Worlds Apart

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 1981
Voto: 5/5

“Worlds Apart” ha rappresentato per gli eccentrici art rocker canadesi Saga la grande svolta commerciale, quella che, del tutto a sorpresa, li ha catapultati tra le band prog più ricercate del momento e, da lì in avanti, anche tra i preferiti di buona parte del pubblico mainstream, che del prog sinfonico — da cui pure nasce il suono di base del gruppo — di solito non si curava granché. L’album è ancora oggi il loro più venduto e ha sfornato anche tre hit radiofonici come “On The Loose”, “Time’s Up” e “Amnesia”. Di fronte a questo i più penserebbero subito che di colpo si siano messi a svendere in massa il loro stile, riconoscibile a chilometri di distanza, e ad adeguarsi alle mode del momento, come faceva la stragrande maggioranza dei “nonni” del prog che negli anni ’80 cercavano di conquistare in fretta la generazione MTV, screditando del tutto la propria immagine di un tempo. Con i Saga non è andata così, soprattutto perché il loro linguaggio musicale fin dall’inizio non ha mai nascosto i forti richiami pop e new wave e l’alta melodicità, che però sono sempre stati in perfetta armonia con i tipici arrangiamenti sinfonici stratificati del progressive rock, con i passaggi chitarristici hard rock incisivi e con una poesia intelligente, il tutto dentro un concept di cui non si vergognerebbero nemmeno i migliori scrittori di fantascienza. “Worlds Apart” è, per parecchi anni, il loro ultimo album a contenere i misteriosi “capitoli”, che compongono un concept futuristico sul furto del cervello di Einstein e sulla conseguente guerra tra gli uomini e le cavallette cibernetiche. Queste ultime, insieme ai “capitoli”, sono sparite per un bel po’ dalle loro copertine, e fu senza dubbio una delle conseguenze del successo commerciale e del tentativo di renderli ancora più popolari presso un pubblico più ampio.

Su “Worlds Apart” si nota già una dose un po’ più alta di new wave, conseguenza logica di una produzione diversa, ma restano comunque tutti gli elementi tradizionali che li distinguono a un chilometro dalle altre band di pop progressivo di quegli anni. Ci trovi alcuni dei pezzi migliori e più complessi della loro carriera, il che la dice lunga sull’eccellenza di un disco con cui per la prima volta si sono fatti notare anche dal mainstream. A dire il vero non riesco proprio a trovare una risposta convincente sul perché ce l’abbiano fatta proprio con questo, se non che proprio allora spuntò MTV che, trasmettendo a tappeto i loro video, faceva in modo che la buona musica arrivasse anche nel più sperduto buco di paese. Qui ci sono tutte le qualità che con i tre album precedenti avevano fatto di loro degli eccentrici così meravigliosi: arrangiamenti succosi su più linee di tastiere elettriche e synth di Jim Gilmour e del bassista Jim Crichton, ampi dettagli strumentali, un ritmo semplice ma massiccio sotto le mani del batterista Steve Negus, passaggi chitarristici energici di Ian Crichton e la voce possente e carismatica di Michael Sadler. Solo che stavolta fondono con ancora più raffinatezza di prima elementi di prog sinfonico, hard rock e new wave, tirandone fuori canzoni pop dalla struttura intelligente, ma anche qualche pezzo più vicino al progressive rock tradizionale.

L’opener “On The Loose” è stato il loro primo grande hit radiofonico. Eppure non c’è
nemmeno l’ombra di una svendita del classico suono Saga, perché qui si parla di pura classicità e di uno dei loro pezzi migliori. Un delicato strato di synth ambient si fonde splendidamente con un’espressività vocale energica, attraverso cui tagliano riff di chitarra dentati. Il ritornello, possente e drammatico, ci porta una poesia intelligente, rilanciata da spiritosi cambi di tempo pieni di passaggi strumentali coraggiosi, che una normale band pop rock ossessionata dalla caccia all’hit non si sognerebbe mai di concedersi. Da leccarsi i baffi. Anche “Wind Him Up” è uno dei pezzi migliori della loro storia, oltre che un hit radiofonico. Dietro il ritmo semplice e i sottili, fini strati di synth melodici si nasconde una profondità straordinaria, che irradia dall’espressività drammatica di Sadler e arriva al massimo nei ritornelli, dove entrano meravigliosamente anche le tastiere ambient. A garantire ancora più melodia e crescendo drammatico ci pensano i passaggi sottili sulla chitarra di Crichton e il pulsare del moog. Una vera leccornia per tutti gli amanti delle melodie neo prog. Segue il secondo hit radiofonico, “Amnesia”, senza dubbio il pezzo più commerciale del disco, new wave praticamente perfetta in stile Ultravox. Il campo di synth ambient è arricchito da un ritornello ultra melodico, spiritosi suoni di moog e bei passaggi di batteria che creano un’atmosfera romantica. Un esperimento molto interessante e piacevole in ambito new wave, che dimostra come anche dentro questo genere si possa sperimentare in lungo e in largo. “Framed” è un AOR decisamente solido con un ritmo funky, spiritose tastiere e cori di accompagnamento, che non offre chissà quali picchi artistici, ma nella seconda parte i Saga sorprendono di nuovo con un inserto strumentale brillante che spazza via ogni possibilità di monotonia. Particolarmente splendido l’assolo di Ian, con una serie di bending sul tremolo. La ballata pop sentimentale “Time’s Up”, il terzo hit radiofonico, è una delle cose meno interessanti del disco, che tira quasi più verso i tardi Roxy Music che verso i classici Saga. Perfino la voce di Sadler, di solito unica a chilometri di distanza, qui tende un po’ a Bryan Ferry. Il ritmo monotono e leggero è trascinato da bei slide di chitarra e da un delicato strato di synth, in cui si colgono perfino elementi che ancora oggi ritroviamo nei Marillion. Il solido “The Interview”, dove mescolano pop e hard rock, è un pezzo molto più godibile, intriso dei migliori ingredienti della band, come un riff sferzante e segante, una serie di tastiere vivaci e un ottimo ritornello. La splendida ballata “No Regrets (Chapter V)”, cantata dal tastierista Gilmour, regala finalmente di nuovo uno dei capitoli leggendari, quello che racconta la riconciliazione di Einstein con il nuovo corpo e la nuova missione. La performance vocale di Gilmour, da spezzare il cuore, e il delicato pianoforte, accompagnato sullo sfondo da distese ambient di synth, sono gli artefici principali di uno dei loro pezzi più belli. Lo strumentale “Conversations”, con una forte presenza di spiritosi suoni elettronici che si mescolano agli slide di chitarra di Ian, e in cui per la prima volta anche Jim Crichton mostra più chiaramente le sue follie al basso, è un esperimento più che interessante in cui i Saga sfoggiano con chiarezza le loro straordinarie capacità tecniche. L’epica “No Stranger (Chapter VIII)”, il capitolo in cui le cavallette decidono di creare un mondo senza “stranieri”, è il grande vertice progressivo del disco, e si apre con il suono di un battito cardiaco e di synth. Poi l’atmosfera si riscalda di nuovo per bene con l’irruzione di un riff di chitarra incisivo e di un canto drammatico. I maestri dell’ambient offrono una serie di succosi inserti strumentali e una grande sorpresa che arriva nella seconda parte, con un finale del tutto inaspettato. I Saga confermano ancora una volta la loro tradizione per cui l’ultimo pezzo del disco è uno dei suoi picchi.

“Worlds Apart” è un album chiave nell’opera creativa del gruppo, che mostra la band al culmine delle sue capacità e dell’ispirazione artistica. Se giudicassi i Saga solo dal punto di vista di una band pop, lo definirei senza esitazioni il loro album migliore. Dal punto di vista del progressive rock è invece un po’ meno interessante, perché sono quasi del tutto spariti quei tipici sfizi strumentali che creavano un’atmosfera speciale a metà tra schizoide e illuminata. I Saga fin qui si erano già parecchio fatti seri, si potrebbe dire che in un certo senso sono anche maturati, ma da questo album fino alla grande “rinascita” di fine anni ’90, quando hanno ritrovato la loro antica grandezza, ho cominciato a sentire sempre più la mancanza delle cavallette, dei “capitoli” e di quel loro suono divertente, sbarazzino, inconfondibile. Da lì in poi è seguita una commercializzazione sempre più spinta, che comunque non mi ha mai fatto perdere del tutto la testa, ma “Worlds Apart” per una serie di anni resta il loro ultimo classico, e bisognerà aspettare l’album “Full Circle” (1998) prima che i Saga tornino a essere quelli che amavo di più.

Formazione

Michael Sadler – voce, tastiere
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, sintetizzatore
Jim Gilmour – tastiere, clarinetto, cori
Steve Negus – batteria, percussioni

Produzione

Rupert Hine

Tracklist

1. On the Loose (4:12)
2. Wind Him Up (4:03)
3. Amnesia (5:44)
4. Framed (3:27)
5. Time’s Up (5:36)
6. The Interview (3:48)
7. No Regrets (Chapter V) (4:34)
8. Conversations (4:45)
9. No Stranger (Chapter VIII) (7:05)

Durata dell’album: 43:14

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