Transatlantic, il trionfo degli epic prog rock (2014)
Luogo: Monaco di Baviera / Muffathalle / Germania
Data: venerdì, 07.03.2014
La Muffathalle, praticamente nel cuore di Monaco di Baviera, ha ospitato stavolta la superband internazionale Transatlantic, che agli appassionati di prog rock non c’è certo bisogno di presentare nel dettaglio, visto che è composta da membri attuali o passati di band celebrate e side project di ogni tipo. I due fondatori, il cantante e polistrumentista Neal Morse, a suo tempo nei revivalisti prog rock americani Spock’s Beard, e Mike Portnoy, ormai ex batterista dei Dream Theater, nel 2009 decisero che, dopo una lunga assenza, era arrivato il momento di «darsi una svegliata» e riportare la superband sulla scena musicale.
Contattarono subito i loro soci europei, il chitarrista/cantante svedese Roine Stolt (The Flower Kings, ex-Kaipa) e il bassista Pete Trewavas (Marillion). Il risultato finale dei Transatlantic appena rinati fu il loro terzo album «The Whirlwind» (2009) e il lungo tour che ne seguì l’uscita. Nemmeno negli anni successivi il quartetto di maestri della musica e compositori di altissimo livello è rimasto con le mani in mano: è nato così il quarto album dei Transatlantic, intitolato «Kaleidoscope» (2014), che si può tranquillamente definire il loro miglior lavoro finora. Pieni di freschezza e di slancio, a cui di certo ha contribuito anche l’alto piazzamento del nuovo album nelle classifiche tedesche e olandesi, si sono lanciati nella parte europea del tour di «Kaleidoscope» e fra le prime date hanno scelto proprio Monaco di Baviera.
Per nostra fortuna stavolta non c’era nessuna band di supporto a farci saltare i nervi o a succhiarci l’energia positiva prima dell’attrazione principale della serata, come succedeva fin troppo spesso in passato, però un po’ di inutile malumore l’hanno servito i prezzi da mal di testa dei vari «souvenir» dei Transatlantic, mentre l’atteggiamento apatico di Portnoy verso i fan della sua musica, accanto ai quali è passato prima del concerto come se nemmeno esistessero, è un capitolo a parte. Anche il fatto che prima di salire sul palco i Transatlantic mandassero in loop le proprie cover di classici del prog, quelle finite nel bonus disc dell’edizione speciale dell’ultimo album, a qualcuno è sembrato un po’ respingente e autoreferenziale, come se i membri della band non sopportassero la musica degli altri e coltivassero una specie di complesso di superiorità. Ovviamente tutto questo non ha avuto alcun effetto sull’esibizione vera e propria della superband, che ha soddisfatto e appagato tutte le nostre grandi aspettative, e questa era la cosa che contava di più.
Dopo una breve introduzione orchestrale, i Transatlantic hanno aperto il concerto con «Into the Blue», la suite d’apertura del nuovo album, annunciando così una serata dominata per lo più da superepici prog rock, ovvero suite in più parti, di oltre 20 o addirittura oltre 30 minuti. Neal Morse, che ha suonato gran parte delle tastiere e cantato la maggior parte delle parti vocali, è di gran lunga la presenza scenica più carismatica dei quattro maestri, come abbiamo potuto constatare per bene a ogni esecuzione dei cavalli di battaglia dei Transatlantic quella sera. Neal è un attore nato, ha una mimica da palco eccezionale e una presenza vocale altrettanto forte, quindi non stupisce che alcuni critici musicali lo abbiano definito un «Peter Gabriel americano», paragone che suona sicuramente un po’ esagerato, ma non c’è dubbio su chi sia il suo principale modello sul palco. Già l’aspetto di Neal, un mix fra il «parente perduto» di Quentin Tarantino e un giovane Jack Lemmon, gli permette di sfruttare al massimo il suo grande carisma, mentre le sue doti vocali con gli anni si sono solo «nobilitate».
Morse alla chitarra acustica è bravo almeno quanto alle tastiere, come abbiamo visto durante il breve numero in coppia con Stolt, e se la cava bene anche con altri strumenti, batteria e basso compresi. Peccato solo che Neal, dopo la fatidica «visione» del 2002, quando «Dio gli ordinò di lasciare gli Spock’s Beard», dedichi metà della sua energia creativa e del suo tempo alla predicazione e alle esibizioni religiose nelle chiese, cosa che si sente anche nella maggior parte dei suoi testi, sia solisti sia dei Transatlantic: altrimenti si sarebbe guadagnato già da un pezzo uno status leggendario, che fra chi è attivo dagli anni Novanta in poi spetta soltanto a un pugno di musicisti prog rock (tre o al massimo quattro).
Mike Portnoy non è carismatico, e ancora meno un tipo positivo, cosa di cui i fan storici dei Dream Theater sono consapevoli da un pezzo (e non solo dopo la sua uscita), ma gli calza a pennello il ruolo del brontolone chiacchierone e al tempo stesso divertente, con la barba blu, che ogni tanto stuzzica il pubblico con qualche battuta spiritosa, come quella proprio all’inizio del concerto, quando ha preso in giro un cartello che qualcuno nelle prime file teneva alto sopra la testa. Sopra c’era scritto «Portnoy is the shit», e a lui piaceva. Di sicuro avrebbe reagito in tutt’altro modo se ci fosse stato scritto «Portnoy is shit», come ha buttato lì lui stesso. Mike è ovviamente ancora una «belva» della batteria, di quelle che nel mondo dei batteristi ce ne sono poche, quindi vederlo suonare è sempre una gita obbligata per tutti i giovani batteristi curiosi che vogliono imparare a suonare in tutti i generi possibili. Ai tempi dei Dream Theater le sue doti vocali sono state criticate più volte, ma in realtà è tutt’altro che un cattivo cantante, e la sua voce «psichedelica» nelle sezioni giuste, con il giusto sfondo sonoro, risulta davvero divertente.
Il maestro della chitarra Stolt, nello stile del proverbiale svedese freddo, è come previsto apparso riservato sul palco, con la sua postura da «professore», e così ogni movimento improvviso e scattato o braccio alzato sopra il manico della chitarra, per non parlare di un sorriso, è stato una grande sorpresa. Le sue acrobazie chitarristiche, soprattutto gli assoli, sono state un capitolo a parte e, come sempre quando si parla di lui, una combinazione raramente ascoltata di melodia, precisione e invidiabile velocità nello strapazzare le corde, mentre come cantante ha brillato soprattutto nelle sezioni che per stile ricordavano la sua band «madre», cioè The Flower Kings. Il pacato ma di ottimo umore Trewavas è stato per tutto il concerto il membro più saltellante della squadra Transatlantic, il che non sorprende nessun fan dei Marillion, visto che da tempo tutti sanno bene com’è Pete sul palco. Con le sue linee di basso melodiche ma complesse, posate con precisione, ha entusiasmato giovani e vecchi, e ha brillato in particolare in entrambi i brevi interventi vocali, così che ogni membro di questo splendido quartetto prog rock si è cimentato anche al canto.
Al posto di Daniel Gildenlöw (Pain of Salvation), che di solito li accompagnava nei tour passati, è salito sul palco come membro ospite Ted Leonard (Spock’s Beard, Enchant), cosa che ha fatto particolarmente felici tutti i fan degli Spock’s Beard, che si sono ritrovati sul palco allo stesso tempo l’ex e l’attuale cantante di questa meravigliosa band prog rock americana. I Transatlantic non avrebbero potuto desiderare un cantante di supporto più adatto, perché Leonard e Morse si sono incastrati alla perfezione nelle armonie vocali, soprattutto nelle sezioni che avevano il battito stilistico e atmosferico degli Spock’s Beard. Leonard ha aiutato Morse e Stolt con linee di sintetizzatore aggiuntive, chitarra ritmica e cori. I suoi momenti solisti nei brani scelti sono stati rari e brevi, ma fra i cantanti solo Morse ha ricevuto un applauso più grande. Per una parte della squadra di Rockline era già il terzo incontro dal vivo con Ted, e ogni volta era membro di una band diversa: la prima volta l’abbiamo visto con gli Enchant, la seconda con gli Spock’s Beard e la terza con i Transatlantic.
Morse, con il suo organo Roland V-7, era piazzato nell’angolo sinistro del palco, mentre in quello destro c’era Portnoy, con la batteria sistemata in modo da poter guardare direttamente verso Neal, cosa speciale e per lui di sicuro un’esperienza divertente. Dopo «Into the Blue» è arrivata un’esecuzione non meno impressionante dell’epic di 16 minuti «My New World», tratto dal debutto dei Transatlantic «SMPT:e» (2000», e si vedeva subito che anche nei brani più vecchi tutti i musicisti sul palco si divertono non meno che con il materiale nuovo: tutto è stato suonato in modo da sogno, mentre le armonie vocali erano un vero balsamo per corpo e anima. L’impianto audio in sala è stato eccellente per tutto il tempo, quindi non c’era alcuna differenza sostanziale, a prescindere da dove ci si trovasse in mezzo al pubblico durante tutto il concerto.
Con la risvegliante e leggermente psichedelica «Shine», anch’essa dal nuovo album, i quattro «astronauti» prog rock sono un po’ «atterrati» e hanno mostrato che non sono estranei nemmeno a pezzi più «compatti» (compatti per i loro standard), e che si tratta di musicisti che in altri tempi avrebbero potuto scrivere anche grandi hit pop, se ne avessero avuto voglia, cosa che vale soprattutto per il versatile Morse, mentre chi ha più esperienza nello scrivere brani con potenziale da hit è senza dubbio Trewavas. Lo sfondo colorato delle proiezioni grafiche è cambiato all’improvviso: dalla copertina verde-azzurra di «Kaleidoscope» si è passati a una combinazione giallo-arancio, quella della copertina di «Whirlwind». «Whirlwind» è allo stesso tempo un album e un brano che dura ben 77 minuti, quindi non c’era da aspettarsi che i Transatlantic lo eseguissero per intero.
Hanno invece organizzato «Transatlantic Medley», in cui hanno condensato le sezioni migliori di questo stupefacente epic prog revivalista, e durante l’esecuzione tutti i membri della band, compreso l’ospite Leonard, hanno brillato allo stesso modo. Con «Beyond the Sun» sono tornati a «Kaleidoscope», che ha raggiunto il suo apice nella serata con il superepic che dà il titolo all’album, una vera orgia di brillantezza prog rock «old school», in cui hanno ancora una volta unito le loro straordinarie capacità virtuosistiche per creare arrangiamenti sinfonici magici, stendere melodie seducenti, organizzare cambi di tempo imprevedibili e tessere ritornelli epici. È stato senza dubbio il primo dei due grandi picchi della serata.
Dopo il trionfo di «Kaleidoscope» tutti, tranne Neal e Roine, hanno salutato e lasciato il palco ed è arrivato il momento del numero in coppia: un breve duello di chitarre finito in parità. Durante il pezzo Neal si è concesso anche una breve burlesca e ha suonato e cantato al volo il motivo principale dell’evergreen country «Ring of Fire» (Johnny Cash). Il concerto si avviava piano piano verso la parte finale ed è arrivato il momento di «We All Need Some Light», forse la creatura più nota e amata dei Transatlantic, che Neal, il suo autore, ha cantato con un trasporto quasi religioso, cosa non sorprendente, soprattutto vista la sua dimensione spirituale nel messaggio e nel testo. L’esecuzione di «Black As the Sky» ha significato che i Transatlantic quella sera hanno suonato l’intero «Kaleidoscope», impresa comunque impressionante, anche se sono capaci di tante altre cose che per un comune «mortale» della musica sono inconcepibili.
Dopo una breve pausa sono tornati sul palco e hanno suonato la suite di 30 minuti «All of the Above», che arriva dal loro debutto, così che si è realizzato definitivamente l’annuncio di Portnoy all’inizio del concerto, ossia che la serata sarebbe stata segnata dalle suite epiche. Il concerto non sarebbe stato completo senza almeno un brano dal secondo album «Bridge Across Forever» (2001), e siccome i Transatlantic offrono ai loro fan solo il meglio, hanno scelto il pezzo più impressionante di quell’album: il super epic di 30 minuti «Stranger in Your Soul», con cui hanno messo in scena il secondo picco della serata. Quella sera non abbiamo sentito nessuna cover di altri artisti, e per certi versi è stato giusto così, perché i membri dei Transatlantic si rendono conto sempre di più che dalla reunion del 2009 sono diventati una vera band, con cuore e anima, e non più solo un side project per «ammazzare il tempo libero» e fare contenti quei riccastri del prog a cui non va di andare ai concerti delle band «madre» di questo quartetto di maestri.
I Transatlantic sono venuti, hanno suonato e hanno vinto. Il loro concerto alla Muffathalle è stato una vera leccornia per tutti i buongustai di symphonic prog. L’energia per suonare suite epiche da 20 o 30 minuti a questi inarrestabili esaltati del prog non manca tanto facilmente, il che, per dei tizi che hanno già «incontrato Abramo» o gli si stanno avvicinando (Portnoy), merita senz’altro un inchino profondo. Ancora più lodevole è la capacità di riempire il pubblico di energia positiva e buone vibrazioni per tutto il concerto, perché in mezzo a tutte le complesse variazioni ritmiche e alle imprevedibili cavalcate soliste che governano le singole composizioni, è sempre presente uno splendido senso della melodia e della trasmissione di messaggi di vita che parlano un «linguaggio universale» e vanno oltre le vedute inquadrate di Neal. Questo significa anche che ogni amante del prog rock sinfonico con radici old school trova sempre qualcosa di interessante in un concerto dei Transatlantic, e vederli dal vivo è sempre un’esperienza unica.
testo: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
SCALETTA:
The Orchestral Whirlwind (intro)
1. Into the Blue
2. My New World
3. Shine
Whirlwind Medley
4. Overture (Abridged)
5. Rose Colored Glasses
6. Evermore
7. Is It Really Happening?
8. Dancing With Eternal Glory (Whirlwind (Reprise) section)
9. Beyond The Sun
10. Kaleidoscope
11. Guitar Duet (Morse & Stolt)
12. We All Need Some Light
13. Black as the Sky
—bis—
14. All of the Above (Full Moon Rising/October Winds)
15. Stranger in Your Soul (Slide/Stranger In Your Soul)

















































