Untitled
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Korn
Etichetta: EMI Records
Uscita: 2007
A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del XX secolo i Korn erano la pietra angolare di un nuovo genere, che nell’impero del rumore d’oltreoceano stava appena iniziando a prendere forma. Erano qualcosa di fresco e mai sentito prima, e il quintetto di Bakersfield conquistò subito i cuori di masse affamate di novità. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: dopo album eccellenti sono arrivati gli anni dei flop, della commercializzazione e dell’annacquamento di tutta la sostanza, degli addii di pezzi importanti della band e delle maldicenze mediatiche a gran voce, seguite da raffiche di giuramenti che ogni nuovo prodotto sarebbe stato un ritorno alle radici. Adesso sono entrati nell’età di mezzo e la crisi dell’invecchiamento, sul loro ottavo album senza nome, li avvelena e li risucchia di nuovo negli abissi dell’oscurità, da cui per un breve periodo erano passati a sfere un po’ più luminose, in un pellegrinaggio acustico. MTV Unplugged è stata solo una deviazione e, nella voglia di tirare fuori di nuovo qualcosa di fondamentale, dopo che Brian “Head” Welch aveva lasciato il gruppo già anni fa, hanno dovuto fare i conti anche con l’addio del batterista David Silveire. La barca ha iniziato a imbarcare acqua sul serio, e dal campo dei Korn arrivavano solo grida che no, non è la fine, sono solo piccoli cambiamenti. A fine luglio arriva così l’ottava meraviglia senza nome, e tutto quello che ci avevano detto si rivela una balla.
Dopo l’avvio fallimentare della collaborazione con il produttore Matrix, che aveva cominciato le registrazioni, hanno deciso di riattizzare il magma spento al centro del loro universo con Atticus, mentre le dita sul “genio” del millennio le ha tenute anche il resto del trio di membri originali. Il vuoto dietro le pelli lo riempie lo stesso Jonathan Davis, con l’aiuto del batterista dei Bad Religion Brooks Wakerman e di Terry Bozzio. Ricerca di un terreno solido sotto i piedi o ultimi colpi di coda di un cadavere che annega?
Già al primo ascolto è chiaro che i Korn sono diventati prigionieri della propria formula e di un vuoto sproloquio, che però è spaventoso, raccapricciante e cupo. Dalle casse soffiano disperazione e follia. Un carnevale di figure bizzarre si lancia in una danza della pazzia e nel cataclisma dell’implosione di tutto ciò che hanno costruito finora. ‘Intro’ è uno sfogo scontato della patetica più profonda e un circo che annuncia il proseguimento della politica fissa dell’autodistruzione. Le fanfare del letame suonano ancora! ‘Starting Over’ è la prova che Davis, invece di versare essenza, si rifugia in frasi logore e in brontolii bassi e rauchi. Il sistema nel suo insieme respira con polmoni artificiali. Il cuore è elettronicamente freddo e ultraterreno. Il quadro più ampio della confessione lirica e della critica è diventato un agonico infliggersi ferite in un’autostima non ancora del tutto cicatrizzata. Davis si stende sul vassoio e seziona le consapevolezze delle sue battaglie passate con l’alcol e la dipendenza dalle droghe, e racconta come l’abbia sbalzato di sella una setticemia quasi fatale. Il ritmo diretto della pesantezza rock cede il passo a quello atteso e lascia il palco davanti al sipario del deviante a una quasi psichedelia intrisa di elettronica e a una tinteggiatura di pomposità minimalista. Le maschere d’ossigeno hanno rovinato i centri cerebrali della logica e delle eruzioni di rabbia. I Korn stanno diventando un fenomeno dance. Esoterismo e stranezza sono le due guide. La resurrezione dai morti celebra qui l’organon di un’etica da predicozzo spirituale. Il tempo sta scadendo. Bisogna fare qualcosa.
Della difficile separazione e della perdita del centro del cuore Davis aveva già predicato in passato. Stavolta ‘Bitch We Got A Problem’ suona meno incazzata. È più vicina alla sfumatura e alla pallida imitazione di ciò che i Korn dovrebbero essere davvero. La copia dell’originale domina tutto il quadro. Ci scuote un po’ l’assolo di Munky, che ricorda qualcosa che ci aspetteremmo piuttosto dai NIN. Con la differenza che i Korn all’industrial da quattro soldi sono ancora poco abituati e c’è un po’ troppa roba. Manca solo l’essenziale – il messaggio e la sostanza.
‘Evolution’ è, come si addice al singolo di punta e finora unico hit del disco, decisamente più compiuta. In modo sbrindellato e grottesco. Come si conviene agli ecologisti dei nostri tempi, mentre scriveva questo pezzo Davis aveva davanti agli occhi gli scenari neri delle previsioni catastrofiche del premio Nobel e, fino a poco fa, candidato alla presidenza degli USA, Al Gore. Bisogna dunque parlare anche di cambiamenti climatici. Davis comunque giura di non essere sceso al livello del concime politico. Si tratta più che altro di chiedersi senza giri di parole che mondo sia quello che lasciamo ai posteri come eredità di distruzione e di avvelenamento degli ultimi lembi di pianeta sano. ‘Hold On’ preannuncia qualcosa di già sentito nel passato dei Korn.
Molto più moderna, nello stile Korn, suona la mia canzone preferita del disco – ‘Kiss’, che insuffla nell’insieme delle tastiere che squarciano il tipico groove dei Korn come il bisturi di un esperto di chirurgia estetica. I Korn sono diventati vittime di ciò che un tempo rinnegavano. Un mellotron dal suono quasi beatlesiano. ‘Strawberry Fields’ è un’immagine che si evoca da sola. Proprio la dolciastra barocchezza del momento di fragilità fa da contrappeso al blaterare artificiale. L’interpretazione di Davis e compagnia è struggente e piena di dolore. Avanzano nella nebbia di zone oscurate della depressione. Cadono in trance e regalano qualcosa di sinceramente nuovo, tutto loro. ‘Kiss’ fonde e crea paesaggi del tutto nuovi, che finora erano, per i Korn, un segreto custodito con cura.
‘Do What They Say’ prosegue il ciclo della delusione. La logica dell’eterna imposizione di qualcosa di indigeribile dà fastidio. Tanto che, dopo il ronzio iniziale del pianoforte e i colpi freddi sul ferrame, ti viene l’idea che sia ora che Marilyn Manson e Jonathan Davis registrino un disco di duetti natalizi, perché farai fatica a ignorare i cliché, e se proprio vogliono mungere quattrini, almeno insaporiscano un po’ di più la loro quotidianità musicale con l’atmosfera delle feste.
In compenso, subito dopo ti infilzano sui pali affilati della desolazione nel drammone – ‘Ever Be’ è pesante come un blocco di granito da dieci tonnellate. E come una montagna di letame altrettanto pesante ti seppellisce dai primi versi fino al gran finale, al punto che di te resta ben poco. Il ritornello è prevedibile. Non negherò che funzioni, ma ti butta giù in uno stato di depressione quando capisci che i Korn non hanno nessuna intenzione di aprire tutte le valvole. Tutto per riempire il minutaggio, no?
‘Love And Luxury’ è una scheggia umoristica che suona un po’ come pizzicare l’elastico delle mutande e ballicchiare sugli sfoghi profondissimi di una rabbia lucidata a nuovo per l’addio di Head. Brian Head Welch se n’è andato e Davis si sente minacciato, come se qualcuno volesse costruirsi la gloria sulle sue spalle. Head ha incontrato Gesù ed è andato via. Allora i Korn sono rimasti senza la fonte principale di ispirazione e di musica davvero pesante e profonda. Head pubblica un libro in cui, secondo gli ex compagni, sputtana in modo scorretto quelli che gli davano pane e riparo. Scontato? Immaturo e giovanilistico? Davis in questo non è indietro neanche di un palmo. Sai com’è: il più saggio, si dice, cede …
‘Innocent Bytander’ è il classico cianciare in stile nuovi Korn, che stavolta possono vantarsi di un bel po’ di riempitivi da album. “Enough’s enough!” urla Davis e noi non possiamo che dargli ragione. Alla musica che un tempo provocava un’erezione spirituale ora tocca aggiungere una manciata di apaurin e di Viagra, e magari il risultato arriva! ‘Killing’ si dimena e, con la sua struttura poco convincente, tormenta anche noi, passanti casuali. Il brano in origine si chiamava ‘Trained Response’. Il riff, a detta dei membri, è pesante come il monte Jahorina, ma più del fatto che hai davanti un’altra creazione artificiale colpisce il fatto che quello strimpellare di corde che suona meno artificiale sia frutto dell’intromissione di Davis nell’insieme sonoro con un’altra chitarra. Con i Pearl Jam Vedder non mi dà fastidio quando prende in mano la chitarra, con i Korn invece la cosa suona ridicola!
‘Hushabye’ è un altro dei momenti più belli di melodia cantabile e le orecchie quasi le riposi sui versi in cui Davis si rende conto che si è trattato del furto di tempo prezioso. Munky prende il mandolino e, nello spirito del Mediterraneo, ti addormenta al punto che una mazzata in testa non ti disturba più di tanto. Dopo le conte del primo disco arrivano le ninne nanne che hanno portato la belva assonnata e invecchiata al gran finale. ‘I Will Protect You’ chiude il ciclo in un insieme adatto a questo album. Davis ha messo mano alle cornamuse e le ha saturate di effetti. Quasi ti convinci che la strada fino alla fine non sia stata poi così estenuante e noiosa. E nella maniera zappiana del drumming di Bozzio i nuovi vestiti dell’imperatore diventano trasparenti, in mostra davanti a tutto il creato. Poveri stracci coprono un corpo senile, per il resto parecchio spelacchiato. È ora di riposare. È ora di ammettere la sconfitta.
Dopo tre quarti d’ora di litania di un discorso apparente sul vuoto, uno si stufa della poetizzazione del mondo di Davis alla maniera di “It’s a sickness in the gene pool”. L’insieme prosaico si è sciolto come una bolla di sapone e la forma più ampia, che a detta dei Korn andava oltre tutti i confini finora raggiunti, si è dissolta in modo deforme nel grande dissolvimento degli ideali. Ma sopra la singola banalità si allunga l’ombra più ampia dell’opera nel suo complesso. Niente attenuanti e niente riff facili da ricordare. Niente brani rifiniti sezione per sezione. C’è però, senza dubbio, un chiaro messaggio di atmosfera e di suono al di sopra delle canzoni. I Korn si sono forgiati la colonna sonora del declino e dello svuotamento e il canto del cigno lo mettono su al proprio funerale. Quelli che piangono il destino tragico di una band un tempo promettente sono però sempre meno, da un album all’altro.
Formazione
Jonathan Davis – voce, chitarra, cornamuse elettrificate, batteria (“Love and Luxury”, “Bitch We Got a Problem”, e batteria aggiuntiva su “Kiss” e “Hushabye”)
James “Munky” Shaffer – chitarra (a 7 corde, a 8 corde), mandolino, lap steel
Reginald “Fieldy” Arvizu – basso a 5 e a 15 corde
Terry Bozzio – batteria e percussioni
Brooks Wackerman – batteria e percussioni
Zac Baird – tastiere, organo, synthesizer, strumenti aggiuntivi
Produzione
Korn & Atticus Ross & Matrix
Tracklist
1. Intro
2. Starting Over
3. Bitch We Got a Problem
4. Evolution
5. Hold On
6. Kiss
7. Do What They Say
8. Ever Be
9. Love and Luxury
10. Innocent Bystander
11. Killing
12. Hushabye
13. I Will Protect You
DURATA DELL’ALBUM: 48:47