Time To Turn

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1982
Voto: 4/5

“Time To Turn” è il seguito del concept fantascientifico che gli Eloy avevano iniziato con l’album precedente, “Planets” (1981). Il cambiamento più importante di questo disco è stato senza dubbio l’improvviso avvicendamento alla batteria. Il britannico Jim McGillivray, che si era fatto notare non solo come batterista di gran classe ma anche come ottimo autore di testi, ha lasciato di colpo la band, che all’epoca stava raccogliendo un bel successo anche all’estero. A prendere il suo posto è stato un ritorno dietro le pelli, la vecchia volpe Fritz Randow, che in passato aveva già fatto parte del gruppo, agli esordi (73-75). Dopo sette anni era di nuovo della partita, anche se la sua assenza non è che si fosse sentita poi così tanto, visto che i suoi due successori erano stati talenti eccezionali pure loro. Randow era comunque una scelta quasi automatica, perché Bornemann per questo album voleva sottolineare ancora un po’ di più il suono massiccio della batteria e la dinamica delle percussioni, dando indirettamente alle composizioni un impatto più incisivo, pur avendo l’intenzione di mantenere l’impostazione sonora del disco precedente. Le tastiere di Folberth qui sono ancora più ricche e variegate, se possibile, e insieme alla chitarra di Frank si prendono la parte del leone nel suono dell’album. Le magie di Frank alla chitarra continuano a essere accompagnate fedelmente dal chitarrista ritmico e tastierista occasionale Hannes Arkona. Questa formazione degli Eloy è rimasta stabile fino alla fine della prima metà degli anni ’80. Per i testi di qualità stavolta è arrivato in soccorso Sigi Hausen, collega di Frank. Quanto al proseguimento del concept fantascientifico sulla guerra intergalattica tra il popolo angelico degli Ikareens e i loro nemici demoniaci, che si battono per il dominio del pianeta Salta, in questo capitolo i demoni, come previsto, ne escono con le ossa rotte e la luce trionfa ancora una volta sulle tenebre.

L’immagine sonora di “Time To Turn” segue quasi alla lettera il suono e l’atmosfera del predecessore. I singoli arrangiamenti sono un filo meno complessi, ma restano comunque abbastanza movimentati e contengono sempre una chiara componente melodica e un tocco epico. Anche in questo album la band ha continuato a seguire la propria visione musicale e a fare la musica che voleva, senza le pressioni di un’etichetta famelica. La moderna tecnologia di registrazione è stata usata nel modo giusto, per arricchire il suono senza commercializzarsi in alcun modo, cosa che all’epoca era una vera rarità. Le tastiere ambientali, che dominano, si completano a meraviglia con sezioni ora più dure ora più sottili, creando armonie ricche e articolate in più parti. Quello che conta di più per una vera magia space rock c’è, e non se ne va mai.

Già nell’iniziale “Through A Somber Galaxy” il capitano Frank e l’equipaggio della sua flotta galattica invitano l’ascoltatore a un viaggio emozionante attraverso una galassia lontana. Il suo primo ufficiale Hannes Folberth, con i suoni vividi di organi e sintetizzatori, mette in moto la nave. Frank, come ci si aspetta da uno dei migliori chitarristi rock tedeschi di tutti i tempi, ci infila dentro anche un assolo di slide dilatato ma incredibilmente succoso. I passaggi di batteria sono conditi di dinamica e botta. La voce drammatica di Frank tiene insieme con efficacia la storia carica di tensione. Le texture dominanti delle tastiere si intrecciano bene con i singoli passaggi di chitarra. Una vera leccornia d’apertura, che ti tira dentro al cuore dell’album in un attimo e ti riempie i sensi di vibrazioni esoteriche. Gli Eloy hanno sempre avuto una fantasia fertile, e lo dimostra bene anche l’ottima “Behind The Walls Of Imagination”, che esplode di cambi di tempo imprevedibili, texture ambientali di tastiera e linee ritmiche movimentate. In questo pezzo fanno impazzire soprattutto le linee di basso melodico dal sapore funky di Matziol. Le texture ambientali delle tastiere scorrono splendidamente tra i vari passaggi di chitarra, sia che facciano da scenografia sonora sia che stiano in primo piano. La voce poetica di Frank racconta la storia di un terrestre che incontra gli abitanti celesti del pianeta Salta e resta stupito dalla loro bontà immacolata. Gli Eloy non sono mai stati grandi fan dei singoli, ma quando ne hanno pubblicato qualcuno era di solito bello croccante e succoso. Vale anche per la title track “Time To Turn”, che unisce melodia compatta, passaggi ritmici incisivi e complessi arrangiamenti orchestrali. La linea ritmica ondeggiante e l’andamento pacato scivolano presto in una sezione in crescendo, dove un motivo sottile di chitarra ricorda parecchio certe finezze tipiche di David Gilmour. La parte migliore del brano sono le voci femminili ospiti, erotiche, che entrano nel ritornello e portano un ottimo contrasto epico. Allo stesso tempo evocano il cuore del concept: quando il conflitto raggiunge l’apice, arriva la battaglia finale e la luce, come da copione, vince sulle tenebre. Gli assoli di Frank qui richiamano in modo incredibile certi trucchi di David Gilmour, anche se negli anni ’80 Frank aveva iniziato a scrollarsi di dosso con tutte le forze l’influenza evidente del suo illustre modello. Senza il minimo dubbio, un altro classico degli Eloy.

“Magic Mirrors” ha un’intro quasi jazz fusion, con una bella linea di basso melodico e batteria, fino al momento in cui entrano le linee sottili dei sintetizzatori e la voce drammatica, che portano il pezzo nelle consuete acque space rock. Lo sviluppo è sorprendentemente pacato e leggero, con motivi spiritosi di synth che si alternano a passaggi malinconici di chitarra. Qui si sente chiaramente il lavoro delle due chitarre: mentre Frank ricama l’assolo, Hannes Arkona si occupa delle parti ritmiche. Un altro ottimo brano, dall’atmosfera per una volta piuttosto leggera. Segue il pezzo centrale dell’album, il capolavoro epico “End Of An Odyssey”, dove si chiude l’odissea spaziale. Gli assoli di sintetizzatore in apertura sono di un gusto eccezionale e pieni di brio, e poggiano in modo eccellente sul lavoro affilato dei piatti di Randow. Posso dire che con i motivi fantasiosi di questo brano Folberth si è finalmente messo alla pari dei migliori – Tony Banks, Peter Bardens, Eddie Jobson e compagnia. Le sue texture e i suoi assoli spaziali fuori serie sono particolarmente maestosi nella sezione finale, quando si fondono con i passaggi delle due chitarre creando un’incredibile magia epico-malinconica. Gli altri strumentisti non sono da meno rispetto allo splendido lavoro delle tastiere. L’interpretazione vocale di Frank qui è insolitamente energica, a tratti quasi aggressiva. Il testo porta il messaggio della possibilità di conoscere se stessi, se si ha il coraggio di spingersi oltre i confini del noto. Secondo me una delle migliori composizioni di tutta la loro storia, e quindi il pezzo migliore del disco.

“The Flash” è di nuovo un brano più d’impatto, con tanti passaggi possenti di batteria, riff di chitarra infuocati, tastiere eclettiche come al solito e voce arrabbiata. Dopo il primo passaggio qui prendono vita anche le loro predisposizioni metal, e questo vale soprattutto per il lavoro delle due chitarre e per alcune sezioni ritmiche. Gli assoli di synth di Folberth sono di nuovo da leccarsi i baffi e sono fondamentali per creare l’atmosfera epico-cibernetica. Le varie parti di tastiera non suonano affatto come le musichette di Super Mario, come andava per la maggiore tra la maggior parte delle altre prog band negli anni ’80, ma centrano il giusto confine tra sinfonico ed elettronico. La conclusiva “Say, Is It Really True” è una bella ballata con la chitarra acustica. Dato che nella loro storia gli Eloy non hanno scritto molte ballate, qui se la cavano alla grande e tirano fuori un pezzo commovente, con una melodia bellissima di chitarra acustica, scenografie sinfoniche sullo sfondo e una voce epica che canta un testo idealista, anzi il sogno di un mondo senza bugie. Posso dire che Frank qui sfodera addirittura una delle sue migliori prestazioni vocali in carriera. E la combinazione della melodia centrale di chitarra con gli arrangiamenti orchestrali sullo sfondo ti ipnotizza semplicemente con la sua bellezza. Faccio fatica a immaginare una chiusura più bella per questo album, e per questo concept.

“Time To Turn” non è solo un seguito più che dignitoso di “Planets”, ma anche un ottimo album a sé, che troppo spesso resta all’ombra del suo eccellente predecessore, con cui condivide l’impostazione sonora e concettuale. Anche se era difficile succedere a un disco così straordinario come “Planets”, gli Eloy ci sono riusciti in pieno. Tra i due album si sente chiaramente un filo conduttore, non solo nel concept ma anche nella struttura epica della maggior parte degli arrangiamenti. Anche stavolta nell’album non c’è un solo brano debole: sono tutti come minimo buoni, se non eccellenti. “Time To Turn” si piazza senza dubbio tra i loro dischi migliori e tra le migliori uscite del prog rock di quegli anni. Gli Eloy cominceranno a cambiare in modo più evidente il proprio suono solo con l’album successivo, spostandosi su territori più duri e un po’ meno complessi, ma manterranno tutti i loro elementi riconoscibili, restando una delle poche band prog rock ad aver attraversato gli anni ’80 senza svolte stilistiche radicali.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Hannes Arkona – chitarra, tastiere, percussioni
Klaus-Peter Matziol – basso, pedali bass
Hannes Folberth – tastiere
Fritz Randow – batteria

MUSICISTE OSPITI:
Amy, Anna & Sabine – voci (3)

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Through A Somber Galaxy (6:00)
2. Behind The Walls Of Imgination (6:25)
3. Time To Turn (4:32)
4. Magic Mirrors (5:25)
5. End Of An Odyssey (9:25)
6. The Flash (5:34)
7. Say, Is It Really True (4:45)

Durata dell’album: 42:06

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