Traffic
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Traffic
Etichetta: Island Records
Uscita: 1968
Durata: 40:24
Voto: 4/5
I Traffic sono stati tra quei pionieri del prog rock che all’inizio della carriera venivano tirati in due direzioni stilistiche, cosa che spesso ha portato alla (inaspettata) nascita di alcune delle imprese compositive più eclettiche e innovative. Tra gli appassionati di allora erano piuttosto amati, perché fin da subito avevano dimostrato di saper creare, oltre a jam eclettiche, anche hit dal taglio melodico, ma nella band mancava la vera unità per potersi elevare a un livello artistico superiore. Il leggendario cantante e polistrumentista Steve Winwood, il batterista/cantante/paroliere Jim Capaldi (purtroppo scomparso) e il fiatista/bassista Chris Wood spingevano perché i Traffic si allontanassero dalle prime influenze psichedeliche e lasciassero campo libero a elementi blues, folk e jazz rock, mentre il chitarrista Dave Mason giurava sul pop psichedelico.
Il malcontento di Mason ha toccato il picco nel gennaio 1968, quando, dopo il successo del validissimo e, per lo sviluppo del primo rock progressivo, importantissimo debutto dei Traffic »Mr. Fantasy« (1967), ha deciso di lasciare i compagni dall’impronta più sperimentale. Da solo non ha resistito a lungo. Dopo essersi messo alla prova come produttore sul debutto dei Family, pionieri prog suoi coetanei, intitolato »Music in a Doll’s House (1968), dove ha conosciuto anche il futuro bassista di Blind Faith e Traffic Rick Grech, ha deciso di unire di nuovo le forze con i vecchi amici per il loro album successivo, dal titolo ultra semplice »Traffic«. Non immaginava nemmeno che quel disco avrebbe contenuto parecchi pezzi chiave della sua carriera di compositore e, con essi, anche alcuni dei brani più amati dei Traffic. Ma il lavoro nella band ha ripreso a stargli stretto, e così nell’ottobre 1968, ancora prima dell’uscita di »Traffic«, li ha lasciati per la seconda volta, contribuendo di conseguenza al loro (primo) scioglimento.
Nonostante la pessima chimica creativa e personale tra il trio Winwood/Capaldi/Wood da una parte e Mason dall’altra, questa instabilità su »Traffic« non si sente quasi per niente. Anche se l’album è per molti versi un tipico prodotto della sua epoca, alcuni brani sono tra i pezzi chiave della loro carriera, mentre le jam più brevi di raccordo sono una vera delizia per le orecchie di tutti gli amanti dei virtuosi rock dell”era romantica’. Su chi fosse il capo e la star della band non c’erano già allora dubbi. Winwood, che poco dopo lo scioglimento dei Traffic ha cofondato l’effimera superband Blind Faith, con i suoi passaggi scintillanti all’organo Hammond era la principale attrazione del primo sound dei Traffic, ed era già allora nell’élite dei cantanti rock.
Ciononostante i singoli arrangiamenti sono distribuiti in modo relativamente democratico, e su »Traffic« trova ampio spazio anche l’eclettismo di Mason alla chitarra elettrica e acustica. Ne è una bella prova già l’opening burlesca »You Can All Join«, dove Mason brilla con le sue variazioni chitarristiche scherzose, speziate di blues, mentre la sua voce sarcastica e serena mantiene un’atmosfera giocosa. Di brani così scherzosi i Traffic ne hanno sfornati parecchi nella loro carriera. »Pearly Queen«, con il capobanda Winwood in vena di burla come protagonista, è un altro esempio di questa sfacciataggine satirica: oltre al riff di chitarra blues un po’ inciampante e all”armonica che nitrisce’, anche il testo di Capaldi sfiora l’umorismo da bagno con un’allusione alla ‘collana di perle’ femminile come finale dell’atto sessuale.
Il senso di Mason per i pezzi pop compatti su base blues emerge nel classico dei Traffic »Don’t Be Sad«, bell’esempio di ottime armonizzazioni vocali dei due cantanti principali, soprattutto nel ritornello melodico. »Who Knows What Tomorrow May Bring« è un pezzo un po’ enigmatico, con Winwood che stende passaggi scintillanti all’organo Hammond, il tutto unito al suo approccio vocale appassionato e magnificamente armonizzato, in cui non mancano nemmeno elementi soul, accanto agli interventi batteristici sparpagliati di Capaldi. »Feelin’ Alright?«, dal taglio folk rock, cantata e scritta dall”intrattabile’ Mason, è diventata uno degli evergreen più amati dei Traffic, ha avuto una serie di cover e ha portato un bel successo a interpreti diversissimi come Joe Cocker, Grand Funk Railroad, Three Dog Night, Rare Earth e The Jackson 5. Il ritornello melodico ti si pianta subito nelle orecchie, mentre anche il sassofonista Wood si fa notare con improvvisazioni audaci.
»Vagabond Virgin« trasuda il tipico humour nero inglese, che nel caso dei Traffic è sempre stata la cosa più naturale, mentre grazie a un uso dinamico delle percussioni vi regna un battito ambient ‘caraibico’. Un pizzico di folk lo mette anche il flauto di Wood, mentre le armonie vocali dal sapore umoristico sotto il comando di Mason fanno scoppiare a ridere ogni volta. »(Roamin’ Thru The Gloamin’ with) 40,000 Headmen«, un altro esperimento folk rock, stavolta con Winwood alla voce solista, contiene un testo insolito su un avventuriero immaginario che viene ferito nel bel mezzo del saccheggio di un tesoro nascosto. Non mancano improvvisazioni varie di flauto e percussioni.
Sul più jazzato »Cryin’ to Be Heard« lo scettro vocale torna a Mason, che sullo sfondo gode di un generoso accompagnamento delle armonie vocali di Winwood, mentre nel mezzo si insinua anche il sax soprano decisissimo di Wood. »No Time To Live« ha un’atmosfera più cupa grazie ai passaggi drammatici di organo Hammond e pianoforte e al sax malinconico, mentre l’approccio vocale teatrale di Winwood, per cambiare terribilmente serio, è corroso dal dolore. Nella conclusiva »Means to an End« Steve fa rivivere il suo amore per il blues e, tra ritmi saltellanti e decisi passaggi di chitarra, sfodera una prova vocale appassionatissima. Anche l’edizione CD di »Traffic« del 2000 contiene alcune bonus track, tra cui due pezzi apparsi nel film »Here We Go Round the Mulberry Bush« che stanno sullo stesso livello qualitativo del materiale ‘regolare’: »Here We Go ‘Round the Mulberry Bush« e »Am I What I Was Or Am I What I Am«. Le altre tre bonus track sono comparse sul terzo album dei Traffic, »Last Exit« (1969), uscito dopo il loro (primo) scioglimento.
Per una band che aveva problemi di lealtà con il chitarrista fondatore e principale, è difficile credere che l’album »Traffic« nel suo insieme sia venuto fuori così bene, regalando perfino qualche indimenticabile classico dei Traffic. Ma, come detto, la situazione non è durata a lungo e quando nel 1969 Winwood ha deciso di tentare la fortuna con i Blind Faith sembrava la fine di tutto; però le stelle dei Traffic erano ancora favorevoli e nel 1970 si sono ritrovati per caso, più forti che mai, ma senza Mason in formazione. Quest’ultimo, a parte una breve rimpatriata live durante il tour dei Traffic del 1971, non ha più voluto far parte della loro storia e si è dedicato piuttosto alla carriera solista.
Formazione
Steve Winwood – voce, chitarra, pianoforte, tastiere, organo, basso
Dave Mason – voce, chitarra, armonica
Jim Capaldi – batteria, percussioni, cori
Chris Wood – flauto, sax soprano, sax tenore, basso, percussioni, campanelli
Produzione
Jimmy Miller
Tracklist
1. You Can All Join In (3:40)
2. Pearly Queen (4:21)
3. Don’t Be Sad (3:25)
4. Who Knows What Tomorrow May Bring (3:15)
5. Feelin’ Alright (4:20)
6. Vagabond Virgin (5:22)
7. Forty Thousand Headmen (3:14)
8. Cryin’ To Be Heard (5:12)
9. No Time To Live (5:20)
10. Means To An End (2:35)