16.6 (Before The Devil Knows You’re Dead)
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Primal Fear
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2009
Durata: 69.33
Voto: 4/5
I Primal Fear sono dei ragazzi diligenti e intraprendenti. Pianificano con cura e sfornano nuovi album a ritmo “biennale”. Nel frattempo battono i palchi dei concerti e li promuovono. Certo, i cambiamenti sono d’obbligo, così la gente e l’ambiente non ti annoiano, ma di sicuro possono anche influire positivamente sull’evoluzione della band stessa, in termini di crescita della propria espressività artistica. Già “New Religion” lasciava intendere che i Primal Fear fossero entrati in un periodo di cambiamenti, quando firmarono con l’etichetta italiana Frontiers Records, che si occupa soprattutto di band dell’area hard rock melodico.
L’ingaggio del chitarrista Magnus Karlsson, che collabora bene da anni con Frontiers Records, non suona poi così insolito come si potrebbe pensare all’inizio. I Primal Fear sono infatti una delle poche band heavy metal tedesche disposte a scendere a compromessi sull’immagine musicale e a investire energia creativa in una dose variabile di sperimentazione, innestata sul loro stile di base, già ben consolidato. Magnus Karlsson, che ha preso il posto di Tom Naumann, è un fattore che — se gli lasci carta bianca nel comporre — può cambiare drasticamente il volto complessivo dei brani e dell’album. Il suo modo di scrivere, d’altronde, non è difficile da riconoscere. I Primal Fear, noti per la fede incrollabile nella loro predica metal, non sorprendono solo perché le scarpe di Naumann non le ha calzate un collaudato chitarrista tedesco della scuola di Alex Beyrodt (Silent Force), ma anche perché hanno provato e usato un bel sacco di idee di Karlsson.
Perciò non ti stupirà più soltanto il suono più controllato dei riff di chitarra, che ha perso quel tipico tocco grezzo della vecchia produzione targata Sinner, ma anche la quantità crescente di arrangiamenti scritti per le tastiere (Black Rain, No Smoke Without Fire, 5.0/Torn) che la band infila nei suoi pezzi. Le tastiere hanno sempre attirato i Primal Fear, ma finora i ragazzi le usavano in tracce appena percettibili. Una presenza più marcata si nota solo su “New Religion”. Dato che Karlsson con i suoi altri progetti si muove perlopiù sul terreno dell’hard rock melodico (collaborazioni con Bob Catley, Tony O’Hora, Russell Allen e Jorn Lande, Starberaker, Codex,… per citarne solo alcuni), è logico che un po’ di tutto questo si sia attaccato anche alla musica dei Primal Fear. Quel che stupisce di più è che Sinner, Scheppers, Wolter e Black, in quanto rappresentanti della rigidità e dell’inflessibilità tedesche, siano stati disposti a scendere a compromessi. Sul nuovo album ci sono pochi pezzi devastanti e veloci. Se prendiamo solo l’opener Riding The Eagle, perfino questa, nelle linee di fondo, è melodicamente “alla Helloween” (fai caso anche al “picking” sopra i riff), il che non è proprio nella tradizione dei Primal Fear. La dose di melodia è quindi più alta che mai nella carriera dei Primal Fear. A tratti i brani riprendono la fusione incredibilmente riuscita tra le conquiste di base del mestiere tradizionale dei Primal Fear e il fenomeno Karlsson. Uno dei tentativi più audaci è catturato sull’album in Night After Night o Under The Radar. “16.6” rappresenta quindi non solo l’album più melodico della carriera dei Primal Fear, ma anche il più sperimentale. Prendi Black Rain, che ha un motivo d’apertura orientaleggiante e si riversa nella linea di tastiere di Karlsson, che Scheppers segue nel suo stile tipico, poi il pezzo si spacca in un ritornello rapace, sorretto dal martellare del doppio pedale, che è già più “alla Primal Fear”. A questa collisione tra il Fear metal tradizionale e il contributo di Karlsson si sottomette l’intero album “16.6”. E con grande successo. Killbound e The Exorcist, di gran lunga il pezzo più devastante del disco, sono tra i brani quelli che sanno più di Primal Fear tradizionali, con Scheppers che tira la curva della melodia nelle strofe, per la gioia di tutti voi che volete i Primal Fear tipici dell’era “pre-Karlsson”.
Sull’album ci sono tre brani che escono dal solco. Il primo è Soar, che nel riff suona metal moderno, sensazione rafforzata da un ulteriore pattern nell’incisione ritmica e dalle grida di massa aggiunte nel ritornello. Poi la title track. Nel ritornello ha preso un accento più morbido, di mezzo tono, con un motivetto piuttosto fastidioso e invadente. Questo pezzo la band lo suonerà quasi sicuramente nel nuovo tour, pensato per promuovere l’album “16.6”. Il terzo di questi brani è uno dei momenti più interessanti del disco e ne rappresenta la chiusura: Hands Of Time, un ottimo pezzo acustico con un ritornello incredibilmente contagioso e il potenziale per girare in radio, in cui si dividono le linee vocali principali prima del ritornello Sinner, Wolter, Karlsson e Scheppers. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno i Primal Fear avrebbero suonato arrangiamenti acustici, avrei riso di questa presa in giro con tutto il cuore. Eppure funziona alla grande. Ringraziamo per questo l’ottimo fiuto per gli arrangiamenti di musicisti rodati ed esperti, che convivono nei Primal Fear.
Devo ammettere che personalmente sono rimasto non poco sorpreso dal nuovo album, la prima volta che l’ho messo su. Rispetto alle mie aspettative rigide e incrostate del tipo “Un nuovo Nuclear Fire, per favore!” sono stato addirittura deluso. Eppure è comunque un album dei Primal Fear, di quelli che ti crescono addosso piano piano, e quando crescono non c’è diavolo che non ti convinca che si tratta di uno degli album più maturi della loro carriera. Allo stesso tempo resiste con successo e cancella il fattore di prevedibilità dello stampo Primal Fear, proprio grazie all’uso delle idee di Karlsson, che hanno inserito con grandissimo gusto nei nuovi pezzi.
Allo stesso tempo i Primal Fear hanno mantenuto tutta la loro riconoscibilità e il loro carisma. Anzi, di più. In termini di sviluppo hanno fatto un passo avanti nella loro visione musicale. La tiratura limitata del digipak del nuovo album contiene i brani Cry Havoc e Scream, che riportano su “16.6” il feeling tradizionale e funzionano alla grande in sintonia con il resto del materiale, quindi ti consiglio caldamente di procurarti l’edizione speciale di “16.6.”. Stavolta la sperimentazione ha pagato profumatamente per i Primal Fear. Allo stesso tempo è l’album di una band che si distingue per una maturità straordinaria e per il dosaggio degli ingredienti nelle quantità giuste. “16.6” è un album che ti sorprenderà, perché all’inizio non ti entrerà sotto la pelle, ma comincerà a ricompensarti con un po’ di ritardo. “16.6.” è l’album più variopinto e dinamico della carriera dei Primal Fear.
Formazione
Ralf Scheppers – voce
Henny Wolter – chitarra
Magnus Karlsson – chitarra, tastiere
Mat Sinner – basso
Randy Black – batteria
Produzione
Mat Sinner
Tracklist
1. Before The Devil Knows You’re Dead
2. Riding The Eagle
3. Six Times Dead (16.6)
4. Black Rain
5. Under The Radar
6. 5.0/Torn
7. Soar
8. Killbound
9. No Smoke Without Fire
10. Night After Night
11. Smith And Wesson
12. Exorcist, The
13. Hands Of Time
14. Cry Havoc*
15. Scream*
*…bonus track per il mercato europeo