Voyager

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Autore: Rok Klemše

Artista: Manilla Road
Etichetta: My Graveyard Production
Uscita: 2008

I Manilla Road del Kansas sono senza dubbio una delle band leggendarie del metal, una di quelle che hanno dato una mano concreta a dare forma al movimento. Fondato nel lontano 1977, il gruppo è purtroppo anche uno dei giganti più trascurati del genere, visto che lo conosce una cerchia relativamente ristretta di metal-appassionati. I Manilla Road restano ancora oggi una perla passata sotto silenzio, ma proprio per questo sono un vero tesoro per chi ha il coraggio e la voglia di spingersi un po’ più in là di Iron Maiden e Judas Priest. Questi americani di culto hanno anche un po’ la colpa della loro scarsa notorietà, visto che per tutta la carriera hanno girovagato tra etichette piccole e oscure, ma probabilmente è proprio per questo che ancora oggi restano davvero fedeli a un sound tutto loro. I Manilla Road si sono sciolti nel 1990/91, mentre il loro “mastermind” Mark “Shark” Shelton ha continuato a suonare nei The Circus Maximus, che nel 1992 hanno pubblicato un disco omonimo. L’etichetta, nonostante le proteste, l’ha fatto uscire a nome Manilla Road, e per questo Mark è praticamente sparito dalla scena per quasi un decennio. A cavallo del nuovo millennio i Manilla Road si sono rimessi insieme, ed eccoci ora al quinto album della “reunion”: Voyager.

I Manilla Road sono considerati i fondatori dell’epic metal e, come tali, in questo ci danno ancora dentro meglio di tutti. Ai temi epici, che spaziano da Atlantide ai miti di Lovecraft, dalle leggende arturiane all’Eneide fino alla battaglia delle Termopili, si avvicinano con serietà, ponderazione e cura, quindi scordatevi qualsiasi presa in giro in stile “Epic Hollywood” dei sedicenti metalhead Rhapsody (of Fire) o dei Manowar più recenti. Il mix americano di heavy, power e thrash metal, che i Manilla Road condiscono con arrangiamenti epici e pomposi, è ormai un vero “trademark” del gruppo, e se ci aggiungi pure una storia epica di vichinghi attorno a cui gira Voyager, il risultato non può che essere, forse addirittura, il miglior disco della band dopo la reunion. Con il loro quattordicesimo album, basato su una storia originale di Mark, i Manilla Road ci portano nel XII secolo tra i coraggiosi popoli del Nord. I valorosi guerrieri guidati da Holgar, tornati in patria, scoprono con amarezza che il loro popolo è stato cristianizzato. Dopo un tentativo fallito di tornare alle radici pagane, Holgar e i suoi guerrieri partono alla ricerca di una nuova patria pagana, che alla fine li porta fino in Messico. Questo è solo un riassunto veloce, perché la storia, davvero interessante, è scritta per intero nel booklet.

La musica del disco, dall’inizio alla fine, cattura in pieno l’atmosfera epica e mistica, piena di parti brutali e al tempo stesso malinconiche. L’apertura con Tomb of the Serpent King è ormai un classico intro atmosferico alla Manilla Road, con un tocco di catastrofe imminente che con la sua mistica oscurità mi ricorda sempre le immagini da brividi dei racconti di Lovecraft. Il massacro brutale di Butchers of the Sea ci presenta Holgar e i suoi marinai col sound crudo di riff pesanti e batteria possente. La sezione ritmica, lenta ma pesantissima, funziona come un martello da più tonnellate, e il brano è rafforzato dalla voce cattiva di Shelton, che canta il ritornello da brividi addirittura con un growl sanguinario. Shelton mostra la sua virtuosità alla chitarra già nel primo pezzo, che sfocia in un assolo fantastico dal sapore davvero epico. Ancora più momenti da headbanging li offre Frost and Fire, dal taglio thrash, trascinata da una batteria dinamica e spettacolare e da un galoppo incalzante di chitarra e basso che a tratti ricorda gli inizi degli Iron Maiden. Mark Shelton, che anche stavolta si è occupato della produzione, fa sempre in modo che sia più che ottima, anche se si potrebbe dire che i suoni dello studio Midgard sono quasi primitivi, ma una produzione più adatta Voyager non potrebbe averla. Il tipico vocione cattivo di Shark, vero trademark, guida anche Frost and Fire, che verso la fine un assolo dal suono senza tempo riporta di nuovo in orbita verso altre sfere. A smorzare il ritmo di corsa ci pensa la malinconica Tree of Life, che parte con una misteriosa chitarra acustica a dodici corde, mentre il brano prosegue con linee di chitarra enigmatiche e una prestazione vocale potente ed emotiva, che riescono ad alzare ancora di più un’atmosfera epica già densa e maestosa. Nel pezzo Blood Eagle, su un sanguinoso rito sacrificale, ci portano dentro pompose tastiere d’organo da chiesa, ma l’ondata d’urto brutale della sezione ritmica e il riffing staccato e crudo le tagliano subito, con Shelton aggressivo e feroce che dà una bella mano come in un’invasione barbarica. Voyager è un brano parecchio introverso: con il tempo più lento e le chitarre acustiche ci sposta su un drakkar vichingo, mentre il tempo più veloce che segue butta il drakkar in una tempesta e in mari inquieti e inesplorati. Come l’occhio del ciclone è calmo, così i venti li placa l’acustica Eye of the Storm, costruita solo su una voce emotiva e linee di chitarra quasi bluesy, ma con Return of the Serpent King torna presto un altro massacro sanguinoso per le orecchie. La veloce Conquest è una vera canzone di battaglia thrash, nonché il pezzo più rapido del disco, e si sposa alla perfezione con i semi-growl di Shelton. A chiudere Voyager in modo ideale c’è Totentanz (The Dance of Death), che con le malinconiche linee acustiche dell’intro ci trasporta dritti a un funerale vichingo e, per finire, dove se non nel Valhalla, ultima dimora di ogni vichingo morto con coraggio in battaglia.

Voyager è sotto ogni punto di vista un piccolo capolavoro, che regge senza problemi il confronto con il meglio del primo periodo dei Manilla Road. Un album strutturatissimo, che con pezzi d’impatto e momenti più calmi segue fedelmente una storia interessante, ed è anche a livello strumentale una grande prova di un trio eccellente, con sempre lì l’indimenticabile, inconfondibile voce di Mark Shelton. Voyager è un’altra prelibatezza epica che non può assolutamente mancare sullo scaffale del fan dei Manilla Road, ma è anche un disco che dovrebbe accontentare qualsiasi ascoltatore, per quanto esigente.

Formazione

Cory (Hardcore) Christner – batteria
Harvey (Crow) Patrick – basso, cori
Mark (Shark) Shelton – voce, chitarra elettrica, chitarra acustica a 6 e 12 corde, tastiere, organo

Produzione

Mark (Shark) Shelton

Tracklist

1. Tomb of the Serpent King / Butchers of the Sea 09:02
2. Frost and Fire 06:02
3. Tree of Life 08:00
4. Blood Eagle 06:11
5. Voyager 09:31
6. Eye of the Storm 04:40
7. Return of the Serpent King 08:04
8. Conquest 04:37
9. Totentanz (The Dance of Death) 07:57

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