Tolminator 2023 – quarto giorno
La giornata è partita varia e interessante. Chi l’avrebbe mai detto che sul palco sarebbero saliti per primi dei francesi in piena crisi d’identità? Francesi che invece di champagne, baguette e formaggio puzzolente si calano tequila, tortillas e burritos. Sì, i francesi Locomuerte descrivono il loro thrash crossover come Chicano Mosh Power, cantano in spagnolo e si comportano e si presentano come una qualche stereotipica banda messicana in un carcere americano. Nonostante la lieve confusione, i Locomuerte hanno tirato su una vera festa: già a mezzogiorno sotto il palco c’era un bel movimento tra mosh e circle pit, e dal palco arrivava un’energia contagiosa. La band ha dato tutto, il che è incredibile, visto che pochi minuti prima del concerto, nel backstage, dopo una settimana di bagordi, aveva un aspetto, ehm, un filo provato. Grande inizio per l’ultimo giorno del festival.









Sull’altro palco sono riuscito a dare una chance solo a un altro po’ di thrash e death metal di casa nostra. Prima gli Eruption, che sono riusciti a scaldare ancora di più un pubblico già ben carico. Nike e compagni hanno avuto dietro non solo il pubblico di casa ma anche parecchi stranieri, e tutti insieme hanno acceso sotto il palco quello che ci si aspetta da un concerto thrash. Good friendly violent fun, ovviamente. A soffiare sul fuoco ci ha pensato Buco, che durante un pezzo si è buttato giù dal palco unendosi lui stesso al circle pit. Per il resto, come sempre, Eruption sicuri, di qualità e devastanti. Hanno presentato alla grande soprattutto l’ultimo album Tellurian Rupture, accompagnato anche da qualche pezzo più vecchio.
Poi l’altra band, anche questa una delle mie preferite, gli Penitenziagite dell’Alta Carniola, tornati sul palco dopo qualche anno di assenza per l’anniversario di On Parole Productions. Con grande gioia, perché erano mancati eccome. Dal palco hanno di nuovo travolto tutto i pezzi del debutto Humanity Galore, e i Penitenziagite ci hanno aggiunto un po’ di materiale nuovo che suona davvero promettente. Con un bel suono, i ragazzi hanno letteralmente tuonato dal palco, il growl uscito dalla gola di Demsh suonava di nuovo davvero diabolico, e Mičo (Gonoba) si è già integrato perfettamente nella band: spero proprio che dietro le quinte stia maturando un nuovo album.





















































Il main stage è stato aperto in modo devastante dai londinesi Damim, con il loro monolitico black/death metal progressivo. La band è guidata dal cantante e chitarrista Nathanael Underwood, che tra il 2016 e il 2018 ha collaborato con i leggendari Akercocke, incidendo con loro gli album Renaissance in Extremis, e l’influenza degli Akerkocke nei Damim si sente eccome. La musica della band si distingue per il suono davvero massiccio delle chitarre accordate bassissime e per il growl profondo di Nathanael, mentre i Damim allargano a tratti i confini del death metal classico con svolte inaspettate e altri inserti. Ai Tolminator hanno presentato l’EP attuale World Turned Hell, e la loro critica sociale e la visione nichilista del mondo i ragazzi la riassumono anche nel merchandising, che arriva a includere perfino un fumetto, unico nel suo genere.










Tutte le strade portano a Roma, dice il proverbio, e da lì sono arrivati al Tolminator i grinder classici Guineapig. In poco meno di un’ora hanno messo in scena un goregrind classico, che non si discosta in nulla dai canoni del genere. Quindi tanti ritmi polka, ruggiti profondi conditi con pig squeal, pezzi brevi, testi disgustosi. Il trio italiano ha richiamato sotto il palco parecchia gente, cosa che per le band grind tipo i Guineapig (e ancor più per i chiaramente fecali Gutalax e compagnia) sta diventando ormai un’abitudine, che meriterebbe forse qualche studio sociologico.









Più seri e anche più di qualità sono stati gli olandesi «Cannibal Corpse», i Severe Torture. Hanno fatto la festa gli amanti del vero death metal old school, perché gli olandesi hanno sfoderato uno spettacolo maledettamente buono, rumoroso e brutale. Senza pietà, i Severe Torture hanno fatto rotolare teste per il locale per quasi un’ora, dopo averle staccate dai corpi di un’area bella piena a colpi di riff taglienti e del growl profondo ma comprensibile del cantante Dennis. La ciliegina sulla torta è stata il pezzettino Feces for Jesus dal debutto Feasting On Blood. Che meraviglia.









Ogni bella cosa prima o poi finisce, e quest’anno si chiude anche la carriera dei longevi thrasher tedeschi Holy Moses, comandati fin dal 1981 dall’indistruttibile Sabina Classen. Trentasette fottuti anni, se togliamo il periodo di inattività della band tra il 1994 e il 2000! Un traguardo di fronte al quale non si può che inchinarsi, facendo i complimenti a Sabina Classen per una carriera lunga quasi quarant’anni, in cui si è meritata a ragione il titolo di regina del thrash. Diciamocelo, gli Holy Moses, con l’eccezione degli album Finished With the Dogs e The New Machine of Liechenstein, sono rimasti nella grigia mediocrità del thrash, ben lontani dal sacro quartetto del thrash tedesco (Kreator, Sodom, Destruction, Tankard), ma come detto, tutti i complimenti a Sabina, ed è un privilegio che il Tolminator abbia ospitato uno degli ultimi concerti degli Holy Moses. Poi tanto di cappello a Sabina per l’energia che a sessant’anni (!) mette sul palco, nonostante la voce in certi momenti fosse a dir poco discutibile. Ma gli anni, anni e anni, e semplicemente pure la carta d’identità, fanno il loro, il che non cambia il fatto che Sabina con i suoi ragazzi ha mostrato più energia e cuore di parecchie band più giovani. Addio e grazie di tutto Sabina e Holy Moses!















Tutta un’altra storia il duo svizzero Bolzer, che con la sua visione del black/death metal ci ha portati in sfere completamente diverse, quelle della musica meditativa e rituale. I Bolzer non erano per tutti, ma è stato davvero sbalorditivo risentire quanto possano produrre solo due strumenti, coprendo il quadro sonoro con una tale pienezza da non farti mancare assolutamente niente. Ottimi.








Di genere affine ma più primitivi e ferini, i leggendari norvegesi Aura Noir non li vedevamo e sentivamo da un bel po’: tre anni fa si erano persino fermati, quindi è stato ancora più bello vederli al Tolminator. Il trio Aggressor, Apollyon e Blasphemer ha portato a Tolmino un vero shot di black thrash, che ha bruciato nel modo più infernale con i pezzi del leggendario debutto (Destructor, Conqueror). Per qualche pezzo ha dato una mano efficace anche Aggressor. Veloce, cattivo, breve e dolce!













A salutarci dal Tolminator 2023 ci hanno pensato i leggendari veterani del thrash tedesco, che hanno saturato Tolmino di gas da combattimento sfoderando uno show di altissimo livello, all’altezza del loro status. Anche i Sodom, come gli Aura Noir, si vedono sui palchi piuttosto di rado, perché fanno solo qualche festival selezionato, ed è stato un vero privilegio e un piacere vederli al Tolminator. Non avrei mai pensato che i Sodom potessero essere una band da headliner, e invece stavolta hanno dimostrato proprio questo, perché l’atmosfera sul palco e sotto il palco cresceva di pezzo in pezzo, e i vecchi maestri tedeschi con zio Tom in testa hanno dimostrato che, nonostante quattro decenni di attività, sono ancora incredibilmente giovanili. E altrettanto giovanile era lo shot di thrash che arrivava dal palco, soprattutto quando i Sodom hanno suonato leggende ammazza-tutto come Sodomy and Lust, Agent Orange, M-16, Bombenhagel. Un gran finale per un gran festival.
La prima edizione del Tolminator, nonostante i disagi meteo iniziali, ha dimostrato che il metal è di casa a Tolmino e che lì si merita un festival tutto suo, che porta pure il nome della città. Peccato che alla prima edizione sia venuta pochissima gente, ma ogni (nuovo) inizio è difficile. Ciononostante, la dimensione familiare del festival si è rivelata eccellente, con due palchi ben piazzati; forse manca solo un’offerta più ampia e varia di merchandising «non da festival» (io, da vecchio rudere, avrei voluto comprare per esempio anche qualche cd, se ancora sapete cos’è, eheh), ma quello arriverà con una maggiore notorietà del festival. Il Tolminator dopo il festival non si riposa, ma si occupa di burocrazia e della scelta delle band per l’anno prossimo; che andare al Tolminator 2024 sia quasi un obbligo lo mostrano già le prime conferme – Primordial, Suffocation, Tankard, Destroyer 666, Gutalax, Harakiri fort he Sky, Gaerea, Sinister, Milking the Goatmachine, Necrot, Dark Insanity.
Testo: Rok Klemše
Foto: Sebastijan Videc














