Tori Amos
Luogo: Hala Tivoli, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 25.06.2007
Numero di spettatori: 600
Prezzo del biglietto: 35-40 euro
Capita di rado che un concerto parta addirittura prima dell’orario annunciato. Joshua Radin, giovane musicista che accompagna Tori Amos in alcune date europee, ha fatto esattamente così. Già qualche minuto prima delle otto di sera sale sul palco con la chitarra acustica in mano, affiancato dal contrabbassista Jon Flower. Visibilmente di ottimo umore, i due suonano quattro pezzi, con un sacco di chiacchiere tra una canzone e l’altra. Una buona venticinquina di minuti di riscaldamento. Fanno una musica caldissima, completamente acustica, che si regge in gran parte sul contrabbasso, che Jon suona più volentieri con l’archetto che in pizzicato. Senza quello, probabilmente questa musica suonerebbe molto più ordinaria, e invece ha un sapore davvero particolare. Tra le altre cose, Joshua non ha nascosto l’entusiasmo per Lubiana: “siamo arrivati ieri sera… e siamo andati a fare una passeggiata lungo il fiume… davvero meraviglioso! Penso seriamente che Lubiana non sia solo una delle città più belle, ma la città più bella di tutta Europa! L’ho già scritto ieri sera sul mio forum”. Verso la fine sul palco li raggiunge una ragazza, che non fa che rafforzare una musica già di per sé delicatissima e malinconica. Poi se ne vanno tutti insieme, non prima che Joshua avverta che, mentre si prepara il palco per Tori Amos, lui firmerà dei CD, che da noi per ora non si trovano ancora in vendita. E si è radunato un bel po’ di fan, quindi i suoi desideri si realizzeranno di sicuro, visto che ha detto: “chiedete alle etichette di procurarsi questo album, così potrò tornare anch’io a suonare da voi!” Speriamo che ne esca qualcosa.
Poi comincia la lunga attesa per Tori Amos. Anche se il palco era pronto dopo circa un quarto d’ora, l’attesa continua. Evidentemente fa parte del rituale obbligato del suo show. Passa già una buona mezz’ora e il pubblico si fa nervoso, ma urla e applausi a squarciagola non portano ai risultati sperati e torna di nuovo il silenzio. La scena si ripete ancora un paio di volte a cicli simili, finché, circa tre quarti d’ora dopo che Joshua Radin ha lasciato il palco, di colpo si spengono le luci e non passano nemmeno cinque secondi che sul palco ci sono già i tre musicisti che accompagnano Tori Amos.
Con tutti e tre i musicisti che la seguono in questo tour collabora da anni: Matt Chamberlain alle percussioni, Jon Evans al basso e Mac Aladdin alla chitarra elettrica. Come ha detto più tardi, “sono davvero onorata di poter suonare con queste persone”. Senza esitare attaccano con una musica elettrizzante, che piano piano richiama sul palco anche la signora Amos, anzi la signora Isabel, come si è scoperto, perché è arrivata con una parrucca bionda e un altro vestito, con cui ha eseguito sei pezzi. Isabel è una delle alter ego comparse sull’album American Doll Posse. Poi si è trasformata in Tori, cioè nella rossa che conosciamo.
È entrata in scena con una sigaretta accesa (un sigarillo?), con un’andatura lentissima e volutamente teatrale fino all’eccesso, nello stile delle dark lady dei gialli dell’epoca dei film noir. Comincia salutando il presidente del paese al di là dell’oceano, “Yo George!”, e la sua politica: “Is this just the Madness of King George? Yo George! Well you have the whole nation on all fours”.
Sul palco sono tutti estremamente rilassati e di ottimo umore e passano da una canzone all’altra a un ritmo davvero folle, quasi senza pause. Il colpo d’occhio sul palco era davvero eccezionale e anche l’impianto audio è stato per tutto il tempo a un livello altissimo, il che dalle nostre parti è più l’eccezione che la regola. Sopra il palco, proprio sopra Tori, si alzavano delicati tendaggi bianchi, che formavano un disegno che faceva da acconciatura per lei e da ottima base per un impianto luci di prim’ordine, che andava dalle lucine solitarie che evocavano un limpido cielo stellato a tarda sera, o il riflesso di quelle stesse stelle su una distesa di mare placida e solitaria, fino alle luci intense e totalmente scatenate di un ambiente in cui sfavilla una cultura completamente diversa.
Quando lo show arriva più o meno al trentesimo minuto, partono forti ritmi elettronici, che si sviluppano in un remix di “Professional Widow”, e Tori, ovvero Isabel, lascia all’improvviso il palco. I suoi tre ragazzi invece restano, perfettamente dentro la base musicale, mentre la crew cambia in fretta le tastiere elettriche che Tori suona accanto al suo fedele pianoforte Bosendorfer, o contemporaneamente, con un organo. Qualche istante dopo ricompare Tori con un vestito sfavillante oro-rosso-verde. Subito, dopo le prime tre note della battuta di “Big Wheel”, il suo ultimo successo, il pubblico si scatena al punto da lasciare in perfetta sincronia i propri posti a sedere e accalcarsi sotto il palco, per quanto si riusciva ad avvicinarsi, visto che i addetti alla sicurezza hanno fatto bene il loro lavoro. Tori, con un sorriso evidentissimo, spartisce col pubblico metà del suo verso provocatorio e popolarissimo; Tori: “M.I.L.F.” pubblico: “Don’t you forget!”. Da lì in poi l’entusiasmo non ha fatto che salire a rotta di collo. Poi suonano “Crucify”, il suo primo e di sicuro uno dei suoi più grandi successi, seguita da “Cornflake Girl” e “Caught A Lite Sneeze”, che portano la temperatura ancora più in alto.
Quando ho visto Tori anni fa a Vienna nel tour Strange Little Girls, l’euforia non era neanche lontanamente paragonabile a questa e pure la scelta dei pezzi era molto più “solo per fan accaniti”. Oggi un bel contrasto!
L’atmosfera è stata incredibile per tutto il concerto, nonostante non ci siano stati quasi discorsi al pubblico, a parte questo: “You’re absolutely amazing! It is really magnificent! We are very honoured to play here for you. I could play all night long until I just go poop!”. Beh, il sorriso sul suo volto diceva più di quanto potrebbe dire una frase stupida tipo “dove sono le mani!” o roba del genere. E non si può nemmeno ignorare il suo flirtare ininterrotto col pubblico e/o con i fotografi, che hanno avuto i loro cinque minuti proprio durante “Big Wheel”. Per tutto il tempo, a gambe larghe mentre suonava e con i fianchi maliziosissimi, ha sorriso in modo seducentissimo. E non di rado è rimasta anche di spalle al pubblico, con un piede sullo sgabello del pianoforte, accennando appena un ballo, e verso la fine del concerto suonava il piano e cantava anche in piedi.
Poco dopo Tori resta sola sul palco e decide di portare il tutto in un clima un po’ più intimo e raccolto, ma altrettanto emozionante. Il culmine di questa parte solista è stata senza dubbio la straordinaria esecuzione di “Winter” dal suo primo album Little Earthquakes (1992). E inutile sottolineare che il pubblico conosceva tutti i testi e li mormorava fedelmente insieme a lei. Splendido.
Il trio torna e tutti insieme suonano gli ultimi tre pezzi della parte ufficiale dello show, due da album precedenti, “Northern Lad” da From The Choirgirl Hotel (1998) e “God” da Under The Pink (1994), che fa risalire di nuovo il termometro della sala fino al punto di ebollizione. Chiudono con un brano dell’ultimo album, che nel testo si ricollega all’inizio del concerto, visto che è di nuovo un po’ più arrabbiato dei pezzi precedenti, cioè “Code Red”, “Victory is an elusive whore. She is as easily mine. As she is yours”. Stavolta la vittoria è stata dalla parte di tutti i presenti, sia di quelli sul palco che di quelli sotto.
La band esce e parte l’incitamento a farla tornare, il che era ovviamente previsto, visto che subito arriva di corsa sul bordo del palco la guardia del corpo personale di Tori, che dà ordine alla sicurezza di lasciare che il pubblico si avvicini completamente al palco. Subito dopo sono di nuovo tutti sul palco e tutto quello che era successo fino a quel momento in termini di livello di energia è stato addirittura superato nel bis. Suonano “Precious Thing” e “Bouncing Off Clouds”, entrambe potentissime e indomabili, come se davvero non dovesse finire mai. E se il bis era previsto, il secondo con ogni probabilità no, ma era obbligatorio, altrimenti non si poteva. Il quartetto torna e riparte proprio da dove aveva finito. “The Waitress”, canzone sull’odio sul posto di lavoro, che supera sé stessa e degenera nel desiderio di uccidere per gelosia. Beh, se sull’album (Under The Pink) il pezzo sembra cantato da una persona un po’ isterica, non del tutto in sé, qui sembrava uscire dalla bocca di una persona molto più psicopatica, che con la sua calma irrita già e alla fine sembra ancora più pericolosa, anche se in modo molto più latente. Davvero ultima è la splendida esecuzione di “Hey Jupiter” (Boys For Pele, 1996), che Tori ha suonato per tutto il tempo contemporaneamente al piano e all’organo. Evidentemente, dopo tutti questi anni di esecuzioni, il pezzo ha preso una vita completamente nuova, che lo ha davvero nobilitato.
Poi Tori, Matt, Jon e Steve si abbracciano ancora una volta e si inchinano al pubblico, e da lì in poi non c’erano davvero più molte possibilità di dove potessero ancora andare. Un finale davvero eccellente per un’eccellente esibizione di oltre due ore. Di sicuro uno dei migliori eventi musicali che hanno scosso e scuoteranno le nostre zone, anche se in gran parte piuttosto trascurato in termini di pubblico.
FOTO: Boštjan Malavašič
Scaletta
01.Yo George
02.Sweet Dreams
03.Theme From Exorcist
04.Almost Rosey
05.Devils And Gods
06.In The Spring Time Of His Voodoo
07.Professional Widow
08.Big Wheel
09.Crucify
10.Take To The Sky
11.Cornflake Girl
12.Honey
13.Caught A Lite Sneeze
14.»new wine«
15.Winter
16.Cooling
17.The Beekeeper
18.Northern Lad
19.God
20.Code Red
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21.Precious Things
22.Bouncing Off Clouds
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23.Waitress
24.Hey Jupiter
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