spinge verso il rag-time, e poco prima della fine la gioiosa Steam Age. In Purification Howe fonde jazz e neoclassicismo in un miscuglio dall’efficacia collaudata, con un’intro pastorale ed esoterica che suona come un lontano riflesso dell’introduzione del classico degli Yes And You And I. In The Explorer Howe è particolarmente cauto e adattabile, il che avvicina ancora di più all’ascoltatore il lavoro degli archi dell’orchestra di accompagnamento.
Comunque la fama di intoccabilità di Howe come chitarrista sia un dato ampiamente gonfiato negli ultimi 15 anni, alla fine conta solo la musica. Howe, che già con il brano Mood For A Day, agli inizi dei Settanta, aveva confermato di aver capito perfettamente cos’è il neoclassicismo, stavolta non porta alcuna rivoluzione, nessuna novità musicale dirompente, niente che possa ispirare i suoi seguaci, diciamo gli allievi di chitarra che pullulano per il mondo. Per questo disco Howe ha abbandonato del tutto l’elemento band. È anche il suo primo album senza batteria. Certo, il suo eclettismo sul nuovo disco abbonda, ma è chiaro che su “Time” Howe si muove in un linguaggio più che collaudato. Il suono “Howe” autentico, unico e riconoscibile, è presente dall’inizio alla fine, su questo non ci piove. Però stavolta la cosa suona rigida, matematica, fin troppo prevedibile. Il prudente “Time” a tratti risulta per questo sterile e di conseguenza distaccato. Sotto questo aspetto l’incastro dei tasselli del disco è fin troppo perfetto, calcolato in anticipo. Semplicemente, la routine, il mestiere e l’esperienza prevalgono sugli altri elementi dell’interpretazione delle idee e tolgono a questo lavoro quel puntino sulla “i”, perché per avere un carisma pieno gli manca solo un pizzico in più di testarda “sregolatezza”.
Steve se la passa bene. I suoi album solisti usciti negli ultimi tempi sono fatti più o meno per divertimento e per prestigio. Stare fermo proprio non vuole, anche se lo status meritato di “pensionato” se l’è guadagnato da un pezzo. Anche se “Time” non nasconde le sue qualità e il suo eclettismo, frutto dell’autenticità espressiva del «signor Gufo», non è un’uscita imprescindibile, perché semplicemente non offre niente di nuovo e niente di speciale. Per questo a prenderlo a braccia aperte saranno in primo luogo i fan di lunga data del chitarrista e i difensori fanatici del suo vasto catalogo. Tutti gli altri non si perdono niente, a patto di continuare a godersi senza pesi i primi due album di Steve Howe e di essersi magari lasciati sfuggire “Time”.
Formazione
Steve Howe – chitarra
Paul K. Joyce – tastiere, arrangiamenti orchestrali
Virgil Howe – tastiere
Produzione
Paul K. Joyce & Steve Howe
Tracklist
1. Bachianas Brasileiras No. 5 (Aria) (3:58)
2. King’s Ransom (4:31)
3. Cantata No. 140 (Wachet Auf) (3:57)
4. Orange (2:43)
5. Purification 3:52
6. Rose (3:41)
7. The Explorer (5:09)
8. Kindred Spirits (5:10)
9. Concerto Grosso in D Minor Op. 3 (5:24)
10. The 3rd of March (5:51)
11. Steam Age (3:12)
12. Apollo (4:43)