Tre ore di musica depressiva con Steven Wilson (2016)
Autore: Primož Novak
Luogo: Orpheum/Graz/Austria
Data del concerto: 24.04.2016
Prezzo del biglietto: 31€
Se ascolti prog rock, oggi il nome di Steven Wilson è difficile da evitare, anche se giuri solo sul vecchio progressive. Steven Wilson è infatti uno che insiste nel dire che il prog non ha ancora perso né creatività né apertura mentale, e nel suo caso lo si vede dalla fusione unica tra stile moderno e vecchia scuola. Si è costruito la carriera con la band di culto Porcupine Tree, negli ultimi anni si è dedicato alla carriera solista, dove porta avanti la sua missione, allarga la sua visione e, ovviamente, mostra l’universalità del progressive rock. Il suo essere stakanovista si vede nella carriera solista di successo, per la quale ha mollato a tempo indeterminato i Porcupine Tree e una marea di altri progetti. Ogni album è speciale e, dopo tutti questi anni, Wilson è rimasto imprevedibile e al top delle sue forze, come dimostrano le uscite regolari e i tour continui. Ogni anno passa dalle nostre parti e presenta il suo lavoro a fondo. Ad aiutarlo, ovviamente, c’è una squadra di professionisti su cui può sempre contare.
Nel 2015 Wilson ha pubblicato Hand. Cannot. Erase., un altro album accolto benissimo, che ha deciso di promuovere anche nel 2016. Nella seconda tranche del tour europeo si è quindi fermato di nuovo dalle nostre parti, più precisamente a Graz, in Austria, nella piacevole sala dell’Orpheum.
Scocca l’ora delle otto, le proiezioni mostrano le luci di un condominio che si spengono piano piano e pochi minuti dopo sale sul palco per primo lo straordinario tastierista Adam Holzman, che con una delicata intro di pianoforte apre la lunga epopea, partita con l’esecuzione integrale del già citato album più recente. Poi sono arrivati sul palco Steven Wilson, il bassista Nick Beggs, il chitarrista David Kilminster e il batterista Craig Blundell. La band ha suonato il primo lungo brano, 3 Years Older, che ha mostrato alla grande quanto fosse affiatata. Ma dubbi, qui, non ce n’erano proprio. Il chitarrista David Kilminster, che tra l’altro ha suonato nel tour The Wall di Roger Waters, ha preso alla grande il ruolo del professore pazzo Guthrie Govan, assente perché in tour con Hans Zimmer. Forse Kilminster aveva un suono un po’ diverso, ma deviazioni di rilievo non se ne sono sentite. Anche il batterista Craig Blundell si è studiato per bene quelle parti ostiche di Marco Minnemann, pure lui assente per altri progetti. Poi Steven Wilson ha parlato per la prima volta e ha annunciato uno show lunghissimo, diviso in due parti. Soprattutto gli piaceva fare lo spiritoso e col suo cinismo ha fatto ridere più volte tutta la sala. Durante Hand. Cannot. Erase si è inceppato qualcosa, perché la chitarra di Wilson non funzionava e il suo tecnico ha cercato di sistemare il guasto per tutta la canzone. Il pezzo è stato comunque portato fino in fondo, con Kilminster che ha coperto furbescamente la chitarra di Wilson. Wilson si è scusato per l’inconveniente e ha proseguito col suo set. Prima di Routine, che è davvero un brano triste, ha scherzato di nuovo su se stesso dicendo di essere uno str**zo infelice, ma poi ha anche spiegato come interpreta la tristezza attraverso l’arte e cerca di darle dimensioni particolari, di cui Routine è un esempio perfetto. Prima ancora che la band attaccasse il pezzo, Wilson ha aggiunto che la cantante Ninet Tayeb, che canta nella registrazione in studio, non è in tour con loro, e ha detto: »Ninet comunque è qui, la sentirete grazie alla tecnologia Apple.« Anche se la Tayeb sul palco non c’era davvero, l’effetto di Routine ha centrato l’obiettivo; come ciliegina, sul videoschermo è passato anche il triste videoclip. Wilson e soci hanno confermato per tutto il tempo la loro forma strepitosa e con Home Invasion e Regret #9, legate in un unico pezzo, hanno mostrato una preparazione tecnica eccezionale e tanta, tanta scuola, con i membri che si sono messi in luce negli assoli. Poi è arrivata una breve quiete con Transience, dove Nick Beggs ha imbracciato anche la chitarra acustica, il quarto strumento che ha suonato in questo concerto. Naturalmente il suo ruolo principale era quello di bassista, ma ha preso in mano anche il chapman stick, e ha strimpellato un po’ pure il pianoforte, pensato per Wilson quando non suonava chitarra o basso. Beggs ha contribuito tra l’altro con un sacco di voci. Va detto anche che Wilson suonava il basso e Beggs il chapman stick, quando arrivava qualche parte più incisiva, e così il suono risultava ancora più completo. Senza dubbio Wilson è uno che nei suoi live ci mette un’enorme dedizione. Tornando al concerto, dopo il pezzo ammorbidito la band ha servito probabilmente il brano più vario dell’ultimo album, Ancestral. Con questo, infatti, Wilson mette dentro elementi di prog e rock psichedelico e verso la fine arriva una parte distorta potentissima, parecchio tinta di metal. Qui il batterista Blundell ha zittito definitivamente gli scettici, portando il pezzo al culmine con ottimi passaggi e reazioni fulminee. Con Happy Returns Wilson ha aggiunto al repertorio un po’ di allegria. Il brano suona infatti molto simile a Trains dei Porcupine Tree: è contagioso, melodico e per nulla complicato. La band è poi uscita di scena, è rimasto solo il tastierista Adam Holzman, che ha chiuso in breve il primo set. Sono seguiti venti minuti di pausa, poi Wilson ha promesso brani dagli album precedenti.
Wilson e soci hanno aperto la seconda parte del concerto con Dark Matter, che ha mandato in estasi soprattutto i fan più accaniti dei Porcupine Tree. Il brano viene infatti dal periodo iniziale dei Porcupine Tree, quando la band puntava di più sul rock psichedelico. Poi Wilson ha suonato Harmony Korine, toccando così il primo album della sua carriera solista, che è un po’ diverso dagli album attuali. Quest’anno Wilson ha pubblicato anche l’EP 4½, che fa da prodotto intermedio tra l’album attuale e quello nuovo, in uscita probabilmente verso l’anno prossimo. Sono brani che in qualche modo non sono riusciti a finire sull’album, o non erano abbastanza adatti per entrarci. Anche se poteva trattarsi di semplici b-sides, Wilson ha dimostrato il contrario con My Book of Regrets. Il brano è vario, gli assoli spiccano e allo stesso tempo è imprevedibile. Con Index Wilson ha toccato un album piuttosto faticoso, ma al tempo stesso stranissimo, Grace for Drowning. Forse Index non era nemmeno l’esempio migliore, visto che l’album vanta alcuni brani davvero ottimi. È seguito un altro lungo annuncio, in cui Steven Wilson ha raccontato che dall’inizio di questo lungo tour sono morti due dei suoi più grandi idoli, David Bowie e Prince. A Bowie ha reso omaggio con Lazarus dei Porcupine Tree, ricordando che Bowie sul suo ultimo album ha intitolato un pezzo proprio Lazarus. Con questo brano è finalmente toccato a quegli intenditori dei Porcupine Tree che giurano sui pezzi più emozionali della band. Lo stesso vale per il malinconico Don’t Hate Me. Poi davanti al palco è calato il sipario, ormai una costante nel repertorio di Wilson. Con una tenda trasparente la band si ritira più sullo sfondo e dà la precedenza alle proiezioni. Con Vermillioncore hanno raggiunto un effetto psichedelico straordinario, a tratti sembrava che la band si fosse ispirata a qualche gruppo space rock. È seguito ancora il brano dei Porcupine Tree Sleep Together. Un pezzo atmosferico e malinconico, che dietro il sipario ha ottenuto un effetto speciale e ha fatto capire che Wilson voleva portare il brano sul palco con uno scopo molto particolare. Alla fine il sipario è caduto e la band è uscita di nuovo di scena.
L’applauso è stato lungo e Wilson, dopo una breve pausa, è tornato per chiudere questo lungo, epico concerto. Nel suo discorso ha detto che Prince è stato uno degli idoli più importanti della sua carriera. Per evitare fraintendimenti ha aggiunto che ovviamente ascoltava anche i Genesis, che però per lui erano »fottutamente poco sexy«, perché cantavano, tra le altre cose, di verdure. Di Prince invece ha detto di tutto e di più, in superlativi, e ha annunciato la cover di Sign “☮” the Times, con cui ha omaggiato il suo idolo. Anche se Wilson non può cantare come Prince, il pezzo è stato suonato in modo eccezionale. Va sottolineato, tra l’altro, che la band ha iniziato a suonarlo da poco in tour, così ha potuto fare un po’ di pratica prima delle date. In più Wilson ha dato al brano il suo tocco stilistico, il che merita tutto il rispetto. Sono seguiti ancora due pezzi, uno allegro e uno triste. Durante il concerto Wilson ha anche valutato il pubblico, dicendo che non riesce a definirlo, cosa che conta al massimo come un punto in più, perché nemmeno la sua musica si può definire subito. Ha aggiunto anche una battuta sui metallari, che al concerto di Vienna erano parecchi, tutti barbuti, capelloni e con magliette orribili. Qualche metallaro, in effetti, c’era anche a questo concerto. Due tizi tosti hanno perfino fatto roteare la chioma nelle parti più pesanti, per dimostrare la loro appartenenza, ma alla fine la cosa è risultata letteralmente comica. Tornando al concerto vero e proprio, Wilson ha proposto The Sound of Muzak dei Porcupine Tree, dicendo che si poteva cantare insieme a lui, perché è uno dei suoi rari pezzi semplici e »catchy«. La chiusura con The Raven That Refused to Sing è stata senza dubbio triste, ma allo stesso tempo bellissima. Peccato che sia stato anche l’unico brano del fenomenale album precedente, il che forse non ha soddisfatto del tutto chi giura su quel disco.
Sul concerto in sé non c’è nulla di cui lamentarsi. Steven Wilson e la sua squadra hanno suonato per tre ore, e anche se questa data ha avuto l’affluenza più bassa di tutto il tour, non si è notato che Wilson ci abbia messo meno impegno o che abbia suonato il tutto in modo più routinario. Lo dimostravano anche la sua energia e la sua voce, spinta fino al limite delle possibilità. Di certo all’Orpheum di Graz Steven Wilson ha fatto in modo che chi era lì si ricordasse benissimo il suo concerto. Con musicisti eccezionali, proiezioni, un’illuminazione di palco da urlo e brani vari ed epici, il suo show è stato un vero piccolo spettacolo.
foto: Anja Ivanovič
Scaletta
Set 1 (Hand. Cannot. Erase.):
1. First Regret
2. 3 Years Older
3. Hand Cannot Erase
4. Perfect Life
5. Routine
6. Home Invasion
7. Regret #9
8. Transience
9. Ancestral
10. Happy Returns
11. Ascendant Here On…
Set 2:
12. Dark Matter
13. Harmony Korine
14. My Book of Regrets
16. Index
17. Lazarus
18. Don’t Hate Me
19. Vermillioncore
20. Sleep Together
—bis—
21. Sign “☮” the Times
22. The Sound of Muzak
23. The Raven That Refused to Sing
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