W.A.S.P. a Zagabria: un’oretta di concerto e l’ombra sbiadita di quello che furono

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Luogo: Zagabria, Tvornica Kulture
Data del concerto: 30.11.2004
Spettatori: 1100
Prezzo del biglietto: 5.000,00 SIT

Questo reportage ha un grado più o meno alto di perversione, ma si parla dei fantomatici shock metaller glam anni Ottanta W.A.S.P., il che vuol dire che mezza colpa mi è già perdonata! Un concerto dei W.A.S.P., in una frase breve e concisa, può significare anche: “Addio, cervello!”

Incredibile tutto quello che un essere umano, nella sua pochezza e nell’ineluttabile caducità della vita, riesce a vedersi capitare su questo pianeta (leggi: polvere eri e polvere ritornerai), soprattutto se gli capita un incontro ravvicinato con una band come i W.A.S.P. Zakon! Eccola di nuovo, questa parola. Zakon, di notte nei sogni. Zakon, in ufficio. Zakon, in macchina. Zakon, per strada. Zakon, al Petrol. Zakon, al confine e zakon nel vero quartiere harlemita di Zagabria (un vero ghetto di sguardi torvi, cocci, cemento grigio e tonnellate di spazzatura), dove si trova anche la Tvornica.

Siamo partiti da Lubiana con un ritardo della madonna. Era un buon segno, perché mezzi per scherzo ci consolavamo dicendoci che allora avrebbero fatto tardi anche i W.A.S.P. Prima di Bregana ci siamo fermati per l’ultima sigaretta e un caffè, mentre la parola birra in “metallese” è già sottintesa. Se penso a come, tra le numerose soste ai distributori, la mia piccola “pežojček” si trasformava in una cisterna di birra e in una bettola dove si respirava un pericoloso tanfo di altissime percentuali di sostanze alcoliche esalate. Eh sì, e anche di aglio ruttato, bleah, puah…

Poi, qualche goccia di Tequila, uno spicchio di limone e un pizzico di sale hanno rimesso le cose a posto e alle 20:30 bighellonavamo davanti alla Tvornica. Ed ecco la sorpresa! La Tvornica era al buio, fuori davanti a lei era tutto nero, e anche nella “oštarija” più grande, il clone croato del Kratochwill dall’altra parte della Šubičeva, brulicava di gente in pelle. E gente così, simile o diversa, continuava a piovere sul luogo del delitto.

Ore 22:00. Ancora niente luci alla Tvornica! Io e Boštjan battiamo i denti come cani, del tour bus che ci avrebbe dato la speranza che i W.A.S.P. fossero a Zagabria nemmeno l’ombra. Ci giriamo e trotterelliamo di nuovo alla macchina per un altro panino. Il concerto salta, ci siamo arresi in fretta in parecchi. Mezz’ora dopo, ben discreto, sul marciapiede pedonale si è “infilato” un furgone con targa zagabrese, dritto fino alla porta laterale della Tvornica. La porta con l’adesivo “izlaz” si è aperta e le luci della Tvornica si sono accese. Il furgone ha quasi appoggiato la sua porta scorrevole alla porta laterale della Tvornica (parliamo dell’ingresso per chi ha l’accredito stampa e per tutti gli altri esseri e creature d’importanza somma di questo mondo). E poi c’è stata un’ombra. Un’ombra? Un’ombra nel buio, cosa può esserci di più scuro del buio? Nero da caverna, no? Ovviamente la creazione più nera poteva essere solo lui. Blackie Lawless, in carne, ossa e barba. E all’improvviso qualcosa di enorme, nerissimo, alto due metri, si è mosso nel furgone ed è finalmente rotolato fuori dall’auto verso la Tvornica. Il campione perduto Blackie Lawless, valjda, e dietro di lui gli altri tre compari. Quindi W.A.S.P. nella formazione: Blackie Lawless (voce, chitarra ritmica), Mike Duda (basso), Stret Howland (batteria) e Darrell Roberts (chitarra solista e ritmica), cioè l’organico originale di “The Neon God”. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Adesso il concerto poteva davvero esserci.

Alle 23:00 abbiamo varcato per miracolo l’ingresso principale della Tvornica, dove la guardia di sicurezza non nascondeva il suo entusiasmo trasognato e il suo interesse per il mio “giubbotto di pelle”, e per questo mi ha tastato ben bene. Inutile dire che mi sentivo come una pollastrella di passaggio, grrrr…Ma in sala c’era già un bel pienone. E che schianti, le croate, brrr…, solo a ricordarle. Feticiste decisamente più gustose delle susine prealpine dalle guance rosse. Dentro era pieno, fumoso e caldo. Le tribune erano belle piene e anche il parterre. Circa 1200 teste, o almeno così dicono i calcoli algebrici, quelli che ci hanno insegnato a chiamare “sano buon senso”. Essere ragionevoli, essere razionali, essere calcolatori, vivere con logica…prego, accomodati.

Okay, andiamo avanti. Almeno la musica in sala era super, visto che i W.A.S.P. ci stavano prendendo bellamente per il naso. The Trooper degli Iron Maiden è stato il primo dei pezzi di culto a scaldarmi le ossa gelate. Alle 23:30 è successo qualcosa di magico. Si sono spente le luci e….dopo la fine di un intro registrato e pesantissimo, sono apparse delle sagome nella nebbia nera come la pece. Blackie e i W.A.S.P., senza gruppo spalla. Occhi bistrati, maglia da hockey, pantaloni di pelle attillati. Dove sono i capelli cotonati? Beh, un po’ di volume gliel’è rimasto, dopo tutti questi anni. L’uomo è una montagna sul palco. Già, i W.A.S.P. sono stati per un periodo la band più alta del mondo, per statura media (le ragazze aggiungerebbero: “…e non solo quella!”)

I W.A.S.P., gli shock metaller col trucco che con la loro perversa arroganza negli anni Ottanta riempivano senza fatica i grandi palazzetti di USA ed Europa, proprio come i padri della “modernità metallica” Iron Maiden, ma con una tattica molto più sfacciata e aggressiva. Con le seghe circolari attorno all’inguine, vestiti del cuoio più bizzarro e con vero sangue animale spalmato intorno alla bocca. Capelli cotonati, unghie laccate, scioccanti dalla testa ai piedi che era una meraviglia. Terrorizzando l’ordinamento costituzionale degli USA sono partiti a far soldi. E con questa controversia ci sono riusciti in pieno. I W.A.S.P. non sono mai stati famosi come grandi cervelloni della musica. E competere con la fama dei pilastri dell’heavy metal di allora, come Iron Maiden o Judas Priest, sotto questo aspetto era utopia. Per mettersi al loro fianco, i W.A.S.P. hanno escogitato un altro principio. Immagine provocatoria e testi provocatori. Queste due specialità del gruppo si sposavano alla perfezione con il loro stile musicale. Riffing aperto, estremamente carico. Nessuna complicazione, con assoli di chitarra ammessi solo a patto di non abbassare minimamente tutta la sfrontatezza e l’arroganza che sputava il quartetto, giurato nemico della pubblica decenza, con le sue perversioni sessuali in mille e un modo. Come dice Blackie: “This music makes you wanna fuck!” e credetemi, questa trovata di Blackie non è certo lontana dalla verità.

E anche stavolta dal vivo è stato così, a parte il “farsi belli”. Evidentemente Blackie ormai ci è passato sopra. La band ha aperto lo show con un medley On Your Kness/Inside Electric Circus/Hate To Love You. All’inizio del tour il medley lo aprivano non con On Your Knees ma con il pezzo Helldorado. Poi i W.A.S.P. hanno cominciato piano e con astuzia ad alzare l’atmosfera. Prima con il classico L.O.V.E. Machine, dove il popolo si è svegliato al massimo, mentre con Wild Child tutta la sala (tribune comprese) alzava bene le braccia al cielo e partecipava come una furia al ritornello. I W.A.S.P. hanno piano piano “incatenato” la massa saldamente a sé. Nella pausa dopo Wild Child il pubblico ha cominciato a urlare in coro: “Blackie, Blackie,…!”, al che Blackie guarda il pubblico da sotto la fronte, come a dire che diavolo state facendo, non vi viene in mente niente di più intelligente. Si avvicina al microfono e pronuncia il magico padrenostro: “Fuck…Like…A…Beast!!!” E la gente ha cominciato a belare in massa dietro di lui: “Fuck like a beast,…!!!”, tanto che la sala ha tremato per bene dalle fondamenta in su. I W.A.S.P. sono partiti all’attacco senza freni con Animal (Fuck Like A Beast). È quel pezzo speciale della loro storia che l’etichetta non gli ha permesso di pubblicare sul debutto (“W.A.S.P.”, 1984), il perché probabilmente non serve spiegarvelo, e che oggi ha trovato il suo posto nel re-release digipack della Snapper Music (2003) come brano d’apertura, come i W.A.S.P. hanno sempre voluto. Animal ha scosso e scosso, una vera granata da cannone. Roba da matti, ti guardi intorno e in sala tutte le mani sono in aria. Blackie è un carisma incredibile, una calamita, ha un fascino fatale e non gli servono sforzi particolari per portare la gente dalla sua parte. Ma quando lo guardi con altri occhi, ti fa quasi pena, quanto è distrutto, consumato e sfinito quest’uomo.

L’adrenalina saliva, la gente si eccitava… Eh eh eh, non dimenticherò la scena delle scene durante il concerto. Due “fiere”, ciascuna a cavalcioni sulle spalle del proprio portatore, a un certo punto hanno cominciato a slinguazzarsi con tutto l’ardore. Mi sono stropicciato gli occhi, una volta, due, tre. Ma siete davvero due donne? Sì. Nel vortice della lussuria, a un certo punto sono precipitate dall’alto come due angeli caduti tra gli altri mortali, sul pavimento. Cosa sia successo poi a loro, non so dirlo.

È seguita una delle canzoni migliori dell’ultimo disco (“The Neon God pt.II – The Demise”, 2004), Come Back To Black, dove per la prima volta la band ha trasmesso sul palco anche un po’ più di serietà. Anche dal vivo i W.A.S.P. hanno creato quel loro contrasto unico fatto di lampi di batteria, siluri di doppio pedale e riffing “a schiaffo” dalle punte affilate, riempito dal rauco nitrito inconfondibile di Blackie. Quello stato adrenalinico che arriva sempre “dal basso”, senza complicati orpelli musicali, scollegamenti solistici o passaggi condìti. Una “sventola” con le palle, che significa semplice sega elettrica “al primo colpo”.

Il culmine “epico” del concerto è stato The Headless Children, aaaaa fantastico! Io venivo trascinato per la sala, la gente impazziva, la caccia al diavolo si avvicinava al culmine. Organo hammond registrato. Proprio quelle linee originali di hammond che sul disco “The Headless Children” (1989) ha messo il leggendario ex-Uriah Heep, tastierista e polistrumentista, il geniale Ken Hensley. Blackie è sempre stato ossessionato dagli Uriah Heep (già da “ragazzino”), cosa che i W.A.S.P. hanno dimostrato un tempo anche con un omaggio agli Uriah Heep e con la cover del classico degli Heep Easy Livin’, che stavolta dal vivo non hanno suonato. I W.A.S.P. durante il concerto si sono aiutati anche con il “play back”, per quanto riguarda i cori di Blackie. Okay, chiudiamo un occhio, perché questi cori nell’espressione della band sono dannatamente riconoscibili, specifici e indispensabili, e sono composti solo dal canto di Blackie. Quindi, per non usare il “play back”, bisognerebbe prima fare di Blackie cinque “cloni di Blackie”, che a ogni concerto dei W.A.S.P. aprirebbero la bocca all’unisono con il Blackie “paterno”.

Segue il culmine romantico e posso dire una delle più belle ballad metal, The Idol. Blackie, che prima sembrava furioso e si infuriava con la gente perché avrebbe preso a calci il culo a tutti (“We came in here to kick your fuckin’ asses!!!”…è stato uno dei suoi commenti), in un attimo si è intenerito ed è diventato vero dalla testa ai piedi, lontano anni luce da quel Blackie “bambola impregnata” che interpretava un tempo sul palco. Durante The Idol Blackie è andato dietro ai monitor e il suo roadie si è fatto un mazzo così, con l’asciugamano a tergere con cura il sudore che colava a fiotti dall’eroe, e in quell’occasione gli ha concesso anche qualche sorso d’acqua. Nel frattempo Darrell Roberts, in prima linea sul palco, ha “spolverato” con grande partecipazione l’assolo del pezzo. E il suo secondo assolo, nella parte finale drammatica, ha bruciato ancora di più. Questo pezzo Blackie l’ha dedicato a suo fratello, morto in un incidente stradale. The Idol dal vivo è stato uno dei culmini del concerto. Ha portato un ottimo contrasto nell’esibizione e nella recitazione sul palco della band. Poi, per evitare che si mettessero tutti a piangere in sala, i W.A.S.P. hanno trasformato il “fade out” di The Idol nell’intro di un’arrogante cover dei leggendari The Who, The Real Me, dove tutto felice ho ripreso a ruggire nel ritornello con la band, come un cinghiale solitario. La parte regolare si è chiusa con una canzone che la gente aspettava con particolare gioia. Un altro classico del primo disco. I Wanna Be Somebody, dove i W.A.S.P. hanno sviluppato un’esplosività scenica enorme e una velocità supersonica, con cui alla fine hanno frustato per bene il pubblico. Davvero?

Dopo i gemiti e i lamenti del pubblico: “We want more,…!!!”… i W.A.S.P. aprono il primo “encore” con l’ottima canzone a medio tempo The Raging Storm, suonata davvero in maniera superba e finita alla perfezione. Un altro “Thank you and good night!”… e poi il ritorno sul palco e un nuovo “thank you”. Mento. Tornando sul palco Blackie, invece di “thank you”, ha detto: “You crazy motherfuckers! You never wanna go home, do you?” e dietro di lui hanno attaccato il classico Blind In Texas, dove Blackie, che per l’occasione si era messo addosso la bandiera della Confederazione, si è sforzato un sacco di spremere fino all’ultimo il pubblico, pretendendo volume massimo, urla e baccano generale della massa in sala. Così è successo che l’orologio ha finalmente battuto un’ora abbastanza tarda e i W.A.S.P. hanno potuto finalmente andare a dormire.

Finalmente a dormire? Scandaloso. Il concerto è durato appena un’ora buona. Un’ora e 15 minuti, il che ha impedito agli sloveni del metal di fare, come sono soliti, il ritornello a squarciagola tutti insieme come vecchie pescivendole dopo il concerto: “K’er koncert, zakon ejga, k’er koncert, zakon ejga,…”, e invece stavolta hanno lasciato la sala a testa bassa. È noto che i concerti dei W.A.S.P. non durano a lungo. La vera ragione non la conosco, ma penso che Blackie, dopo tutte le guerre passate, sia già parecchio segnato, stanco e sfinito, anche se ne ha appena 48 suonati. Il che significa che la mancanza di fiato lo frega di brutto.

La politica concertistica dei W.A.S.P. a noi europei proprio non va giù. Si tratta infatti di un metodo di intimidazione della massa, che soffre di continuo nella situazione di stress che il concerto dei W.A.S.P. possa saltare da un momento all’altro. Poi “cinque minuti a mezzanotte”, all’improvviso e per miracolo, da chissà dove spuntano i W.A.S.P., suonano una bella ora, il che influisce sullo stato d’animo della massa, che può poi consolarsi: “Madona! Meglio un’ora che niente concerto!” E non è lontano dalla verità. Parecchi concerti dei W.A.S.P. dei tour precedenti sono stati annullati perché i ragazzi prima dello show erano troppo carichi di sostanze inebrianti, o roba simile, oppure spesso hanno saltato all’improvviso un paio di pezzi da una scaletta già così corta e accorciato il concerto a modo loro. Noi ce la siamo cavata ancora bene. Ma siamo lontani dall’essere soddisfatti.

Ci hanno lasciati mezzi “eccitati”, grrrrr…e dopo il concerto ho sentito parecchia gente lamentarsi (verissimo), dicendo che ai W.A.S.P. non andranno mai più in vita loro. La sala era stavolta molto più piena che un mese prima per i Saxon, e il biglietto costava la metà in più. I Saxon hanno suonato in tutto 24 pezzi, i W.A.S.P. in tutto 11 (il medley di tre brani conta come uno) e i Saxon hanno suonato 2 ore e 20 minuti per tre “jurja”, i W.A.S.P. la metà per quasi “cinque jurjev”. Dov’è la logica qui e tutti gli altri principi umani amici della ragione, per Zeus e l’ape rasata, così mi svih doboša darkvuda, e trecento cavedani villosi!?!?!?

Beh, tanto per non elencare nemmeno i fattori aggravanti aggiuntivi. Ha davvero piovuto brutto per tutto il giorno, spruzzando fitto in mezzo alla nebbia, il che ha alzato il livello di formicolio nel culo dei doganieri e dei poliziotti di frontiera, che al passaggio del confine, in entrambe le direzioni, con i loro sfoghi sgradevoli e cretini, erano molto più mordaci e pungenti del solito.

Posso concludere che chi vorrebbe vedere i W.A.S.P. dal vivo e non li ha mai visti non si perde proprio niente. Almeno il suono era molto solido, la band galoppava compatta e convincente e quell’oretta buona era davvero perversamente infuocata, anche se resto, come la maggior parte di chi ha sopravvissuto ai W.A.S.P. dal vivo, post-concerto insoddisfatto.

Scaletta

Intro
1. Medley:
– On Your Knees
– Inside The Electric Circus
– Hate To Love Me
2. L.O.V.E. Machine
3. Wild Child
4. Animal (Fuck Like A Beast)
5. Come Back To Black
6. The Headless Children
7. The Idol
8. The Real Me
9. I Wanna Be Somebody
—primo bis
10. The Raging Storm
—secondo bis
11. Blind In Texas

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