Urok
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Various Artists
Etichetta: 57 Records
Uscita: 2005
Sud della Stiria. Il confine croato è a un tiro di schioppo. L’Obsotelje è pieno di paesi in via di spegnimento. Chi ci abita se ne va. I giovani partono per la scuola, i genitori per il lavoro. Una volta, tanto tempo fa, l’agricoltura era la fonte di reddito principale, e ora anche quella si assottiglia sempre di più. La natalità crolla comunque. Di sicurezza sociale e posti di lavoro garantiti ce n’è sempre meno. Subentrano l’apatia e lo sfaldamento post-industriale delle fondamenta della stabilità. Di visione ce n’è sempre meno. Siamo tutti appendici meccaniche di qualcosa che, almeno indirettamente, abbiamo contribuito a creare noi stessi. Di una prospettiva luminosa nemmeno l’ombra. Anche se ami questi posti da cui vieni, in qualche modo non riesci a farne parte fino in fondo, perché finiresti nella disperazione. I giovani sono la bussola di un mondo che qui si è fermato a un bivio tra un passato doloroso, pieno di ricordi amari, e un futuro che, a ben vedere, non offre nemmeno un grammo di speranza. L’Obsotelje non è esattamente un posto che evochi subito il rock, la vitalità, eppure con Urok ci siamo ritrovati svegliati di colpo: nonostante la mancanza di prospettive dell’ambiente e una buona dose di sconforto deprimente, lì c’è una scena più che viva. Lo sguardo che ci concede è diretto e senza compromessi. Un pezzo di luce nel grigiore del quotidiano è stato anche il Klub Metulj, che è stato la sveglia e il motore principale di quello che succedeva sulla scena musicale. Bistrica ob Sotli ha ricevuto una scossa di dinamismo, e la staticità ha potuto col tempo, ma con sicurezza e inevitabilmente, trasformarsi in movimento. Parte di questo spaccato cronologico è anche il viaggio lungo la linea del tempo tra il 1998 e il 2004, che hanno battezzato, in modo tutt’altro che casuale, Urok, dove si alternano band come Zmajev rep, Malik, Eternia e NoCenzura. È uscito un documento duraturo su febbre creativa, fuga dalla realtà e rottura finale del silenzio e della quiete.
La prima tessera del collage in questo frammento di paesaggio dell’Obsotelje meridionale è la giovane formazione Malik. Il quartetto è composto, o almeno lo era allora, dal cantante Simon Černelč, da suo fratello, il chitarrista Andrej Černelč, e dalla coppia ritmica formata dal bassista Jošt e dal batterista Vid Drašler. Prapodobe sono già al primo ascolto gli Alice In Chains in tutta la loro pienezza meditativa, con l’aggiunta della voce femminile di Nataša Pukšič. O quantomeno un’interpretazione di ciò che è impossibile non notare. Al primo accordo è chiaro che gli anni Novanta hanno una base di seguaci belli solidi anche nel sud della Slovenia, quello dimenticato da Dio. Malik riempie un vuoto e incolla sui contorni anche un pizzico di riflessione filosofica su un Dio che sta morendo. La mancanza di positività è distorta, rumorosa e impossibile da ignorare fino all’estremo. La prima sensazione è un intreccio di elementi AIC e Pearl Jam. Questi ultimi si sentono nei contorni di basso e chitarra. La batteria è meditativa e la voce un sussurro. I ragazzi hanno cavalcato onde piuttosto calme di un nero impossibile da non vedere, che nei testi è meditativo e ambiziosamente intellettualizzato. Segue lo stesso principio anche il brano Onstran, e l’ultima parte del primo quarto, il pezzo Duh, che prosegue in linea retta la strada già tracciata, quella che ogni amante del suono di Seattle percorrerebbe volentieri. Purtroppo ho l’impressione che questi momenti possano essere solo un piacevole ricordo, una sentimentale foschia di tempi andati. I paletti si sono spostati più avanti.
Le chitarre tagliano duro e il basso ha un suono sfilacciato. La sequenza prosegue con gli Eternia. Al canto in inglese di Andrej Černelč, che imbraccia anche la chitarra, si aggiungono il basso di Robert Augustinčič e la batteria di Friderik Bobnarič, alias Fridžo. Come si addice a posti relativamente piccoli, hanno condiviso le loro esperienze musicali con il trio anche due ospiti: la violinista Polona Žalec e il già citato Jošt Drašler, che stavolta ha messo le mani sui tasti del piano. Any Way continua con la stessa atmosfera di prima, ma alla maniera inglese. Krog apre un po’ i registri di melodie dal suono alto, che in sloveno non suonano comunque convincenti come nel caso dei Malik in apertura, ma sono molto più solari e luminosi. Lo conferma anche il gioiello chitarristico dell’intro di Belief, che però suona piuttosto forzato nell’ondeggiare di ritmi spezzati, accelerazioni e in una secchezza quasi forzata del resto dello strumentale. Con una produzione migliore e più finanziata, e con una pronuncia meno sgangherata dell’inglese, suonerebbe persino più digeribile, perché i ragazzi hanno inserti brillanti e idee che si sviluppano senza preavviso fino alla fine.
È ora di agguantare gli Zmajev rep, formati di nuovo da tutti i fratelli Drašler (il bassista e corista Jošt è accompagnato dal fondamento ritmico della batteria di suo fratello Vid), dagli inserti chitarristici di Andrej Boštjančič, detto Ruda, e dalle tinte vocali e tastieristiche di Ambrož Božiček, che ci serve tre brani originali. Strela flirta, oltre a tutto il resto, anche con elementi funk. E di nuovo deliri distorti di un artismo calibrato con cura. L’atmosfera parecchio allucinatoria viene spezzata da stacchi e giochi con le strutture al limite del progressive. Crudo e grezzo, purtroppo. Accettabile per un demo da mandare a un concorso per fare da spalla a qualcuno tipo i Mr. Bungle. Gospodov dan fa capire che i ragazzi si trovano a casa loro anche nelle aperture da ballad, che però si sfaldano troppo in fretta nella polvere di quello che segue. E poi Bagdad. Mania. Rimpianto per un amore finito. Metafore abbozzate e contorni di una critica sarcastica. La prima rottura con il sentimento grunge è qui un mix di funk e ritmica jugo rock progressiva. Nelle orecchie resta un mix riuscito di navigazione grezza tra la Scilla della psicosi funkadelica e la Cariddi dell’annientamento totale, nichilista, dei propri ideali a colpi di esplosivo. Il nero e il bianco sono legati qui dal sangue, che lascia intuire preparazione musicale e voglia di giocare.
E già si arriva in fondo. All’atto conclusivo, che porta il nome di NoCenzura. Stavolta ci troviamo davanti a nomi del tutto nuovi. L’esperimento chitarristico lo avvia Damjan Dobrina, detto Baček, al basso lo affianca Uroš Šket, e le bacchette sulla batteria stavolta le spezza Luka Dragovan. Le corde vocali per la seconda voce le presta Andrej Černelč, detto Smejči. Limited Edition Of Love è piuttosto Prima di tutto complimenti ai giovanotti per aver pescato dagli assolo dei Settanta, a cui purtroppo manca una sfumatura in più di suono, tipo quello di certi Hammond. L’intro rock si sviluppa in un tentativo bidimensionale e stereotipato, piuttosto divertente, di superare qualcosa che non vale nemmeno la pena superare. È solo divertimento, no? Per questo il finale è bello ed erotico. St. Dual è una ballad sensuale . L’insieme viene purtroppo rovinato dalla brutta pronuncia inglese alla slovena. Sorprende parecchio la seconda parte del pezzo, che scivola in qualcosa di completamente diverso: nel rap nu-metal e in una rivolta condensata nella goccia amara di quell’urina che chiamano quotidianità obsotelese, quasi urbana. Il pezzo Bos è la dichiarazione della libertà giovanile di dire no, questo non lo voglio e non lo farò! Medi alzati al cielo. Il sistema è marcio, ma la speranza è l’ultima a morire. Vive fino all’ultimo accordo. Non ci si arrende.
Il collage è incollato in un tutt’uno. Quello che è nato è molto ambizioso e grezzo. Promette parecchio, ma ci vorrebbe ancora un goccio di ammorbidente e colori pastello più caldi. U è l’elemento di sovversione. Sotto la superficie covano correnti creative e le fiamme di una vera alternativa a ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un’alternativa a ciò che è socialmente accettabile ed è il motore principale del mainstream. La misura è quadrupla e offre un mix, un cocktail di grigio e del rosso sanguigno della ribellione essenziale. Si tratta di una fuga nella musica. Il linguaggio è universale e stregato. L’urok, il sortilegio, e il netto no alla staticità sono pronunciati e sotto gli occhi di tutti. Una sequenza di momenti di un ambiente claustrofobico, pieno di limitazioni imposte dall’ambiente stesso. Ci sono tante barriere mentali, che ora si possono superare. In parte lo sono state. A tutte e quattro le formazioni, oltre alle somiglianze geografico-demografiche, è comune un’altra cosa: la passione per il creare e l’entusiasmo musicale. E la Slovenia, con Urok, ha guadagnato almeno un nuovo epicentro di creatività: Bistrica ob Sotli. Un altro posto è stato aggiunto alla mappa, su cui possiamo piantare quattro nuove puntine colorate e sperare in un’altra dose di brani originali. Questi, stavolta, sono uno sguardo sull’evoluzione di un paio di individui. Se posso permettermi di aggiungere una metafora appena balenata: i piccoli centri hanno un denominatore comune, che non è nemmeno un fenomeno così incredibile: la convivenza incestuosa di un paio di musicisti smaniosi di creare, che formano i nuclei monadici di un paio di gruppi. In realtà si tratta di ciclicità e di sperimentazione con la chimica reciproca. Contemporaneamente o in sequenza. Ognuno porta qualcosa di suo. Qualche pezzetto di ambra o di opale colorato, che infilano sui fili comuni. Le sfumature sono simili, ma si tratta sempre di qualcosa di unico. Conta solo lo sviluppo, anche musicale, e l’evoluzione sa imboccare strade strane. Quale sarà il prossimo passo stavolta lo potrà rivelare solo il tempo, insieme a un pizzico di marketing più aggressivo per i tesori musicali, no? In ogni caso un prodotto molto digeribile, che va giù anche dopo un paio di ascolti.
Formazione
MALIK sono:
Simon Černelč – voce
Andrej Černelč – chitarra, seconda voce
Jošt Drašler – basso, seconda voce
Vid Drašler – batteria
ETERNIA sono:
Andrej Černelč – voce, chitarre
Robert Augustinčič – basso
Friderik Bobnarič-Fridžo – batteria
ZMAJEV REP sono:
Ambrož Božiček – voce, tastiere
Andrej Boštjančič-Ruda – chitarra
Jošt Drašler – basso, seconda voce
Vid Drašler – batteria
NoCENZURA sono:
Simon Černelč – voce
Andrej Černelč – chitarra, seconda voce
Jošt Drašler – basso, seconda voce
Vid Drašler – batteria
Produzione
Aldo Ivančič con i singoli artisti
Tracklist
MALIK
1. Prapodobe
2. Malik
3. Onstran
4. Duh
ETERNIA
5. Any Way
6. Krog
7. Belief
ZMAJEV REP
8. Strela
9. Gospodov Dan
10. Bagdad
NoCENZURA
11. Limited Edition Of Love
12. St. Dual
13. Bos
DURATA DELL’ALBUM: 52:19