U.D.O. & Das Musikkorps der Bundeswehr: We Are One
Etichetta: AFM Records
Data di uscita: 17. 7. 2020
Produzione: U.D.O.
Durata dell’album: 74.58 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.0/10
Ce l’abbiamo fatta, alla fine. Il nuovo album degli U.D.O. è, e lo diciamo con orgoglio, anche il primo disco degli U.D.O. su cui ha messo la firma il bassista sloveno Tilen Hudrap dopo essere entrato in formazione. E stavolta, se vuoi, pure di natura “stramba”. In realtà questo album è tanto un disco degli U.D.O. quanto un disco dell’orchestra di stato dell’esercito tedesco, sessanta elementi (Musikkorps der Bundeswehr), che ci ha partecipato alla pari. Gli U.D.O. hanno alle spalle diverse esperienze di collaborazione con orchestre. Ma «solo» dal vivo. Nel 2015 si erano già esibiti con l’orchestra di stato dell’esercito tedesco al leggendario Wacken Open Air festival. Curioso, però, che la band abbia pubblicato più tardi un documento live in cui ha eseguito i suoi classici U.D.O. nell’album «Navy Metal Night» in compagnia dell’orchestra della marina Marinemusikkorps Nordsee.
Udo Dirkschneider, il tipo che da tutti questi anni vediamo sui palchi conciato da disertore militare, ha finalmente fatto fruttare il suo look. Stavolta, per comporre il materiale, ha unito le forze con i vecchi compagni, anche loro ex Accept, Peter Baltes e Stefan Kaufmann. Quest’ultimo, va detto, è stato per anni nella formazione stabile degli U.D.O., finché nel 2012 non è andato «in pensione». Aggiungi l’apporto alla pari, tra arrangiamenti e composizione, del direttore d’orchestra e tenente colonnello Cristoph Scheibling e di altri due compositori dell’orchestra di stato dell’esercito tedesco, Guido Rennert e Alexander Reuber, e ottieni l’album «We Are One», che è decisamente una bestia a modo suo.
In realtà la forma dei brani degli U.D.O. è da anni una costante ben delineata. Una costante che non cambia. Ovvio che qua e là ricordi i vecchi Accept. Punta sulla sacra semplicità, ma allo stesso tempo insegue sempre un impatto tagliente e devastante, che mette il tipico urlo da sirena di Dirkschneider rigorosamente in primo piano. Anche stavolta sarebbe andata così, se… L’apporto dell’orchestra è il fattore che aggiunge al formato prevedibile dei pezzi così tanti momenti extra di movimento negli arrangiamenti che «We Are One» si può paragonare alle classiche manovre di incrocio del rock, o meglio, dell’incrocio tra metal e opera, con cui nelle loro carriere se la sono cavata egregiamente già Blind Guardian, Rhapsody (in tutte le varianti del nome, va be’), Nightwish, Avantasia, Ayreon, per citarne solo alcuni. L’album acquista – per la sua natura musicale un po’ atipica rispetto agli altri album degli U.D.O. (confronto che stavolta ti sconsiglio) – attributi per cui il risultato finale è affine agli elementi musicali dell’euro power metal. Cioè, grazie al «kitsch» orchestrale, o più elegantemente all’abbondanza di arrangiamenti orchestrali, che aggiungono quei prolungamenti e inserti teatrali, armonie corali comprese, alla postura primordiale degli U.D.O., per il resto ruvida, teutonica e che ti prende a calci dritti in bocca. In questa chiave caricaturale «We Are One» sarà ancora più vicino ai fan dei Sabaton, quei verdi beffardi che non molto tempo fa hanno rubato in modo così irrispettoso all’Udo alla Mosè anfibi, pantaloni e camicia militari.
Dopo quanto scritto sopra diventa subito chiaro che «We Are One» richiede molta più pazienza al fan medio degli U.D.O. di quanta ne chiederebbe un album degli U.D.O. costruito sulla già nota messa cantata della purezza heavy metal. Udo e compagnia devono essersi proprio divertiti a creare questo disco, perché nel dialogo così stretto con l’orchestra hanno aperto tanti capitoli inesplorati del loro percorso musicale, portando in studio una montagna di sfide stuzzicanti, come non ne avevano mai affrontate in carriera. Gli U.D.O. e l’orchestra hanno trovato in tutto un dialogo estremamente conciliante e contemplativo, che lungo l’album mantiene benissimo, o addirittura rafforza, la drammaticità teatrale che l’heavy metal già di suo si porta dietro. Pandemonium, che apre il disco, annuncia tutto questo fin dall’inizio. Nel ritornello il pezzo diventa persino pittorescamente sinistro (soprattutto grazie al modo in cui il celebre cantante ‘tira’ per contrasto quella parola mentre canta), ed è anche il momento più cupo dell’album. Un catalizzatore d’apertura a cui, per broncio, si avvicina più di tutte la conclusiva We Strike Back. Quest’ultima, soprattutto nella strofa, porta un po’ di nostalgia per l’ansimare alla Fast As A Shark degli Accept.
In generale questo progetto non è solo molto audace, ma soprattutto riuscito. Ha unito due mondi musicali in un corpo eccellente e insolito, un’opera metal che diverte di continuo anche a teatro. Mother Earth porta di sicuro un lontano sottofondo di parentela con il celebre riff degli Accept di Metal Heart, ma la presenza dell’orchestra è così marcata che certi dettagli li scopri solo dopo qualche ascolto. Poi c’è Rebel Town, con uno dei ritornelli più contagiosi del disco, in cui la band entra costruendo l’atmosfera dentro un pre-ritornello inserito alla grande, che nel ritornello, ricoperto di tonanti armonie corali, fa venire la pelle d’oca. Anche stavolta la band si è ritagliata abbastanza spazio per un’altra mossa di melos russo così popolare da far il solletico, che ovviamente risale ai tempi degli Accept, quando un teatro simile era stato interiorizzato benissimo in Future Is The Reason Why. Come se avesse infuso nel pezzo un pizzico di Prokof’ev e di melodie tradizionali cosacche, il che riempirà ancora di più il cuore di ogni fanatico degli U.D.O. Ma non farti portare troppo lontano. Perché è sempre meglio la vodka scaldata del kefir bollente.
L’album sale in modo pittoresco sul rovinoso Pandemonium, nel carisma delle manovre urlate e beate del vecchio volpone si porta a un livello atmosferico ancora più alto con l’eccellente title track e subito dopo Love And Sin, per arrivare, passando per la divertente e già citata Future Is The Reason Why e per l’epica e malinconica Children of the World, alla prima ballad. È Blindfold (The Last December), solida, ma la voce femminile principale non ha la stessa carica che avrà poco dopo nella midtempo Neon Diamond, dove il canto normale di Udo (di intonazione media) già nella strofa si intende alla perfezione con la marcata voce femminile, e il pezzo si apre teatralmente persino con un assolo introduttivo di sax contralto. I metallari irrigiditi alzeranno le sopracciglia. E non solo le sopracciglia: poco dopo tutta la faccia può diventare estremamente corrucciata con Here We Go Again, che (funky) ritmicamente allontana gli U.D.O. da qualsiasi cosa abbiano provato in passato, portando un altro gradito scarto dagli standard, con un momento di assoluta sorpresa. Se conosci il brano Buried Alive di Rick Wakeman, con Ozzy ospite alla voce, avrai più o meno una bussola per capire cosa aspettarti qui. Ci sono tre strumentali: Blackout, Beyond Gravity con i canti da sveglia e divertenti di Udo Dirkschneider (nella parte finale) e la conclusiva Beyond Good And Evil, che ha elementi da colonna sonora per un film.
Smirnov e Dammers hanno insaporito i pezzi con fenomenali assoli di chitarra, che sono di fatto un elemento indispensabile: danno ulteriore movimento all’album e fanno da contrasto, o meglio approfondiscono, le singole atmosfere. Allo stesso tempo, in questo progetto ambizioso e in grande stile gli U.D.O. hanno caricato i loro testi di messaggi che invitano in modo allarmante a preservare la natura, a smettere di distruggere il pianeta, a conservare i valori tradizionali e a tollerare tutto ciò che è diverso. È ora di renderci conto che il pianeta è uno solo e che un altro così non c’è, e di aggrapparci alle altre leve che garantiscono la sua esistenza e con essa quella dei nostri discendenti. Gli U.D.O. in passato non hanno evitato ogni tanto una certa critica sociale, ma senza mai esagerare. Beh, nel nuovo album c’è un sacco di spazio per la sensibilizzazione a colpi di sermone in «lingua verde». Insomma, è anche una lettura musicale molto ecologista. Lo suggerisce già l’ampia prefazione all’album, che trovi alla seconda e alla terza pagina del booklet del tuo CD, che nel frattempo (e di questo sono certo) hai già nella tua collezione.
Ne è uscita di nuovo una recensione gigante, cosa che all’inizio non era affatto in programma. Anche su «We Are One» Udo canta ancora come una macchina ben oliata e affilata. Per uno che porta sulle spalle 68 anni è semplicemente affascinante. E, non ultimo. Con questo album si è avverato un suo sogno di lunga data, quindi questo traguardo si può di sicuro considerare uno dei vertici della sua lunga carriera musicale, di cui deve essere sicuramente molto orgoglioso. Gli U.D.O. annunciano già per l’anno prossimo il nuovo album in studio, che sarà di nuovo cucito nella maniera artigianale della scuola metal teutonica. «We Are One», considerata la situazione globale a cui assistiamo, è una mossa artisticamente ben calibrata, nata al momento giusto nel posto giusto. Un progetto in grande stile, riuscito in tutto, che sui palchi del mondo è per ora impossibile immaginare, a causa delle restrizioni di viaggio e di aggregazione ai concerti legate alla pandemia, ma sarebbe affascinante se un giorno potesse prendere vita anche dal vivo. Finché questa possibilità non c’è, ci resta più tempo da dedicare ai dettagli e alle piccolezze ascoltando questo progetto davvero riuscito e divertentissimo, che porta con sé la singolare e unica collisione tra la pittoresca retorica del metal degli U.D.O. e l’orchestra.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Pandemonium
2. We Are One
3. Love And Sin
4. Future Is The Reason Why
5. Children Of The World
6. Blindfold (The Last Defender)
7. Blackout
8. Mother Earth
9. Rebel Town
10. Natural Forces
11. Neon Diamond
12. Beyond Gravity
13. Here We Go Again
14. We Strike Back
15. Beyond Good And Evil
Formazione U.D.O.:
Udo Dirkschneider – voce
Andrey Smirnov – chitarra
Fabian “Dee” Dammers – chitarra
Tilen Hudrap – basso
Sven Dirkschneider – batteria
&
Das Musikkorps der Bundeswehr (direttore d’orchestra: Cristoph Scheibling)
