U.D.O.: Game Over

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Etichetta: AFM Records
Data di uscita: 22/10/2021
Produzione: Martin “Mattes” Pfeiffer
Durata dell’album: 68.57 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9,0/10


Non ci si può credere. Eccolo qui, infatti, il diciassettesimo album in studio dei veterani del metal teutonico U.D.O. Stracolmo di sedici pezzi e con quasi settanta minuti di durata (se vi procurate la versione giapponese, c’è pure un brano in più). Una grinta, una testardaggine che non ha rivali. »Game Over«! Il titolo ti dà l’impressione che sia tutto finito, come se l’umanità stesse vivendo i suoi ultimi giorni. A giudicare dal titolo e da tutta questa abbondanza di canzoni, la sensazione è sicuramente questa. Ma anche il predecessore »Steelfactory« (2018, RockLine recensione) era bello pieno. E allora? »Game Over« è di nuovo un lavoro in studio impeccabile e solidissimo, che dal punto di vista qualitativo mantiene l’ispirazione eccezionale del predecessore »Steelfactory«. Ma come fa una leggenda, e una delle voci più riconoscibili nella storia dell’heavy metal, che all’inizio di aprile di quest’anno compirà tondi tondi settant’anni, cioè l’unico e inimitabile Udo Dirkschneider, a mantenere sempre una simile credibilità? Un atteggiamento che niente può spezzare.

Il cantante leggendario è circondato da quattro giovani leoni affilatissimi. È incredibile quanto si incastrino bene con l’icona al microfono. Al fianco di Udo c’è anche stavolta lo straordinario virtuoso russo della chitarra Andrey Smirnov, che tra le altre cose ha studiato l’eredità degli Accept in lungo e in largo, e che unisce una preparazione classica e un allenamento musicale solido a quello spirito orientale, selvaggio e indomabile, dell’inflessibile anima slava. Accanto al russo c’è poi lo sloveno Tilen Hudrap, che scava e strappa con furia e cattiveria il basso attraverso il cuore dei pezzi. Per Tilen è già il terzo album con gli U.D.O. I due precedenti sono il live di Plovdiv (2021, RockLine recensione) e quello ‘speciale’, registrato in collaborazione con l’orchestra ufficiale dell’Esercito tedesco (“We Are One”, 2020, RockLine recensione). In Thunder Road Tilen, in coppia con Sven, il figlio di Udo, alla batteria, ti spazza via letteralmente. Smirnov ha trovato un’ottima intesa anche con il chitarrista Dee Dammers, arrivato in squadra più o meno nello stesso periodo di Tilen Hudrap. E si sente, nel nuovo album. Da questo punto di vista »Game Over« è persino più compatto e di sicuro molto più ‘da band’ del predecessore »Steelfactory«. I due chitarristi si intrecciano e si percepiscono in modo affascinante nei duelli solisti, nell’armonizzare le melodie decorative sopra il fraseggio, dove non mancano scintille di ispirazione nella ricerca di soluzioni. In questo senso uno dei vertici di questa nuova collaborazione chitarristica è la splendida Midnight Stranger. E c’è una delle modulazioni più geniali all’interno del mid-eight di Empty Eyes (di nuovo, occhi puntati sul lavoro dei due chitarristi).

Già. Siamo di nuovo agli Accept. Udo Dirkschneider è infatti una fetta enorme di questo gruppo. Per molti fan, senza Dirkschneider gli Accept semplicemente non esistono. Non ci sono proprio. E in effetti Udo, lasciando gli Accept, si è portato negli U.D.O. un bel pezzo di missione musicale. Se voglio fare un po’ il cattivo e il malizioso, oggi negli U.D.O. si sente più Accept classico che negli Accept originali (a Hoffmann alla fine è ‘scappato’ pure Baltes). Resta quindi la pesatura: Hoffmann vs. Dirkschneider. Scegliete voi. Comunque sia, le due band restano legate a doppio filo dal punto di vista stilistico e continuano a essere attuali per i loro fan anche con i nuovi lavori in studio.

Così il cantante leggendario cavalca un’onda gigantesca di slancio creativo, con una rincorsa che non si esaurisce mai, e per questo deve ringraziare in gran parte la sua band ringiovanita, dove non mancano grande gioia e voglia di dimostrare, né l’impazienza indomabile di farsi riconoscere come talenti. Cosa che al veterano dei veterani tra i cantanti metal, in età matura, fa un bene enorme e lo ‘accende’ a modo suo, spingendolo a tirare fuori il meglio che sa e che può. E vocalmente il tipo non cala. Urla con la furia intatta e l’intensità incandescente dei suoi giorni d’oro. Resta un cantante unico, scolpito a lettere maiuscole tra le voci fondamentali che hanno definito l’heavy metal stesso. Anche in questo ‘gigantesco’ diciassettesimo album degli U.D.O.

I pezzi sono tutti, uno dopo l’altro, già quasi proverbialmente affilati dal punto di vista della produzione e ti parlano senza pietà. In modo devastante. Con frasi che ti arrivano dritte in faccia. Più tradizionale, più elementare di così non si può. Ed è proprio questo, di nuovo, il fascino più grande, che puoi fare tuo e portarti dentro, nel DNA, solo se fai (o hai fatto) parte di questa storia. L’album parte a razzo come un fulmine a ciel sereno con l’apertura incenerente di Fear Detector. Come ci si aspetta. Non potrebbe essere altrimenti. Stiamo parlando degli U.D.O., dopotutto. C’è tutto. Anche quei cori maschili immancabilmente tonanti che nel ritornello circondano la smerigliatrice vocale di Udo Dirkschneider non passano inosservati. L’assaltatrice Prophecy e subito dopo la drammatica Empty Eyes, così come la marcatamente inneggiante Time Control poco prima della fine, sono brani che evocano la ‘scossa’ degli album degli U.D.O. degli anni Novanta, come »Solid« e »Holy«. Come abbiamo già constatato poco fa, su »Game Over« c’è dunque un sacco di roba. A sorprendere è la Kids And Guns alla AC/DC, che porta una delle deviazioni più significative dallo stile altrimenti cementato del gruppo. Il brano numero otto è la ballad Don’t Wanna Say Goodbye. Nel già ben noto . Riuscita. Questo pezzo divide l’album più o meno in due parti. Quindi sì, è concesso prendere un po’ di fiato mentre ascolti questo lavoro infernale. Nella seconda metà si susseguono diversi brani che ‘stuzzicano’ in modo particolarmente vivido con l’essenza dei giorni classici degli Accept. Così si rivolgono a te, uno dopo l’altro, Unbroken, Marching Tank, Thunder Road e poi più avanti Speed Seeker. La già citata Midnight Stranger ha un tocco più marcato di epicità e pompa ed è l’esempio di brano dell’album in cui tutti i contenuti fondamentali che definiscono il carattere della formazione attuale degli U.D.O. si fondono in modo riuscitissimo in un unico punto. L’album si chiude con la fantastica ‘scheggia’ metal Metal Damnation! Le posizioni di questa e di Fear Detector nella scaletta si potrebbero scambiare senza problemi, il che dice tutto sulla ‘beffardaggine’ del pezzo stesso, con cui si chiude l’album »Game Over«.

Esecuzione impeccabile. Nonostante la valanga di brani. Nessuna stecca, e il fiato non manca nemmeno alla ‘diciassettesima’. Suonato alla grande, ispirazione incredibile e un’intesa tra i musicisti che si sente tutta. Si sente anche che l’ultima formazione ha suonato una serie di concerti eccezionale prima di buttarsi in studio. Impegno, voglia e dedizione. Un grande cuore. Tutto è esattamente dove deve stare. Una piccola scuola di metal nell’artigianato dei grandi maestri, che sono ancora comandati con mano ferma da uno solo, l’unico. Udo Dirkschneider. Chapeau! A dispetto del titolo dell’album, non c’è proprio modo di credere che questa storia sia già finita.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Fear Detector
2. Holy Invaders
3. Prophecy
4. Empty Eyes
5. I See Red
6. Metal Never Dies
7. Kids And Guns
8. Like A Beast
9. Don’t Wanna Say Goodbye
10. Unbroken
11. Marching Tank
12. Thunder Road
13. Midnight Stranger
14. Speed Seeker
15. Time Control
16. Metal Damnation

Formazione:
Udo Dirkschneider – voce
Andrey Smirnov – chitarra
Fabian “Dee” Dammers – chitarra
Tilen Hudrap – basso
Sven Dirkschneider – batteria


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