Wake The Sleeper

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Uriah Heep
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 2008
Voto: 4/5

Sono passati ben 10 anni dall’ultimo album in studio della leggendaria band di Birmingham, gli Uriah Heep. Era “Sonic Origami” (1998). In tutto questo tempo gli Uriah Heep non hanno mai smesso di suonare dal vivo e hanno pure sfornato un bel mucchio di registrazioni live. Quest’inverno la formazione, dopo un lungo periodo di stabilità straordinaria durato quasi 22 anni, ha cambiato volto: il grande orso Lee Kerslake ha lasciato la band, che si è rinforzata con il più giovane Russell Gilbrook.

“Wake The Sleeper” sorprende con una produzione incredibilmente viva. È la prima cosa che salta all’orecchio e già dall’attacco stacca nettamente il nuovo album dai predecessori anni Novanta, tutti belli lucidati. La sensazione è che la band abbia messo insieme il materiale nato nei 10 anni tra “Sonic Origami” e oggi, per poi chiudersi un bel giorno in studio, senza un vero piano, sparare fuori tutto in quattro e quattr’otto e metterlo su nastro. Restano intatti tutti i marchi di fabbrica che permettono agli Heep di scrivere una variante di hard rock tutta loro, che per le sue peculiarità si merita il nobile appellativo di “art”. Eppure “Wake The Sleeper” è un album completamente diverso e di nuovo fresco nel suono.

Su “Wake The Sleeper” torna, più che in qualsiasi altro momento da quando nella band non c’è più Ken Hensley, il classico tiro dell’Hammond. Probabilmente soprattutto perché il tastierista Phil Lanzon è coautore della maggior parte dei nuovi pezzi. Insieme al modo di suonare la chitarra inconfondibile di Box, fedele alle sue stampelle wah-wah, stavolta il contributo di Lanzon è riuscito ad avvicinare il suono della nuova produzione a quella sensazione di nostalgia anni Settanta, quando la band con i suoi album di maggior successo si è presa per sempre un posto a lettere d’oro nella storia del rock. Questa convivenza tra le tastiere massicce dell’Hammond e i tipici fraseggi di chitarra di Mick funziona alla perfezione. Lanzon ha praticamente cancellato i sintetizzatori dagli arrangiamenti, ed evidentemente stavolta la linea della band era fare un album dal suono il più naturale possibile. Non solo. Sono riusciti a mettere insieme uno dei dischi più cupi, e non solo dal 1986 in poi, ma di tutta la carriera. Sulle armonie vocali si sente un po’ che Lee Kerslake non c’è più, hanno perso un pizzico di quella raffinatezza caratteristica, ma in un album molto più organico non c’è davvero niente da rimpiangere. Shaw è perfetto e rifinito come sempre anche stavolta, mentre le linee di basso super melodiche di Trevor Bolder restano uno dei motori principali, che porta nella musica degli Uriah Heep una bella dose di dinamica e di scorrevolezza dei motivi.

“Wake The Sleeper” sorprende già in apertura, quando i ragazzi partono con uno strumentale omonimo da tre minuti e mezzo. Dico subito che proprio questo strumentale può dare fastidio a parecchi. Io personalmente lo “skippo” sempre e passo al pezzo dopo. In pratica è un estratto di una delle jam session in studio che alla band deve essere sembrata molto interessante. È rumoroso e caotico, oliato e lanciato in un bel galoppo, ma il suo schema di base ripetitivo diventa fin troppo presto noioso e quindi forzato. Il vero inizio dell’album è il brano Overload. L’impressionante pattern wah di Box, che cresce presto su una base ritmica dinamica, e quando poi ci si butta dentro anche Shaw con la sua voce calda e sensuale, la magia degli Uriah Heep nasce ancora una volta. I due pezzi più veloci del disco, Tears Of The World, che nella parte iniziale mantiene il passo alto da marcia dell’album, e Ghost Of The Ocean nella seconda metà, attraversata da un ritmo da cavalcata, eredità di Lee Kerslake, che evoca perfino perle del passato lontano come Free ‘N’ Easy o Easy Livin’, sono bilanciati da brani perlopiù di medio tempo, tutti con motivi di base molto elaborati e quel tipico crescendo di atmosfera attraverso il pre-ritornello, che esplode al culmine nei ritornelli. Per questo stavolta è piuttosto difficile trovare dei favoriti personali, cosa che invece di solito, con gli Uriah Heep, è la norma, almeno per quanto riguarda la perfezione degli ultimi tre album. La chiusura del disco è particolarmente cupa nella roccioso e rotolante Angels Walk With You, poi in Shadow e War Child, che hanno un’ottima combinazione di momenti drammatici. Stavolta la creazione di questa atmosfera oscura avvicina l’album a quelli degli Uriah Heep degli anni Settanta. Vale la pena sottolineare anche il pezzo più lungo del disco, What Kind Of God, che racconta l’esodo dei nativi americani, dove la band conferma ancora una volta la sua raffinata capacità di far crescere la tensione drammatica. Dopo una prima parte in cui spicca soprattutto la voce molto sentita di Shaw, il brano tocca il culmine nella seconda parte, quando rompe l’atmosfera in una nuova esperienza con uno straordinario pattern di Mick, dove due linee wah-wah sono sovrapposte. Insieme formano un’eccezionale cortina di riff, rafforzata dall’Hammond di Lanzon. Il momento evocato nella parte finale del brano richiama l’atmosfera di Against The Odds dall’album “Sea Of Light” (1995). A chi è abituato al suono di “Sonic Origami”, o si aspettava qualcosa di simile dagli Uriah Heep anche con il nuovo album, posso assicurare che ci metterà più tempo a conquistarlo; a chi invece arriva senza il peso dei predecessori della band, posso dire che “Wake The Sleeper” gli entrerà sotto pelle in un attimo.

Gli Uriah Heep non hanno deluso in niente con il nuovo album. Sono riusciti a tirare fuori un disco nuovo, diverso e dal suono fresco, con tutti i marchi di fabbrica riconoscibili che adornano questa band. In generale l’album contiene meno momenti di improvvisazione o di ricerca musicale (meno assoli e parti strumentali – soprattutto le parti d’apertura e di chiusura dei brani sono semplificate), un po’ meno sottigliezza “art” e perfezione sonora. Per chi mette gli Uriah Heep tra le band progressive, questo è un album meno progressive, ammesso che con gli Uriah Heep si possa davvero parlare di progressive rock. Però “Wake The Sleeper” è un album che mescola in modo intrigante un’epica melodia di alto livello con un tiro cupo e oscuro, fatto di interazione serrata tra fraseggio di chitarra e momenti di Hammond, che avvicina “Wake The Sleeper” alla magia degli album degli Uriah Heep della prima metà dei Settanta. Si tratta di un nuovo, ottimo album che con la sua compattezza e la sua cura sfida direttamente le vette musicali raggiunte dalla band con gli album “Sonic Origami” (1998) e “Sea Of Light” (1995). “Wake The Sleeper” è un disco che in ascolto smuove emozioni particolari e l’entusiasmo di scoprire l’impareggiabile magia degli Uriah Heep, che dura e dura, e i ragazzi con questo album sono ben lontani dall’aver detto l’ultima parola. Ah, se solo questa magia potesse sfiorare, almeno per un attimo, anche i Deep Purple, ormai svuotati di ogni espressività.

Formazione

Bernie Shaw – voce, cori
Mick Box – chitarra, cori
Phil Lanzon – tastiere, cori
Trevor Bolder – basso, cori
Russell Gilbrook – batteria, cori

Produzione

Mike Paxman

Tracklist

1. Wake The Sleeper
2. Overload
3. Tears Of The World
4. Light Of A Thousand Stars
5. Heaven’s Rain
6. Book Of Lies
7. What Kind Of God
8. Ghost Of The Ocean
9. Angels Walk With You
10. Shadow
11. War Child

Durata dell’album: 50.44

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