Tony Levin Band in uno spaghetti western (2006)
Luogo: Sonny Boy Club, San Vendemiano (vicino a Treviso), Italia
Data del concerto: 04.05.2006
Spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 20,00 €
Era il giorno dopo Fish, il giorno dopo la gita ad Augsburg…. E pigri, ma pigri davvero, io e Peter lasciavamo Lubiana poco prima delle sei del pomeriggio, insieme al nostro prode Bojan “Diplomat” Elliot, che era impegnato fino al collo a smistare i fantastici scatti fatti al concerto di Augsburg.
Con la stessa pigrizia ci siamo trascinati fino in Italia, e per fortuna la strada per Conegliano era segnalata alla perfezione, perché con tutti quei chilometri le palpebre continuavano a chiudersi in modo sospetto! Così, per una volta, per miracolo non ci siamo persi in Italia, una novità assoluta per due che ne hanno viste di tutti i colori e un bel passo avanti per queste gite, in cui di solito bruciamo un sacco di energie a cercare i locali. Verso le 20:00 abbiamo parcheggiato davanti al Sonny Boy, dove gli italiani più curiosi ci hanno subito aggredito con commenti succosi appena hanno visto la targa di Lubiana. Il contrario dei freddi tedeschi. La simpatia non finiva più, e questa scena pigra e godereccia pre-concerto ci stava a pennello. Ci siamo concessi un’ottima pasta e una pizza pessima, che evidentemente erano comprese nel prezzo del biglietto, visto che appena aperto il ristorante dentro il locale tutti si sono messi diligentemente in fila coi buoni ricevuti in cassa all’acquisto del biglietto. Mentre noi, curiosi, aspettavamo in fila coi vassoi per vedere cosa sarebbe successo, tutta la crew della Tony Levin Band si stava già ingozzando di gusto al tavolo accanto, a un passo dalla fila di affamati. I ragazzi sembravano di ottimo umore. Il Sonny Boy ha una “terrazzina” qui fuori davvero notevole! Manca solo il mare lì sotto, l’aria è puro Mediterraneo, carica di profumo di oli essenziali. Ma non comprate da bere dentro, per carità! Una birra grande costa la bellezza di 5 €, e il succo uguale!
Il concerto è iniziato con un’ora buona di ritardo, cioè alle 23:00. Mossa tattica. Era venerdì e l’organizzatore ha furbamente aspettato che il Sonny Boy si riempisse fino all’ultimo angolino. Che fossimo in Italia, quella sera, lo avrebbe capito anche il più sprovveduto. Si inventano sempre qualche stranezza che non trovi da nessun’altra parte. Non so dove abbiano trovato un’orda di tavoli, che prima del concerto hanno portato dentro al locale stipandolo fino al limite. I tavoli arrivavano praticamente fino al palco, quasi incastrati contro di esso. E adesso prova a fare una foto! Per la prima volta in vita mia non ho visto nemmeno un addetto alla sicurezza. L’atmosfera, tavoli a parte, era davvero piacevole come non succedeva da tempo. Rilassata, era venerdì, tempo di fare festa! Fino al mattino!
I Tony Levin Band hanno aperto il concerto in puro stile King Crimson Barber Shop. Con un’introduzione “a capella”, per l’esattezza. Un piccolo coro formato dai membri della band si è presentato con un canto spiritoso. Ha iniziato per primo, da sinistra verso destra, Larry Fast: “I am Laaaaaryyyy….”, poi Tony Levin: “I am Toooonyyyyyyyy”, e su questa melodia hanno cantato uno dopo l’altro dei versi che erano in realtà le istruzioni per il pubblico su come comportarsi durante il concerto: “Si possono fare foto per tutto il concerto, senza coprire la vista a chi sta dietro, dopo il concerto venderemo l’album “live” “Double Live Espresso”, firmeremo autografi,…” Insomma, il concerto è partito all’insegna dello scherzo. Negli anni Settanta Tony faceva parte, insieme al fratello Pete, di un gruppo comico, i The Clams, dove c’era anche Steve Gadd. Probabilmente l’idea per il pezzo d’apertura viene da lì.
È seguito il vero inizio, che in qualche modo faceva anche da mini accordatura collettiva della band. O almeno all’inizio. Tony Levin ha subito preso il violoncello elettrico e con l’archetto ha tirato fuori suoni spessi dalle corde spesse. La band costruiva il suono con grande impegno. Era Pieces of the Sun. Un ottimo pezzo d’apertura che in pratica caratterizza il nome Tony Levin Band. Sovrapponendo i suoni, il gruppo ha creato un’atmosfera grandiosa. Poi Marotta ha spezzato di colpo il ritmo, e Tony Levin ha trovato giusto un attimo per infilarsi in fretta le bacchette sulle dita della mano destra e imbracciare il basso, e la band ha iniziato il concerto sul serio! Primo assalto di improvvisazione. Brrrr… che convinzione! Poi si è passati alla prima canzone dell’ultimo album in studio, uscito negli USA esattamente un mese prima, intitolato “Resonator”, ovvero Break it Down. Come cantante, Tony Levin è molto convincente. Il pezzo ha caricato a molla il pubblico del locale, perché unisce un “drive” semplice e ballabile a un soffio di esplorazione crimsoniana, in cui nel ritornello “irrompe” un classico “hendrixismo”, ovvero un “riff” di chitarra dal sapore hendrixiano. Una canzone molto fluida, che richiede saltelli sfrenati, ma stavolta non è stato possibile, perché gli italiani se ne stavano belli tranquilli ai tavoli a sorseggiare i loro drink, dondolando pigramente la testolina di qua e di là. Purtroppo questa visione del pubblico, a parte qualche raro e improvviso scatto di cinetismo più alto, è durata per tutto il concerto. Rannicchiato come un pretzel sotto un tavolo ho fotografato il palco e la band! Terribile! Che disagio! Così mi sono ritirato nelle retrovie il più in fretta possibile.
I Tony Levin Band hanno continuato col materiale di “Resonator”. What Would Jimi Do, pezzo dedicato a Hendrix, ha mantenuto la fretta adrenalinica. Poi via, allegramente, di nuovo al lato sperimentale con il brano dei King Crimson che non manca mai ai concerti dei Tony Levin Band. Sleepless, ovviamente, e la nota ginnastica ritmica del “beat ben groovato”. I Tony Levin Band però suonano questo pezzo in modo un po’ diverso. Il primo giro non poggia sulle scorribande alla batteria di Bill Bruford, ma lo spazio lo copre quasi tutto Levin con il basso, perché Jerry Marotta in questa parte del brano è tutto davanti con il tamburello. Prima di mettersi alla voce principale di questo pezzo, Marotta si è rivolto al pubblico dicendo che era molto confuso e faticava a suonare, perché doveva sempre suonare con Satriani. Prima del concerto dei Tony Levin Band, infatti, sul grande schermo del locale girava il concerto del G3, che evidentemente non hanno spento nemmeno durante lo show. Alla voce Marotta è stato un degno successore di Belew, poi a metà pezzo è tornato trotterellando dietro la batteria e, mentre cantava, si è messo anche a fare un bel lavoro fisico. I Tony Levin Band non nascondevano l’entusiasmo per il disco “Resonator”, tanto che la scaletta era in gran parte tagliata su misura per suonare il materiale in studio fresco di stampa. Così hanno proseguito con l’ottima Shadowland, in cui la band ha creato una bellissima comunicazione sul palco, e nel concerto hanno inserito anche Place To Go, dove Tony Levin ha mostrato tutta la sua maestria nel fare, praticamente, di tutto in un pezzo con solo basso e voce! “Pull off”, “slide”, flautati,… a ogni passo con una facilità incredibile, morbido, fluido, e allo stesso tempo si sentiva un vero “groove” con le palle, abbinato alla voce convincente di Tony. In questo pezzo ha collaborato solo Marotta alle percussioni e ai cori nel ritornello! Un blues pieno di puro spirito, che si distingue per la perfezione della semplicità musicale, frutto di un lato sperimentale totale, e che ti fa venire subito i brividi, cosa tutt’altro che facile da ottenere. Davvero un gran pezzo sotto questo aspetto. È seguito un altro momento spiritoso. Una fantastica cover di Black Dog dei Led Zeppelin. In versione completamente strumentale. È incredibile quanto la band si sia divertita a eseguire questo pezzo, e davvero, è una cover fatta in modo tale che, se non conosci l’originale, pensi l’abbiano scritta i Toyn Levin Band. Hanno calmato l’atmosfera con la malinconica Beyond My Reach, lamento di cabaret fumosi e giorni di pioggia, dove al pianoforte ha creato un’atmosfera davvero speciale il fratello di Tony, Pete Levin. Poi è arrivata la ripartenza con Crisis of Faith. Larry Fast, grande tastierista che ha suonato in leggendarie band progressive come Sinergy e Nektar, ha aperto il pezzo con un’imitazione sintetizzata di voci umane robotizzate. Presto si è unito a lui Tony con archetto e violoncello elettrico, e il pezzo è diventato una vera avventura psichedelica.
Con Utopia abbiamo potuto di nuovo goderci un gran ritmo, sopra cui si stendevano le linee maestose dei synth di entrambi i tastieristi. L’atmosfera era davvero grandiosa. Di sicuro hanno fatto alzare in piedi la sala con una Sabre Dance a mille all’ora, dove nell’intro hanno sviluppato un suono quasi “metal”. Si tratta di un arrangiamento geniale, ovvero dello strumentale di Khachaturian, che ha ricordato ancora una volta l’impeccabile affiatamento della band. Qui hanno fatto virare alla grande l’atmosfera verso una festa selvaggia sul palco. E per finire, salto al disco “Lamb Lies Down On Broadway”, classico dei Genesis, e al brano Back in N.Y.C., dove di nuovo la voce principale sul palco è passata a Jerry Marotta, e il concerto si è chiuso così in grande stile. Certo, una voce del tutto inadatta a rievocare l’atmosfera autentica dell’originale, ma pazienza! Un pezzo che oggi si sente suonare dal vivo molto raramente. La gente ha capito che il concerto stava andando verso la parte finale e ha finalmente mostrato un po’ più di vita. In realtà sono rimasto sorpreso. Di solito gli italiani ai concerti sono caldissimi. Ma se li fai sedere a tavola e sulle sedie, a quanto pare questo agisce sul loro carattere notoriamente focoso, in senso soporifero. L’opposto, da godereccio, di quello che serviva.
Alla fine della parte regolare i Tony Levin Band hanno raccolto un applauso fragoroso. Poco dopo sul palco è tornato solo Tony Levin. Si è seduto alle tastiere di Pete e ha cominciato a suonare Fragile As a Song dal disco “Resonator”. Scelta un po’ sfortunata per aprire il bis, visto che è una ballata. Ma Tony ha davvero dato fuoco al pubblico quando la band ha suonato subito dopo On The Air, pezzo dal disco “II” di Peter Gabriel. Era la prima volta in assoluto che la suonavano in tour! Che fortuna. Il Chapman stick ha fatto cantare i suoi grandi suoni sotto le dita di quello che per molti è uno dei migliori bassisti al mondo. I suoi cinque minuti di gloria il Chapman stick li ha avuti soprattutto con Elephant Talk. Stick? Che cavolo… è lo stick? Da profano posso dire che lo strumento è fatto così: al centro del manico ci sono le corde più grosse, poi lo spessore delle corde diminuisce verso le due estremità del manico. E i suoni li tira fuori solo col “tapping” (battere con la punta delle dita). Lavorano entrambe le mani, e suonandolo ricorda probabilmente più di tutto un pianoforte. Il lavoro di entrambe le mani permette di coprire uno spettro melodico molto più ampio di quello del normale basso. Elephant Talk è un pezzo dei King Crimson! Non può assolutamente mancare nelle scalette dei Tony Levin Band! Naturalmente durante il concerto mi tormentava la paranoia che per i King Crimson ci saremmo fermati a Sleepless, ma per fortuna la band mi ha smentito. Tony ha preso la voce. Certo, non è quella schizoidia sentita e fuori di testa che sa evocare Adrian Belew con i King Crimson, e la chitarra di Gress, nonostante tutti gli sforzi del chitarrista, peraltro più che degni dell’originale, suonava ancora troppo melodica negli assoli. Il “soundscape crimsoniano” originale del barrito d’elefante lo copriva Fast con un effetto alle tastiere. Ma comunque! La cortina ritmica è semplicemente ciò che fa pendere la bilancia verso l’assoluta delizia dell’esecuzione di questo pezzo anche quando se ne occupano i Tony Levin Band. L’intreccio tra il basso di Levin e il magnifico lavoro di Jerry Marotta alla batteria, semplicemente, fa il suo. Elephant Talk carico a molla ha lasciato la gente nel locale affamata, e noi ovviamente urlavamo e chiedevamo ancora! Ma tutto prima o poi finisce. E per chiudere i membri ci hanno salutato di nuovo in modo spiritosissimo. Il quintetto ha eseguito “a capella” il grande successo di Peter Gabriel Don’t Give Up, e tutti nel locale abbiamo avuto la possibilità di ridere ancora fino alle lacrime.
Il Sonny Boy è un posto “top”. Non ci si crede, davvero! Mi stupisco di quanto l’Europa ci stia davanti per quanto riguarda l’organizzazione, non se ne vede la fine. Il Sonny Boy è tutto in uno! Da discoteca a club rock – jazz – blues (qui ha suonato anche Miles Davis nei primi anni Novanta), fino a cabaret notturno con ragazze in topless,….
Ambiente eccellente, band di ottimo umore, i signori carismatici e affascinanti del gruppo sono tutti, uno dopo l’altro, dei totali “burloni”. Tony, come la sua band, è un’unica grande risata, senso dell’umorismo e calore. Insomma, le sensazioni dopo il concerto erano eccezionali. Tony Levin poi è un capitolo a parte! Un due metri incredibilmente simpatico, giovanilmente scatenato, che non sembra affatto uno che a luglio compirà tondi tondi 60 anni. Di sicuro è un grande uomo, perché ha mostrato un enorme rispetto per il suo pubblico italiano, sforzandosi per tutto il concerto di rivolgersi alla gente in italiano. Tony Levin non si è dimostrato solo uno straordinario mago nel dominare le magie del Chapman stick, del basso e del violoncello elettrico, ma anche una persona con un approccio positivo a tutto tondo. Che altro dire se non che abbiamo vissuto un altro concerto di altissimo livello, totalmente originale e ovviamente indimenticabile. E poi Cinzia è una PR fantastica (Diplomat, te la sei persa “big time”) E devo assolutamente imparare l’italiano. Ho cominciato bene, con: “Molto grazie per tutto!”
Scaletta
1. »Tony Levin Band Barber Shop« (intro »a capella«)
2. Pieces Of The Sun
3. Break It Down
4. What Would Jimi Do
5. Sleeppless
6. Shadowland
7. Places To Go
8. Black Dog
9. Beyond My Reach
10. Crisis Of Faith
11. Utopia
12. Sabre Dance
13. Back In N.Y.C.
—bis
14. Fragile As A Song
15. On The Air
16. Elephant Talk
17. Don’t Give Up (uscita »a capella«)
L’ordine dei pezzi, a eccezione dei primi due e del bis, non è del tutto corretto!
Galleria fotografica





