Una lezione indimenticabile di perfezione live con Alan Parsons (2013)
Location: Vienna (Wien) / Gasometer / Austria
Data: venerdì 22.03.2013
Il Gasometer, stipato fino all’ultimo posto, ha ospitato il leggendario musicista e produttore art rock Alan Parsons, che per la prima volta nella sua lunga carriera è sbarcato a Vienna con la sua band di accompagnamento. Il signor Parsons, sotto il nome ‘Alan Parsons Live Project’, si trovava proprio nel bel mezzo di un’ambiziosa tournée chiamata ‘Greatest Hits Tour’, il che significa che ha snocciolato tutti gli hit, quelli famosi e quelli un po’ meno, del periodo della leggendaria formazione The Alan Parsons Project. Il celebre produttore, che sul palco si ritaglia il suo spazio suonando la chitarra e un synth aggiuntivo, ma anche cantando quei versi su cui ai tempi aveva lasciato il segno il cantante Eric Woolfson, purtroppo scomparso, si è portato dietro una squadra di musicisti di talento straordinario, tre dei quali si occupavano (anche) delle parti vocali.
La truppa di Alan ha aperto il suo show con lo strumentale cult «I Robot», che arriva dall’omonimo capolavoro concettuale del 1977. Il signor Parsons non solo respira e vive per la sua eredità musicale e punta in continuazione alla perfezione sonora assoluta sul palco, ma resta anche un imprenditore scaltro, quindi non è stata una sorpresa che durante lo show ci abbia ricordato con entusiasmo che «I Robot» nel 2012 ha festeggiato i 35 anni dall’uscita e che per l’occasione uscirà di nuovo in un’edizione speciale ampliata. Allo stesso tempo, era molto meno entusiasta del fatto che da allora sia passata un’enormità di anni, visto che il leggendario produttore quest’anno ne compie già 66.
I suoi compagni di palco, come l’ottimo cantante principale Paul Josef ‘PJ’ Olsson, che stasera si è fatto notare per la prima volta con un’eccellente prova vocale sul catalizzatore di energia «Damned If I Do», erano, com’era prevedibile, nettamente più giovani. Alan e soci, già nella prima parte dello show, con la leggendaria power ballad «Don’t Answer Me» hanno sfoderato uno dei più grandi hit del ‘Project’. Qui il signor Parsons ha vestito per la prima volta i panni del cantante principale, mentre Olsson, il chitarrista Alastair Greene e il sassofonista Todd Cooper lo coprivano alla grande con i cori. Quest’ultimo durante «Don’t Answer Me» ha fatto impazzire tutti anche con un energico assolo di sax, e in più di un’occasione si è dimostrato anche un ottimo vocalist. Il batterista Daniel Thompson ha fatto tremare la sua batteria con colpi incredibilmente potenti, che hanno dato una bella dose di grinta agli arrangiamenti perlopiù morbidi dei classici di Alan. Nel tessere sfumature ritmiche che ancora oggi suonano innovative, lo ha accompagnato fedelmente il bassista Guy Erez. Il chitarrista Greene si è trovato a meraviglia nel ruolo di ‘sostituto’ del leggendario Ian Bairnson e più volte ci ha lasciati a bocca aperta con assoli dai colori vivaci. Il tastierista James Brooks, invece, in compagnia del synth di Alan si è dato da fare per garantire una ricca varietà di texture di tastiera, soprattutto i maestosi arrangiamenti orchestrali, di cui quella sera c’era davvero un’abbondanza.
Il pubblico, in gran parte con capelli grigi o radi, già dopo i primi minuti di concerto faticava a trattenere l’entusiasmo improvvisamente risvegliato per non alzarsi dalle sedie, perché ascoltando alcuni dei più grandi successi radiofonici della propria giovinezza a parecchi gli si è inumidito l’occhio. A seguire è arrivato un medley furbissimo e spiritoso, composto dai classici «Breakdown» e «The Raven», che con lo spirito ci ha riportati con successo ai primi tempi del percorso creativo di Alan. La bellissima ballata «Time» è stata la prima di una serie di esecuzioni tratte dall’album cult «The Turn Of A Friendly Card» (1980), che è stato il disco di maggior successo di Alan nell’Europa centrale, cioè nell’area di lingua tedesca, e questo voleva dire che la maggior parte del pubblico presente lo conosceva anche meglio di tutto il resto. Una delle sorprese più belle tra i pezzi che non era scontato finissero in scaletta è stata la fenomenale esecuzione dell’epico capolavoro «La Sagrada Familia», originariamente dall’ultimo album del ‘Project’, «Gaudi» (1987). Un hit molto più noto e amato come «I Wouldn’t Want To Be Like You», con il suo ritmo funky, ha fatto sì che l’atmosfera in sala toccasse di nuovo il punto di ebollizione.
Un vecchietto dai capelli bianchi, con una maglietta consumata di uno dei precedenti tour della band di Alan, sotto l’effetto di sostanze alcoliche, mentre urlava i ritornelli come in curva, ha cominciato a farsi prendere sempre più, di minuto in minuto, dalla smania di attirare in qualche modo l’attenzione dei presenti in sala. Di colpo ha dimenticato quanti acciacchi si porta sulla schiena e ha evidentemente pensato di avere di nuovo trent’anni, così è saltato sulla sua sedia e ha cominciato a saltarci sopra con tutta la forza, come una teenager sudaticcia a un concerto di Justin Bieber. La sedia, tra un dondolio e l’altro, com’era prevedibile non ha retto a lungo il suo peso tutt’altro che trascurabile. Il canuto alla fine ha perso l’equilibrio e, lungo com’era e largo com’era, è piombato di traverso nella fila dietro, dove i suoi connazionali, perlopiù attempati, lo guardavano sotto shock e con disapprovazione. Per un bel pezzo, dopo che il fan di Alan, sostenuto da una potente carica alcolica, è riuscito a rimettersi in piedi con l’aiuto di un amico e a ripulirsi le mani dai resti di birra che stavano esattamente dove era caduto, si è tenuto con una mano la schiena dolorante, il che però non ha scalfito il suo fragoroso entusiasmo da concerto, tanto che più volte durante lo show ha ancora strillato i suoi versi preferiti.
Anche il resto del pubblico non è stato da meno quanto a entusiasmo, perché dopo l’ottimo medley di «Turn Of A Friendly Card», che comprendeva entrambe le parti di «Card», «Snake Eyes», «The Ace of Swords» e l’incantevole ballata «Nothing Left To Lose», tutti di colpo si sono alzati dai sedili, cosa che ha fatto un gran piacere ad Alan e compagnia, ma li ha anche parecchio sorpresi, perché di sicuro non sono abituati a una simile euforia già nella prima parte dello show. Quella sera abbiamo sentito anche pezzi cult come «What Goes Up» (standard di «Pyramid», 1978), il medley strumentale «Lucifer/Mammagamma» e l’ancora oggi divertentissimo «Psychobabble». Nella seconda parte dello show è arrivato poi il momento della crème de la crème degli hit del ‘Project’, con il pubblico che è praticamente impazzito sulle versioni fantastiche di «Don’t Let It Show» e «Prime Time».
Ma tutto questo non era ancora niente rispetto all’attesissimo apice della serata, con le esecuzioni geniali di due dei classici del ‘Project’ più amati e conosciuti: il leggendario strumentale «Sirius», che ai tempi d’oro di Michael Jordan veniva usato dai Chicago Bulls prima delle partite, e «Eye In The Sky», che conoscono anche tantissimi che non hanno la minima idea di chi sia l’autore quando sentono questo evergreen alla radio. Il bis ha portato una bellissima sorpresa con l’esecuzione del classico di «Tales of Mystery and Imagination» (1976) «(The System of) Dr. Tarr And Professor Fether», dove siamo rimasti di nuovo conquistati soprattutto dalle straordinarie armonie vocali. Durante la ballata «Old & Wise» tanti spettatori dai capelli grigi e bianchi che erano al concerto in compagnia della moglie o del marito, com’era giusto per l’occasione, si sono abbracciati, magari per la prima volta dopo decenni di matrimonio. Per chiudere il concerto, Alan e i suoi ‘sudditi’ hanno eseguito «Games People Play», uno dei migliori catalizzatori di energia della carriera del leggendario produttore, che da giovane, nel ruolo di fonico, ha collaborato anche con mostri sacri come i Beatles e i Pink Floyd.
Il concerto viennese dell’Alan Parsons Live Project non si può definire altro che pura perfezione sonora, di quelle che oggi puoi vivere ormai solo a una manciata di concerti di quei musicisti che hanno dedicato la maggior parte della carriera alla raffinatezza e alla cura maniacale dell’art rock. L’impianto audio è stato fenomenale dall’inizio alla fine e tutte le esecuzioni suonavano come copie degli originali in studio, mentre la band era sempre in forma smagliante e si è goduta per tutto il tempo il sostegno sconfinato di un pubblico incredibilmente carico.
autore: Peter Podbrežnik
fotografie: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. I Robot
2. Damned If I Do
3. Don’t Answer Me
4. Breakdown / The Raven
5. Time
6. La Sagrada Familia
7. I Wouldn’t Want To Be Like You
8. Turn Of A Friendly Card
– Turn Of A Friendly Card (part one)
– Snake Eyes
– The Ace Of Swords
– Nothing Left To Lose
– Turn Of A Friendly Card (part two)
9. What Goes Up
10. Lucifer / Mammagamma
11. Psychobabble
12. Don’t Let It Show
13. Prime Time
14. Sirius
15. Eye In The Sky
—bis—
16. Dr. Tarr And Professor Fether
17. Old & Wise
18. Games People Play



































