Uriah Heep e Blue Öyster Cult a Monaco di Baviera (2003)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Monaco di Baviera / Muffathalle / Germania
Data del concerto: 11.12.2003
Numero di spettatori: 1500
Prezzo del biglietto: 28,00€
Monaco di Baviera era già in piena febbre pre-natalizia e il centro storico era un brulicare di bancarelle con ogni sorta di cianfrusaglie, dalle Madonnine e dai Gesù Bambino di plastica alle salsicce bavaresi col crauto dall’odore agghiacciante. A Marien Platz io e Peter ci siamo fiondati subito a ritirare i biglietti, ancora in prevendita, e già che c’eravamo abbiamo sparato al volo anche i biglietti per il concerto “indoor” degli Yes di giugno all’Olympiahalle (sempre a Monaco). Poi è toccato il giro dei CD shop, dove uno finisce per saturarsi. Hanno talmente tanta roba sotto il naso. E a un certo punto ti passa tutto, perché è semplicemente troppo e la cosa comincia a sapere di pacchiano. Il tipico appassionato di musica esigente della Repubblica Slovena è abituato a doversi faticare ben bene ogni singolo CD prima di metterci le mani sopra. Si è fatto buio in fretta, abbiamo riempito la pancia al Pizza Hut, dove hanno passato la mia Eurocard sotto una lente d’ingrandimento, come se i loro occhi non avessero mai visto una cosa del genere, e poi verso le 19:00 siamo piombati nel foyer della Muffathalle. Nel backstage, accanto all’ingresso della sala, doveva esserci un gran casino, perché dall’osteria nello stesso edificio un continuo via vai portava in backstage vere e proprie porzioni di manicaretti, dalle schnitzel alle frittelle. Per una volta arrivare in prima fila non è stato difficile: il 95% della folla era fatto di vecchi rocker benestanti e perbene, ben oltre i quaranta, che non mostravano un entusiasmo eccessivo all’idea di esibirsi in chissà quali acrobazie durante il concerto, ma erano venuti a dissetare l’anima strettamente con le vibrazioni magiche della musica. Abbiamo preso posizione in prima fila, dal centro un po’ verso sinistra, più o meno dove avrebbe dovuto segare Mick Box (chitarra, Uriah Heep).
Sul palco c’erano tre batterie, quindi il palco sembrava pieno fino all’ultimo angolino. Alle 20:00 sono saliti i Fireball Ministry. Nati da qualche parte nella torrida California (USA), conciati da biker, ci hanno trascinati tra sonorità doom metal. Suono e stile? Genau i Black Sabbath dell’era Ozzy. Insomma, i papà e le mamme in sala non avevano proprio nulla da ridire sui Fireball Ministry, perché questi hanno resuscitato i Black Sabbath e il pubblico, con un pizzico di fantasia, poteva rivivere i primi anni Settanta. Pezzi dai riff semplici, secchi e brevi. Passaggi senza dissertazioni dottorali, spesso intrappolati in doppie armonie di chitarra in terzine che arricchivano il quadro sonoro. Il batterista, pieno di colpi, respirava in sintonia con la band. Il leader, cantante e chitarrista principale, si occupava anche di semplici assoli brevi, segati attraverso il wah-wah. Il suo sguardo vuoto, i lunghi capelli castani lisci e perfino la voce cavernosa ricordavano incredibilmente Ozzy. Il ragazzo si è presentato in modo convincente, immedesimato. Quello che mi ha sorpreso positivamente è stato l’atteggiamento umile della band sul palco. Inoltre, come attrazione principale dei Fierball Ministry, a chitarra ritmica e basso ci sono due biker indomabili, che mi hanno conquistato subito col loro fascino demoniaco, tanto che durante l’esibizione dei Fireball Ministry sono stato impegnatissimo non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi. Mi sono guardato intorno. La gente era gelida e impietrita. Curioso, con la band così calda e convincente. Insomma, per i fan dei primi Black Sabbath e dei Pentagram, qualcosa di freschissimo e rovente sotto il sole cocente della California. Doomsters da provare!
Se i Fireball Ministry ci avevano portati all’inferno, i Blue Öyster Cult ci hanno guidati attraverso il purgatorio. Leggende del rock and roll, fondatori di più di uno standard che sarebbe poi diventato la base dell’heavy metal in tutte le sue varianti. Neri come il nero più nero. Maestri della provocazione sociale raffinata, sempre con una postura intellettuale impeccabile e, cosa non da poco, geniali creatori di riff. Hanno cominciato a dare vita alla loro visione apocalittica con lo strumentale saltellante Buck’s Boogie. Buck Dharma era vestito di nero, dal cappellino da baseball alle scarpe, tutto nero. Il vestito era sicuramente di un paio di taglie più grande, così sul palco Buck sembrava una specie di Puffo nero, il vero antipode di “Papà” Puffo. In mano brandiva una chitarra elettrica bianca dal design futuristico interessante, senza meccaniche. Era un piacere guardarlo mentre sfrecciava con incredibile leggerezza attraverso gli assoli personalissimi di ogni pezzo. Eric Bloom, naturalmente con i suoi immancabili occhiali scuri, e Allen Lanier si alternavano di continuo alle tastiere, mentre per la band non è più una novità mitragliare il pubblico con ben tre chitarre contemporaneamente. Un vero piacere ascoltare la canzone sull'”intelligenza aliena”, cioè E.T.I. (Extra Terrestrial Inteligence). I ragazzi hanno infilato in scaletta due pezzi più recenti, Dance On Stilts e See You In Black, mentre le reazioni più rumorose del pubblico le hanno raccolte soprattutto con gli hit: la romantica Burning For You, la cattivella Cities On Flame With Rock And Roll, la tremenda Godzilla e, naturalmente, l’evergreen immortale e gelido di caratura cult, lo Stairway To Heaven chiamato Don’t Fear The Reaper. Come leccornia hanno aggiunto anche un pezzo dal disco “Cultosaurus Erectus” (1980), Divine Winds, e via, fine dei giochi. Un’ora di secco. Secco? Il suono faceva i capricci, le tastiere erano completamente inudibili e il monitor di sinistra bucava il quadro sonoro.
Ma a darmi fastidio, in realtà, era tutt’altro. Quella distanza dal pubblico: Bloom non ha sorriso nemmeno una volta, Dharma si divertiva cinicamente durante gli assoli col plettro ficcato in fondo alla bocca, facendo smorfie per il suo stesso divertimento. Solo Danny Miranda (basso) e Allen mostravano un briciolo di calore e disponibilità verso la gente. Durante Godzilla tutti e tre i membri originali sono marciati fuori dal palco con passo spedito, mentre Danny e il leggendario batterista Bobby Rondinelli, che per tutto il tempo era stato impegnato a masticare intensamente uno stuzzicadenti, hanno provato ciascuno con il proprio pezzo da solista a scaldare il pubblico. Invano. La gente ha restituito alla band esattamente quello che la band dava: una risposta pigra e assonnata. Anche se durante Don’t Fear The Reaper la sala ha tremato a dovere e il pubblico ha battuto allegro il piede sul ritmo del classico, dopo l’ultimo pezzo non c’era troppa fame di bis e fa strano che nella sala siano risuonati solo pochi “zugabe” isolati. I Blue Öyster Cult sono tornati comunque, da buoni routinieri, e nei bis hanno suonato Dominance And Submission, con Eric che ha diviso il pubblico in metà sinistra e metà destra e ha ordinato di urlare la parola “submission” nel ritornello. Così i Blue Öyster Cult sono riusciti a strappare un po’ più di casino alla folla. Insomma, qual è il motivo di una prova scenica così scolorita? Forse il complesso di fare da spalla agli Uriah Heep? Chi lo sa. Più routine che altro. Rodati, ma con un approccio cinico e distaccato che non è riuscito per niente a rendere felici e rallegrare del tutto i presenti.
I Blue Öyster Cult hanno suonato dalle 21:00 alle 22:00. Alle 22:30 era tutto pronto perché i maghi sbucassero da dietro le quinte. Che luce ha riempito il palco quando sono apparse le sagome degli artisti! Un vero flusso di energia! Come se all’improvviso fosse spuntato il sole! Ognuno al proprio posto, hanno subito attaccato con un diretto dritto in mezzo agli occhi. Hanno infiammato la scena in un istante, aprendo il concerto addirittura con Easy Livin’. La gente era subito in piedi e la sala si è riempita di un entusiasmo furioso. Sì, la stragrande maggioranza, anzi proprio tutti noi eravamo venuti prima di tutto per gli Uriah Heep. Gli Uriah Heep sono quella fantastica meraviglia del pianeta Terra che senza dubbio rimescola più spesso di tutti le proprie scalette in tour, ed è un vero piacere, perché ogni volta il loro concerto ti mette in ginocchio. Con questi continui cambi di scaletta, naturalmente, mi è venuto in mente anche Saxon. Stavolta gli Heep hanno scosso i presenti con Shadows Of Grief,…aaaaa le formiche hanno iniziato a camminarmi sulla pelle, che roba!!! Quel leggendario, maestoso riff di Mick e il rimbombo pieno della batteria di Lee, uno dei picchi del concerto già in apertura. Poi il salto alla seconda metà degli anni Ottanta e l’esecuzione di Cry Freedom. Uno stacco di hard rock fluido e sparato a mille, con un ritornello AOR fantastico e il fenomenale Bernie Shaw alla voce, che ha chiuso il pezzo a tutta forza con screaming altissimi. Gli Uriah Heep non si sono fermati. Se nel tour estivo dell’anno scorso The Magician’s Birthday era una delle ragioni principali per cui non dovevi assolutamente perderti gli Uriah Heep, stavolta il suo equivalente in scaletta, accanto a Shadows Of Grief, è stato senza dubbio Pilgrim, dal disco “Sweet Freedom” (1973). Io e Peter non facevamo che scuotere la testa, perché è incredibile. Questa band ti porta davvero via con la sua magia scenica in un mondo di fiabe, fate incantate, nanetti, casette di funghi, e in un attimo puoi staccare completamente e limitarti a veleggiare per spazi sconfinati, da qualche parte in alto sopra l’orizzonte celeste. I ragazzi hanno preso una spinta speciale, ali speciali, perché la reazione del pubblico è stata fantastica e fanatica. Il suono era da sogno.
Gli Uriah Heep hanno continuato a regnare con la resurrezione di Wise Man, pezzo dal disco “Firefly” (1977), quando alla voce c’era John Lawton. Entrare nei panni di John Lawton è una sfida particolare. È un cantante per il quale non si trova un equivalente, almeno per quanto riguarda l’emotività della sua performance. È senza dubbio una delle voci più appassionate della storia del rock. Bernie ha infilato coraggiosamente le sue scarpe, ha spremuto il suo massimo e così è riuscito a evocare un’approssimazione emozionante dell’originale di Lawton. Dove ascoltare il cantante è un piacere ancora maggiore è senza dubbio Stealin’, dove il feeling e il modo in cui improvvisa tornano ogni volta a brillare in tutto il loro splendore. Stealin’ risulta sempre più convincente con Bernie alla voce che nella versione originale con Byron. Senza altre parole, semplicemente perfetto.
Poi è stata la volta della fantastica The Wizard: Mick ha imbracciato la chitarra acustica dal suono incredibilmente d’acciaio e ha cominciato a rasparne le corde da cima a fondo. I ragazzi hanno evocato la vera magia, da maestri del canto corale. Bernie, durante il concerto, ha gironzolato scatenato per il palco senza sosta, incitando i compagni e salutando il pubblico a ogni pausa. In tutti questi anni di concerti per la Germania il tipo ha imparato qualche frase in tedesco, che pronuncia con convinzione, e la gente l’ha accolta con entusiasmo. Un vero “splash” e un cambio di atmosfera sono arrivati con la rovente The Other Side Of Midnight dall’ottimo “Head First”(1983), dove spiccavano il riffing espressivo di Mick e gli ottimi cori nel ritornello. Il caldo cresceva ancora e Mick, amante del wah-wah, ha aperto il seguito col celebre riff del primo pezzo del primo album in studio della band, Gypsy. Che heavy, che pulsante e carica! Phil e Mick si sono scambiati le parti con trovate catartiche nella sezione strumentale centrale e hanno evocato di nuovo dal vivo quel momento psichedelico del brano, mentre Bernie ha chiuso la parte finale del pezzo in grande stile. In generale il cantante ha brillato per tutto il tempo a un livello eccezionale, quindi non ha senso mettere in evidenza singoli pezzi, perché la sua intera prestazione, recitazione compresa, posso valutarla solo con un dieci immacolato. La sua recitazione è diventata particolarmente pericolosa durante Devil’s Daughter, quando ha lanciato qualche sguardo seducente verso le ragazze che si dimenavano nelle prime file. Devil’s Daughter, come Stealin’, è scritta su misura per Bernie. Insomma, il pacchetto di tre pezzi The Other Side Of Midnight, Gypsy e Devil’s Daughter ha offerto al pubblico, quella sera, i momenti più roventi degli scatenati Uriah Heep.
Dopo una breve pausa, la sala si è riempita del suono del pedale del basso di Lee al ritmo di un battito cardiaco. A lui si è unito Phil con i maestosi suoni del suo organo. Io e Peter ci siamo scambiati un’occhiata trionfante, perché quello era il pezzo Sunrise. Sunrise non è una pazza foga rovente, ma un vero salto nel paese delle meraviglie, del misticismo e della pura fantasia, che parafrasa in pratica l’intero disco “The Magician’s Birthday” (1972). Inoltre ha dentro il fuoco della malinconia e di un desiderio infinito. Una chimica fantastica, vibrazioni eccezionali, il tutto reso ancora più magnifico dal fenomenale canto a più voci dell’intero quintetto sul palco. Ci preparavamo al culmine. Sunrise è sfociata in July Morning. Bernie si è seduto sul monitor di sinistra davanti a Mick, più vicino al pubblico, e ha cantato tutto il pezzo da seduto. Ci si è buttato dentro con grande trasporto e per un momento ho pensato che sul palco si fosse unito a noi il leggendario cantante della band, David Byron. Già solo il grandioso motivo d’apertura dell’organo di Phil ha portato l’atmosfera al suo culmine da concerto. Mick sfregava le corde con un’intensità speciale, premeva sul wah, Lee ha fatto rimbombare la batteria a tutta forza. Che suono! Attraverso l’aria, che con uno straordinario fade out ha raggiunto l’apice, le leggende hanno salutato il pubblico.
La gente ha chiesto subito a gran voce il bis. I ragazzi sono tornati e Mick ha fatto un discorso più lungo in cui ha ringraziato il pubblico e anche i Blue Öyster Cult. Io e Peter, prima del concerto, avevamo messo insieme il bis con Bird Of Prey, Easy Livin’, Look At Yourself e Lady In Black. Non abbiamo sbagliato di molto. Gli Uriah Heep ci hanno spazzato via la testa con Bird Of Prey. Di nuovo a tutto volume e rovente! Molto più dura e veloce dell’originale, con una chitarra davvero devastante e distorta. Al posto della nostra Look At Yourself ipotizzata, è spuntata un’altra leccornia di calibro duro dall’album “Raging Silence” (1987), intitolata Bad Bad Man. Ecco, adesso era tutto pronto per il gran finale. Per il più grande hit nella storia della band, Lady In Black. In prima linea è accorso dal fondo anche Lee Kerslake con un tamburello in mano. Un pezzo costruito su soli due accordi, ma che ti afferra subito per le orecchie e ti porta dritto nel paese della neve e del ghiaccio. Naturalmente Lee non ha indugiato troppo nella sua nuova posizione e, più o meno dopo il secondo ritornello, è tornato con aria scherzosa dietro la sua batteria, e gli Uriah Heep hanno infiammato ancora una volta la scena. La gente si è unita alla band con quegli immancabili “oh-e” magici e all’improvviso era già tutto finito. In un batter d’occhio era volata via un’ora e mezza.
Non posso assolutamente dimenticare il ragno di Marte, Trevor Bolder. Questo tipo, ogni volta che ne ha trovato l’occasione, ha portato un contrasto straordinario con i suoi assoli di basso supersonici e le sue sgroppate; ovunque si potesse ha provveduto a improvvisazioni supersoniche, a tutta, l’ho guardato davvero mentre a metà concerto diventava fradicio di sudore. Il suo vecchio Fender è una cosa davvero speciale.
Ecco, tutto qui. Un quintetto che dà il suo massimo e porta in vita in modo convincente la propria missione attraverso la magia da fiaba che evoca sul palco. Indimenticabile in ogni senso della parola. Ancora e ancora. Ancora una volta. Gli Uriah Heep dal vivo sono pura fantasia.
Scaletta
Blue Öyster Cult:
1.Buck’s Boogie
2.E.T.I. (Extra Terrestrial Intelligence)
3.Dance On Stilts
4.Burning For You
5.See You In Black
6.Divine Winds
7.Cities On Flame With Rock And Roll
8.Godzilla (assolo di basso, assolo di batteria)
9.Don’t Fear The Reaper
—bis—
10.Dominance And Submission
URIAH HEEP:
1.Easy Livin’
2.Shadows Of Grief
3.Cry Freedom
4.Pilgrim
5.Wise Man
6.Stealin’
7.The Wizard
8.The Other Side Of Midnight
9.Gypsy
10.Devil’s Daughter
11.Sunrise
12.July Morning
—bis—
13.Bird Of Prey
14.Bad Bad Man
15.Lady In Black
Galleria fotografica



















