10,000 Days
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2007
Voto: 4.5/5
“10,000 Days”, se è vero quello che trapela da mesi dal loro entourage, è forse l’ultimo album in studio dei leggendari art rocker canadesi Saga. Anche se fino a poco tempo fa ero convinto che la saga dei Saga non sarebbe mai finita e che fossero una di quelle band indistruttibili e coriacee che suonano finché le gambe reggono, o finché non arriva la fine del mondo, purtroppo questa ipotesi sembra farsi sempre più concreta. Il motivo principale sta nella decisione del cantante Michael Sadler, uno dei tre membri originali, che all’inizio di quest’anno ha deciso di lasciare la band al termine del tour in corso per dedicare più tempo alla famiglia (motivo quasi di rito per addii del genere). Visto che secondo me Sadler è uno di quei cantanti insostituibili, senza i quali è impossibile immaginare il sound della band, sembra del tutto possibile che, dopo una sfilza di album eccellenti (soprattutto negli ultimi otto anni), sia arrivato il momento dei saluti. Comunque vada, è già chiaro che, anche se andranno avanti con qualcun altro al microfono, il suono non sarà mai più quello di una volta. Un cantante con un carisma e un’espressività emotiva del genere, e per di più così profondamente integrato nel suono della band, non lo sostituisci così, dall’oggi al domani. Il futuro dirà cosa decideranno alla fine gli altri: cioè i fratelli Crichton alla chitarra e al basso, il tastierista Jim Gilmour e il batterista Brian Doerner. In ogni caso è la fine di un’epoca, che ricorderemo a lungo con nostalgia e con un bel mucchio di dischi splendidi, con appena due passi falsi. Per quanto hanno fatto per il rock canadese e per l’art rock in generale, i Saga sono del tutto paragonabili ai loro coetanei, molto più famosi e celebrati, Rush. Anche per questi ultimi più volte è sembrato che fosse arrivata la fine della “strada”, eppure si sono sempre rialzati, e proprio dai momenti più bui. Quindi la speranza che i Saga non siano finiti e che la decisione di Sadler sia solo temporanea c’è ancora (l’ipotesi che sia una mossa per far salire le presenze ai concerti, a questo punto, è del tutto realistica). Mai dire mai.
Comunque vada il futuro, prima dell’addio di Sadler, o magari dell’addio dell’intera band, i Saga hanno sfornato un altro album eccellente e molto interessante, che, a differenza della maggior parte dei loro dischi, di solito con melodie piuttosto immediate che conquistavano l’ascoltatore in un attimo, ha la capacità di crescere nelle orecchie a ogni nuovo ascolto. Il titolo dell’album deriva dal numero di giorni passati dalla nascita della band a oggi. Quest’anno i Saga festeggiano i 30 anni di carriera, e questo rende l’addio di Sadler ancora più drammatico per i fan. “10,000 Days” è di conseguenza, per molti versi, un album parecchio simbolico e retrospettivo, che in molti testi richiama ricordi di episodi del passato della band, oltre ai classici interrogativi filosofici del tipo “da dove veniamo, dove stiamo navigando”. Dal punto di vista musicale, l’ottimo predecessore “Trust” (2006), secondo me sicuramente uno dei loro album migliori, era molto più diretto, carico e orientato a brani compatti, mentre “10,000 Days”, con più elementi progressive complessi, tanti momenti ambient, lunghe sezioni strumentali e linee di chitarra e tastiere un po’ più morbide, è nell’espressione più vicino a “Network” (2004). Significa che stavolta ci troveranno pane per i loro denti soprattutto tutti quelli che hanno sempre voluto dimostrare che il lato progressive rock del loro art rock è sempre stato più evidente di quello melodico/pop rock. “10,000 Days” ha anche un’atmosfera completamente diversa dal predecessore, perché offre all’ascoltatore più momenti calmi e sottili, che invitano a “sognare a occhi aperti”. Il merito va soprattutto al fatto che Gilmour non aveva da tempo una gamma così varia di tastiere ambient e tanto spazio a disposizione, mentre il riconoscibile ruggito della chitarra di Ian Crichton, nella produzione, stavolta nella maggior parte dei pezzi viene spinto un po’ più sullo sfondo. Eppure ci sono anche parecchi momenti più energici e incisivi, con più dei loro tipici elementi hard/melodic rock, che riportano alla mente alcuni dei loro lavori più compatti del passato. Anche se secondo me è il loro album più profondo finora, non c’è spazio per lutti o drammaticità eccessiva. Se un senso di addio c’è, è solenne e dignitoso. L’amata cavalletta cibernetica, che dalla fine degli anni ’90 era tornata a fare capolino sulle loro copertine, stavolta è stata sostituita dall’enorme teschio di un alieno, scoperto dagli astronauti in mezzo al deserto di un pianeta sconosciuto. Sul retro dell’album, sullo sfondo, si vede una piramide, a suggerire che si trattava di una creatura estinta che ha influenzato anche la storia umana. Quest’aura di mistero futuristico è sempre stata uno dei loro strumenti preferiti per dare forma alla loro espressione musicale, che molto spesso si è basata su un’atmosfera particolare, “spaziale”, e su concept di fantascienza.
Lungo tutto l’album i Saga trasmettono un nuovo livello di maturità, frutto di anni di lavoro instancabile (nella loro storia non si sono mai presi più di tre anni di “pausa” tra un disco e l’altro) e di un’evoluzione sonora costante. “Lifeline” si apre con tastiere ambient e campioni sonori che creano un’atmosfera misteriosa, finché non arriva a spezzarla un riff di chitarra incisivo. Il pezzo si regge per lo più su un ritmo lento, mentre i sottili strati di tastiere, un riffing vivace e una voce malinconica creano una magia tutta particolare. Il ritornello calmo, con la voce accompagnata da tappeti ambient, suona davvero come arrivato da un altro pianeta. Con assoli di tastiera e chitarra elettrica dal suono quasi cibernetico, la sensazione futuristica è perfetta. Segue la non meno splendida “Book of Lies”, aperta da uno strano effetto di tastiera, poi irrompe un motivo incisivo con voce energica e un’abbondanza di sintetizzatori. Anche qui troviamo un ritornello “spaziale”. Oltre allo strano effetto di tastiera e alle percussioni, il grande fascino del brano è uno stacco di batteria energicissimo e l’entrata di una lunga sezione strumentale dall’impostazione complessa, che è uno dei vertici prog rock dell’album. La serie di brani eccellenti prosegue con “Sideways”, con un interessante motivo d’apertura, intreccio di riff di chitarra e pianoforte. Gli arrangiamenti sinfonici poggiano bene su un ritmo saltellante. Dopo una sezione epica con voci a più strati arriva un ritornello splendido e trionfante, che forma uno dei momenti più drammatici dell’album.
“Can’t You See Me Now?”, aperta da campioni di tastiera dal sapore etnico, un riff di chitarra pieno di groove, un ritmo lento e una crescita drammatica della voce, è dal punto di vista dei testi una critica sarcastica alla politica moderna. I tappeti ambient di tastiera, insieme alla voce malinconica nel ritornello, creano un’atmosfera indimenticabile. Nella seconda parte arriva un ottimo assolo di chitarra di Ian, con tanti stacchi di batteria spettacolari che confermano la bravura di Doerner. Tutti quelli che da Saga si aspettavano spesso più prog rock complesso e sono rimasti a mani vuote saranno sicuramente entusiasti dell’ottimo strumentale “Corkentellis”, che dal punto di vista tecnico-artistico è quanto di meglio abbiano mai creato. Sezioni strumentali deliziose con assoli di tastiera e chitarra di altissimo livello, cambi di tempo imprevedibili e sezioni complesse con un lavoro pazzesco di batteria e basso convinceranno fino in fondo anche l’ultimo che dubitava dei Saga come band prog rock. L’alternarsi di divagazioni ambient e voli energici e virtuosistici toglie letteralmente il fiato. Una vittoria totale nell’esecuzione di un quartetto di strumentisti sopraffini. Questa composizione offre anche una visione interessante di come potrebbero suonare i Saga in futuro, se andassero avanti senza cantante – come band prog rock sinfonica con elementi di ambient e space rock.
“More Than I Deserve” è una splendida ballata che, grazie alla combinazione tra una prova vocale eccezionale di Sadler, i cori di accompagnamento, le tastiere ambient e una meravigliosa melodia di chitarra acustica, forma uno dei momenti più belli dell’album. In questo pezzo Mike, attraverso il testo, ringrazia con grande trasporto tutti i fan fedeli che in tutti questi anni hanno sostenuto lui e la band.”Sound Advice” è praticamente la classica creazione dei Saga, che ricorda i loro lavori più incisivi dei primi anni ’80. Riff incisivo, ritmo saltellante e voce sarcastica fanno rivivere quei Saga che si sono stampati nella memoria della maggior parte dei loro seguaci, maestri dell’art rock melodico con la costante componente dell’imprevedibilità. La title track “10,000 Days” è una ballata intrisa di arrangiamenti sinfonici e di una bellissima melodia di chitarra acustica. È un momento retrospettivo meraviglioso, che rappresenta uno sguardo indietro – a tutti i traguardi del passato, a tutti i alti e bassi. Il ritornello inneggiante a più voci le dà un’atmosfera solenne, mentre l’intreccio di chitarra acustica e tastiere trasmette una sottigliezza straordinaria. “It Never Ends” conferma poi che, a prescindere dall’epilogo, la saga dei Saga non finirà mai, e che anche se dopo questo album dovessero mollare, la loro musica vivrà ancora a lungo. Dopo un ottimo motivo d’apertura, in cui le trame veloci delle tastiere si fondono con un riff potente, arriva un’atmosfera magica e spaziale, creata da una voce misteriosa posata su un ritmo massiccio e da un magico intreccio tra chitarra e tastiere. L’ottimo ritornello epico con il verso “everything was changing, never ends” offre, a ben vedere, una bella risposta sul futuro della band. I Saga chiudono l’album con uno dei lavori più profondi della loro carriera.
Dopo l’uscita di “10,000 Days” ci si può chiedere, e a ragione, dove sarebbe la logica nel fatto che una band che con questo album ha dimostrato di essere ancora piena di slancio creativo ed energia lavorativa saluti con la mano i propri seguaci. Con “10,000 Days” i Saga hanno infatti creato di nuovo uno dei loro album migliori (a dire il vero l’ho sostenuto anche per i due precedenti, ma lo ripeto ancora una volta) e, allo stesso tempo, il loro album più profondo finora a livello espressivo, in cui hanno dato più spazio alla componente progressive rock. Davvero non ricordo che in un album precedente trasmettessero un’energia così matura come qui. Insieme a “Snakes & Arrows” dei loro compagni d’arte canadesi Rush e a “Fear Of a Blank Planet” dei Porcupine Tree, è secondo me uno dei migliori album prog rock del 2007. I Saga sono davvero come il buon vino: più invecchiano, meglio sono. Se dovesse essere l’atto finale di una band che per tanti anni ha fatto felici gli amanti del rock eclettico, sarebbe il miglior addio possibile. Con la partenza di Sadler si chiude un capitolo, ma la saga dei Saga, comunque vada il futuro, non finirà mai.
Formazione
Michael Sadler – voce
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso
Jim Gilmour – tastiere, cori
Brian Doerner – batteria
Produzione
Jim Crichton
Tracklist
1.) Lifeline
2.) Book Of Lies
3.) Sideways
4.) Can’t You See Me Now?
5.) Corkentellis (instr.)
6.) More Than I Deserve
7.) Sound Advice
8.) 10,000 Days
9.) It Never Ends