Warlord: Free Spirit Soar

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Uscita: 10.5.2024 per High Roller Records
Produzione: Jimmy Waldo, Giles Lavery
Durata: 56:30
Genere: US Prog/Power


“Prog Power per malinconici”

La tragicommedia «Signore della guerra» si legge più o meno così:

Due discendenti di immigrati greci con velleità megalomani, chiamiamoli Mark e Bill, fondano in California una band che si chiama Warlord. In piena rivoluzione glam, la band suona una forma estremamente malinconica di power prog metal con sfumature cristiane nei testi. Pubblicano un EP e poco dopo anche un LP (in cui per lo più sono ri-registrati i pezzi dell’EP più un paio di novità). Dato che nelle teste di Bill e Mark la band è molto più grandiosa e si muove su uno scenario ben più ampio dei glamster da quattro soldi, ovviamente non si farà le ossa live nei locali sudici del Sunset Strip. La band affitta un teatro dismesso e ci suona un finto concerto senza pubblico. Il tutto esce 13 anni dopo, quando ovviamente non frega più a nessuno. Con i dieci pezzi che erano riusciti a scrivere fino ad allora tirano fuori ancora due compilation, una si intitola addirittura «Best of Warlord», e poi la band si scioglie. Bill, insieme alla moglie per colpa della quale ha mandato all’aria i Warlord, mette su la band ultra cristiana Lordian Guard, mentre Mark va a pestare le pelli con i Fates Warning.

Poi succede di tutto: la band rimaneggia allegramente, ri-registra, remixa, masterizza, integra, incide con cantanti ospiti (Joacim Cans degli HammerFall) e rigira più o meno gli stessi dieci pezzi. Gli album usciti nei decenni successivi mi sono passati un po’ sopra le orecchie vigili.

Poi, quest’anno, nei suggerimenti del mio canale musicale preferito su internet comincia a saltare fuori il nuovissimo album Free Spirit Soar. Per un po’ ho resistito, poi – perché no – ci ho dato un paio di ascolti e ho capito subito che si infila senza problemi al posto del successore mancato dell’LP … And the Cannons of Destruction Has Begun del 1984. Per suono, testi e musica. Kein Problem, ja?

Va detto che nel frattempo, nel 2021, è morto il già citato Bill, il chitarrista William Tsamis. C’era da aspettarsi che senza uno dei due capi la band avrebbe chiuso i battenti. E invece no, Mark ha deciso di registrare un altro album con vecchie registrazioni di Bill, qualche pezzo dimenticato dei Lordian Guard e una formazione nuova. Da quel che leggo, tutte le parti di chitarra sono registrazioni restaurate di Bill, solo qualche ornamento l’ha aggiunto il nuovo chitarrista Eric Juris.

L’EP Deliver Us del 1983 e il già citato LP giravano di continuo nel mio mangianastri verso la fine degli anni Ottanta, ed ero un bel fan di entrambi, anche se della band in sé sapevo pochissimo. Come dicevo, l’album con Joacim alla voce (Ashes To Ashes del 2002, lo stesso anno del primo concerto ufficiale al festival Wacken Open Air) mi è passato inosservato sopra le orecchie, e lo stesso vale per tutti quelli successivi.

La produzione, curata dal cantante Giles e dal bassista Philip, riprende alla perfezione il suono torbido e semi-amatoriale che dominava le registrazioni dei Warlord negli anni Ottanta. Le melodie malinconiche e sinistre sono tornate, un pizzico di euro power metal ogni tanto fa capolino (Conquerors, la title track), e c’è tanta disperazione e tanto buio. Il cantante Giles fa un lavoro eccellente, adattando la voce con precisione all’atmosfera dei pezzi. I cantanti nei Warlord sono sempre stati di importanza secondaria, Bill ha ripetuto più volte che nel suo linguaggio musicale sono materiale di consumo. Sui singoli musicisti non mi dilungherei troppo: Mark è ovviamente una belva dietro i tamburi, e il fraseggio e gli assoli di Bill sono comunque un unicum nel mondo del heavy metal serio. Vale la pena notare che, rispetto alle prime due uscite originali, le tastiere sono molto più in primo piano e spesso, nelle melodie principali, coprono addirittura la chitarra.

L’album tiene l’ascoltatore sotto scacco per quasi un’ora, con roba di altissima qualità che si susseguono una dopo l’altra. Forse mi manca qualche vera elegia alla Soliloquy del primo LP, ma non si può avere tutto, no?

Dubito che con questo album la band si guadagni qualche nuovo fan, ma per tipi come me è un viaggio nel passato su un comodo treno con locomotiva a vapore, dove il traccheggiare sui binari è sostituito dalle precise percussioni di Mark.

Malinconico, astrale, maestoso e vintage.

Zuccherini: praticamente tutti i pezzi, direi.

Stavolta il voto lo salto, perché l’album va ascoltato da una certa prospettiva temporale e un suono retro così non si può giudicare in modo corretto ed equo nell’anno del Signore 2024. Di sicuro però mi riascolterò tutti gli album di mezzo, per capire se fanno davvero così schifo come mi era sembrato quando sono usciti.

Autore: Igorac


Tracklist:
1. Behold a Pale Horse
2. The Rider
3. Conquerors
4. Worms of the Earth
5. The Watchman (bonus track)
6. Free Spirit Soar
7. The Bell Tolls
8. Alarm
9. Twin (bonus)
10. Revelation XIX

Musicisti:
Mark Zonder – Batteria
Philip Bynoe – Basso
Eric Juris – Chitarre
Jimmy Waldo – Tastiere
Giles Lavery – Voce

Team tecnico:
Velio Josto – Copertina
Patrick W. Engel – Mastering
Andre Turoff – Grafica
Riccardo Demarosi – Mix
Jimmy Waldo – Produzione
Giles Lavery – Produzione

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