Weirdness

0 11

Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Stooges, The
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 2007

Fine anni Novanta e passaggio al nuovo millennio. Tempi nuovi e nuove tendenze. I grandi nomi erano ormai solo un mucchio di bei ricordi che prendono polvere sugli scaffali. A quanto pare è arrivato il momento delle pulizie di primavera e qualcuno, se non molti, torna in pista. Soldi che scarseggiano, voglia di mettere alla prova la propria vitalità e un desiderio ardente di autoconferma: sappiamo ancora farlo, il nostro mestiere, e lo padroneggiamo pure. A reclamare una fetta della torta gigante sono arrivati anche alcuni dei principali seminatori del punk, compito a casa e ascolto obbligato per ogni punk dentro e fuori, nell’anima e nel corpo: The Stooges, con il nuovo disco The Weirdness.

La fine degli anni Sessanta del Novecento, quando cominciavano appena a farsi strada, è ormai mezza eternità fa. All’epoca non erano in molti a credere che avrebbero avuto una lunga data di scadenza. Anche per via dell’infernale ciclo di droghe, depressioni, follia e candele accese da entrambi i lati. Erano megalomani anticonformisti che non sono riusciti a realizzare i loro sogni e per questo sono spariti ben due volte, dissolti nei loro elementi primi, riposti di propria mano nel ripostiglio della storia e dei ricordi sentimentali. Sono rimasti la fama e un pugno di album fenomenali, per esempio The Stooges, Fun House e Raw Power. E 34 anni dopo il loro ultimo disco, quel Raw Power pieno di ispirazione, in cui suonavano originali e pericolosi e difendevano il vessillo del punk di strada senza compromessi, si sono finalmente rimessi a battere insieme e, sotto la bacchetta di Steve Albini e senza troppe pressioni, hanno provato a rimettere le mani sull’antica chimica della formazione originale. Non per la prima volta, in verità: il primo esperimento di collaborazione l’avevano già fatto sul disco solista di Iggy, Skull Ring, e proprio durante il tour mondiale che hanno intrapreso, collegando i fili al corpo di un vecchio cadavere morto da un pezzo, che ha ricominciato a scalciare come colpito da un fulmine. Anche perché parecchi pezzi nel frattempo sono diventati hit commerciali. Perché le cose vecchie con la patina dell’età si vendono bene (meglio che ai tempi in cui irruppero sulla scena la prima volta) e perché, insomma, si addice alla scena odierna, anemica, del buon vecchio rock’n’roll, no?

L’album parte subito in quarta con ‘Trollin”, dove già dopo la prima strofa senti un vuoto bidimensionale, che si riflette al meglio nella mancanza di originalità di Iggy nel mettere insieme e spremere fuori un ritornello decente. Ron Asheton se ne esce con il solito stropicciare cliché di sei corde, suo fratello Scott borbotta passaggi prevedibili sui tamburi, e tre minuti di intro mi lasciano freddo. Ed ecco subito ‘You Can’t Have Friends’, che mantiene la fantasia del canto d’apertura. Iggy in the worst shape? Un pezzetto pop saltellante che ti aspetteresti da principianti pop punk a corto di idee e non da veterani che hanno abbattuto tabù nei lontani anni Settanta… Dopo che mi si sono un po’ calmati i capelli e ho capito che questo disco va ascoltato in modo un po’ diverso dal resto della discografia degli Stooges, un po’ più di energia me la butta finalmente addosso ‘ATM’, un semplicissimo pezzo da sparare a palla, mentre ascolti il quale non devi proprio stare a badare troppo ai testi. Manca comunque il calcio nelle parti basse, quello che mi farebbe spuntare un sorriso di felicità e mi farebbe credere con gli occhi lucidi a ogni singola parola uscita dal repertorio ribelle e adolescenziale di Iggy. ‘My Idea Of Fun’ prosegue la corsa sullo sterrato del vuoto di idee. “My idea of fun is killing everyone…”. Bleah! Davvero penoso e banale. Commento. E poi la title track. ‘The Weirdness’, con il suo primo ritmo ondeggiante, appena malinconico e ripetitivo, ti culla in uno stato di dolore morbido e di apatia onnicomprensiva, che completa splendidamente le grigie giornate di marzo con un appello esistenziale al movimento che qui non troverai in alcun modo. Solo un mondo contraddittorio di ottimismo alienato. In parte lo detta anche un sax sdolcinato, che con il suo assolo vellutato e troppo breve ricorda un vagare distaccato sotto la volta di un cielo piovoso, chissà dove, alle tre di notte. ‘Free & Freaky’ è in realtà il primo pezzo che mi dà un po’ più voglia di esserci, e riesco perfino a immaginarmelo benissimo sulle assi di qualche palco sloveno di medie dimensioni, o come elemento complementare di una serata spensierata in qualche bettola fumosa. “England and France, these cultures are old, the cheese is stinky and the beer ain’t cold…”. Mancanza di contenuto. Forma vuota. Il formalismo senza vero slancio continua in ‘Greedy Awful People’, un blaterare sui mediocri, che si collega a un esempio di pezzo rock’n’roll semplice e con un lato davvero simpatico: ‘She Took My Money’. L’assolo uscito dalle dita di Ron è il punto luminoso che porta il pezzo in un bel clima di gioia, delizioso. Nonostante il titolo. Il sax completa con eleganza la tavolozza di suoni dimenticati, ma la produzione è indefinita e quasi leggermente claustrofobica. Il filo rosso di questa fretta simile prosegue anche nel pezzo successivo, che serve una critica a un’epoca senza valori: ‘The End Of Christianity’. ‘Mexican Guy’ è il prossimo potenziale elemento di godimento, che con il suono di chitarra solcato offre in realtà il pezzo più definito del disco. Parla di follia e di roba pesante. Della storia del passato di Iggy. Semplice e senza abbellimenti, anche se resta l’amaro sospetto che Iggy sapesse già farlo meglio, in modo più poetico e senza quella sensazione di forzatura, di aridità di idee e di noiosità. ‘Passing Cloud’ la tira per le lunghe all’insegna del pop e poi arriviamo all’ultimo pezzo, che accenna all’understatement dell’intero disco, già espresso dal titolo stesso: ‘I’m Fried’.

Il disco The Weirdness suona davvero così: bruciato, superfluo e del tutto inutile. Svogliato e invecchiato. E non come succede con i vini, che con gli anni guadagnano in ricchezza di gusto. Se paragoni gli Stooges di oggi a quelli che avevi sentito prima, è come mettere a confronto Elvis e Shakin’ Stevens. Mancano cronicamente l’energia e la sincerità che hanno fatto entrare gli Stooges nella leggenda. Qui suonano come un gruppo di vecchietti che cercano di sfidare il morso del tempo e di dimostrare di non essere ancora da buttare, ma prendono la scorciatoia chiamata album a ogni costo. Senza avere un vero motivo, una vera voglia e un contenuto che si possa avvolgere in qualcosa che meriti di portare il nome The Stooges. In breve: sul dischetto del rigore si sono segnati un clamoroso autogol. Giudizio: decisamente contrario! Più fortuna e più idee la prossima volta!

Formazione

Iggy Pop – voce
Ron Asheton – chitarra
Scott Asheton – batteria
Mike Watt – basso
Steve Mackay – sassofono

Produzione

3 Blind Mice For MINDROOM

Tracklist

1. Trollin’
2. You Can’t Have Friends
3. ATM
4. My Idea Of Fun
5. The Weirdness
6. Free & Freaky
7. Greedy Awful People
8. She Took My Money
9. The End Of Christianity
10. Mexican Guy
11. Passing Cloud
12. I’m Fried

DURATA DELL’ALBUM: 40:02

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie