Una trinità profana all’Orto (2017)
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Orto bar, Lubiana
Data del concerto: 02.11.2017
Secondo la dottrina cristiana, Dio sarebbe composto da tre persone – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La Santa Trinità ha ovviamente anche il suo opposto, rappresentato da Satana, l’Anticristo e il Falso Profeta come personificazione di inganno, odio e male. Una trinità profana del genere, che opera sotto l’ala dell’etichetta tedesca Van Records, ci ha fatto visita giovedì scorso e, anche se le tre band salite sul palco dell’Orto bar sono parecchio diverse tra loro a livello di genere, le unisce una tematica comune – oscurità, morte e luciferismo. Con l’avvicinarsi del primo novembre, la visita del trio è capitata ancora più a tema.
I cancelli dell’oltretomba dantesco li hanno aperti per primi gli italiani Caronte, formazione stoner/doom mistica che poco più di un mese fa ha pubblicato il suo terzo album in studio, YONI. La band è stata fondata nel 2011 dal cantante Dorian Bones (Whiskey Ritual) e il nome se lo è preso dal traghettatore Caronte, che nella mitologia greca porta le anime dei morti oltre il fiume Acheronte. In perfetto stile, lo stoner/doom dal sapore retrò della band era tinto di toni eterei e mistici, soprattutto grazie alla voce delicata e misteriosa di Dorian, che personalmente non mi ha convinto del tutto, ma ha fatto la sua parte in modo più che convincente. Riff possenti e un basso groovy sono stati potenziati al momento giusto da assoli dal suono molto alla Led Zeppelin, mentre la ciliegina sulla torta dell’atmosfera occulta l’ha messa Dorian con i testi di pezzi come Shamanic Meditation of the Bright Star e The Moonchild, che attingono al ricco lascito degli scritti di uno e uno solo, Aleister Crowley. I Caronte sono la prova lampante che le perle nascoste si trovano facilmente anche nella proverbialmente misera scena metal italiana. A confermarlo è stato anche il pubblico, già bello fitto, che ha premiato i Caronte con un meritato applauso.
Sempre più vicino al nucleo dei nove cerchi concentrici dell’Inferno dantesco, l’Orto l’hanno spinto i tedeschi The Ruins of Beverast, black/doom metal atmosferico, in pratica il progetto solista di Alexander von Meilenwald, che gli album in studio li crea completamente da solo, mentre per i live si circonda di musicisti eccellenti come Job Bos (Dark Fortress) e Michael Zech (Secrets of the Moon, dal vivo Negura Bunget e Dordeduh). Beverast è la variazione di Meilenwald su Bifröst e la band ha ridotto in polvere quel ponte mistico che nella mitologia norrena collega i mondi di Midgard e Asgard (e quindi, simbolicamente, unisce umanità e dèi) già con le prime note spaventose della title track di quindici minuti dell’album attuale, Exuvia. Dentro ci ha portati Zech, con pennellate di chitarra pulite ma sinistre, mentre Meilenwald ha ucciso ogni speranza di uscire dall’Inferno con chitarre davvero devastanti, che lacerano l’anima, e un cantato crudo. Ma i The Ruins of Beverast sono lontanissimi da una tipica band black metal, perché praticamente ogni istante della loro musica è pervaso da un’atmosfera ricca ma cupa e minacciosa, che Meilenwald costruisce con parti doom lente, voci pulite e, nel caso di Exuvia, un ambient ispirato ai miti e alle influenze musicali dei nativi americani. The Ruins of Beverast sono una band che dal vivo non è certo un’esperienza facile, ma lascia un segno duraturo.
Fino al Portatore di luce in persona ha accompagnato la sala superiore dell’Orto bar, ormai quasi piena, Thomas Jefferson »TJ« Cowgill (tra l’altro anche membro della band americana di blackened death metal Book of Black Earth) con il suo gruppo, meglio noto come King Dude & His Demon Brothers. King Dude ha pubblicato il primo album, Tonight’s Special Death, nel 2010 e l’ultimo, Sex, l’anno scorso, e con quest’ultimo si è saldamente insediato sul trono di re del neofolk oscuro. Il quartetto ha salutato l’Orto con la più veloce e vivace Holy Christos dell’ultimo disco, ma il Re ha fatto subito capire che sono sul palco per farci sprofondare, pezzo dopo pezzo, in una depressione sempre più profonda. Anche se TJ tra un pezzo e l’altro era di buon umore e ha lanciato al pubblico pure un po’ di humor nero e battute sulla masturbazione accolte a meraviglia, a risucchiarci davvero come un buco nero è stata la musica, piena di tematiche occulte, spaventose e luciferine, di rapporti e comportamenti interpersonali deviati, di sesso e depravazione umana, abilmente racchiusa in un mix di darkfolk, americana, un pizzico di country, tastiere che sembrano organi da chiesa e una manciata di blues oscuro del delta del Mississippi. King Dude, nell’esplorare i lati oscuri dell’anima umana, sa essere più cupo di Johnny Cash e più lugubre di Nick Cave messi insieme. King Dude ha colpito dritto al cuore con le cupe e funeste I Wanna Die At 69, Death Won’t Take Me e Deal With the Devil, e ci ha fatto contenti con roba più vecchia come Fear Is All You Know e Jesus in the Courtyard. Una lezione primordiale e sublime di orrore e disperazione.
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