18 anni di puzzole! (2020)
È passato quasi un mese dalla maratona di concerti per il 18° compleanno dei Dirty Skunks, di gran lunga gli organizzatori di concerti più attivi dalle nostre parti. Matej e Črt ci hanno portato nei locali un’infinità di band che senza di loro probabilmente non avremmo mai visto qui. Il loro contributo alla scena è quindi inestimabile, e non solo per i concerti, ma in generale. Hanno infatti cominciato a tirare su anche le nuove leve, i Fundamentum, sono «colpevoli» della crème de la crème di artisti sul palco dei Metaldays, e si sono pure calati nei panni del management, prendendo sotto la loro ala la synth wave band Neuromancer.
I due skunk si sono guadagnati da un pezzo il diritto di fare festa (per parafrasare i Beastie Boys), solo che non festeggiano da soli: alla festa invitano tutti. Per il loro 18° compleanno hanno aperto all’Orto bar la Babuška con ben 18 strati, 18 band slovene che hanno mostrato chiaramente quanto sia forte la nostra scena metal/punk/HC. Anzi, come ormai da tradizione, il Dirty Skunks fest si è svolto su ben tre palchi dell’Orto, e quest’anno il festival era sold out già più o meno a metà serata. La serata di festeggiamenti per la maggiore età dei Simpatici Puzzoletti è iniziata nella sala più grande dell’Orto già alle sei e mezza, e la maratona è andata avanti fino all’una di notte, quando è stata servita l’ultima babuška.
L’onore di scaldare gli animi e sgranchire le ossa (cosa che, vista la lunga notte davanti, ci stava proprio bene) è toccato ai March of War, formazione di death metal melodico di Lubiana. Nonostante l’ora presto, nella sala più grande si era già radunato un bel po’ di gente, e la marcia di guerra è partita davanti a una sala quasi piena. I ragazzi di Lubiana hanno mostrato un approccio interessante al death metal, per lo più molto melodico, con le due chitarre che a tratti si sono prese qualche passaggio tecnicamente più complesso. Il cantato tuonava come da copione per il genere, ma hanno un po’ disturbato i discorsi interminabili e senza senso tra un pezzo e l’altro e una cover degli Amon Amarth davvero superflua.
Per l’ultima volta stasera siamo potuti restare davanti allo stesso palco tra un’esibizione e l’altra e accogliere lassù i Guattari del Litorale, che hanno fatto compiere un salto di genere dal death metal ortodosso allo sludge, con tutta l’untuosità di chitarre a sette corde e di un beatdown massiccio. I ragazzi del Litorale, con Jan degli Shiv al comando di voce e chitarra, hanno presentato soprattutto l’EP uscito l’anno scorso Demiurg, e con i pezzi di quel disco hanno fatto tremare per bene timpani e ossa con toni bassissimi e una voce grezza. I Guattari hanno subito ricordato per genere i pesi massimi di New Orleans Crowbar, ma hanno sorpreso con una buona dose di personalità, per cui l’attesa del full-length d’esordio si fa dura.
Poi il primo salto al piano di sopra dell’Orto, sul palco dove erano già saliti i deathcorer della Stiria Taste of Plague. Dal nome e dal logo ci si aspetterebbe gente orientata verso un metal ancora più nero, e invece no. Così la sorpresa è ancora più grande quando sul palco la parte strumentale della band si presenta con un look in linea col genere che suona, mentre il cantante è in uniforme completamente black metal, corpse paint compreso. Se a prima vista i ragazzi fanno pensare che anche la musica sia altrettanto schizofrenica, in realtà è perfettamente incasellata nel deathcore, solo che ogni tanto il cantante tira fuori qualche scream che puzza leggermente di black metal. I Taste of Plague hanno fatto il loro lavoro con sicurezza, ma sull’ immagine ci sarà da riflettere bene.
Molto più coerenti sono stati, al piano di sotto, i Maskardh di Lubiana, che hanno tenuto una lezione di death metal progressive/tecnico fatta di ritmi spezzati, sezione ritmica movimentata e approccio devastante alla maniera dei pezzi più heavy dei Gojira. Con i Maskardh ci si è sgranchiti per bene il collo, anche grazie a un’esibizione energicissima e a un cantante scatenato, e la band ha fatto capire chiaramente di essere uno dei nomi più promettenti della scena metal di casa nostra (mentre aspettiamo da fin troppo tempo il secondo album dei Paragorie), e spero che presto pubblichi anche un debutto in studio.
Chi voleva vedere i The Canyon Observer sul palco più piccolo dell’Orto, nel mitico bar, doveva prenotarsi il posto con circa un’ora d’anticipo. Il bar è diventato la definizione di scatola di sardine: mancava solo che la gente salisse sul bancone. Dalla porta aperta si riusciva a vedere solo un pezzetto del caos sonoro prodotto dai TCO, e a un certo punto ho dovuto tendere la mano a un collega giornalista per farlo uscire da quella stanza stipata fino all’inverosimile.
Poi di nuovo un salto al piano di sopra, che è stato tinto di nero dai black metaller melodici di Tolmin Agan, che hanno servito una bella dose di metal epico. I ragazzi hanno suonato i pezzi dell’EP De Profundis (2018) e con il loro approccio contagioso hanno fatto scapocciare le prime file come se ci fosse una scommessa in ballo. Nonostante la durata consistente dei brani, dal vivo non si trascinano, anzi, con la loro dinamica e varietà non fanno mai annoiare. Anche se i pezzi dell’EP sono arricchiti da tastiere e voci aggiuntive, gli Agan dal vivo hanno convinto ancora di più con un approccio più primordiale e grezzo, e inoltre la band (insieme a Valuk, Srd, Dekadent e Grob) è la prova vivente che lo sloveno nel black metal funziona davvero alla grande.
Qualcosa di completamente diverso e molto più semplice è arrivato al piano di sotto con gli skate punker melodici di Maribor Alo!Stari, che hanno riempito all’inverosimile la sala più grande dell’Orto bar (più o meno in quel momento Chop e Simona avevano già appeso l’avviso che l’Orto bar era sold out fino all’ultimo angolino!). Gli Alo!Stari, con il loro approccio leggero e da cazzoni, uno show energico e un punk contagioso e semplice a tre accordi (à la Milencollin, Satanic Surfers), ti sono entrati subito sotto pelle e hanno conquistato con pezzi come Star, Maček Muri, Nea mi govori, Alo!Stari e altri. Da lubianese doc, mi hanno dato fastidio solo i testi con il marcato accento di Maribor, eheh.
Il secondo tentativo di sfondare nell’Orto bar è riuscito, e più che riuscito è stata anche l’esibizione dei black metaller del Litorale Grob, che si sono lanciati nella scena black metal slovena con l’ottimo debutto Metanoia (2018). Per via della scena in cui hanno suonato, il loro show ha assunto un’aura ancora più forte dei tempi in cui in simili «bettole» nacque questo genere più depravato del metal estremo. Ai Grob si è unito da poco un secondo chitarrista con cui la band suona ancora più potente, anche se (probabilmente anche perché sul «palco» la band non si sentiva come avrebbe dovuto) ci sono state alcune sbavature, più evidenti durante l’ epica Razkol. Ciononostante l’esibizione dei Grob ha lasciato di nuovo la sensazione unica di assistere a un rituale nero, di cui Metanoia è la colonna sonora perfetta.
Per gli amanti dell’accordatura più bassa e massiccia la ricetta giusta erano i Morywa, che con la loro visione del djent death metal hanno riempito la sala e fatto partire parecchi mosh pit. I Morywa hanno dedicato la maggior parte del loro show all’album ancora attuale Vamana Ira, e per fortuna hanno presentato anche qualche novità, che presto troverà posto sul successore del debutto. Questa volta sono riuscito a beccare la band per la prima volta da quando alla voce è arrivato Gašper Podbregar, e con piacere constato che fa un lavoro eccellente, anche nel coinvolgere il pubblico, che mangiava letteralmente dalle mani della band.
Davanti a una sala di nuovo stracolma sono saliti sul palco quelli che al momento sono i portabandiera dell’heavy metal di casa nostra, gli SkyEye, che volano alti sulle ali del riuscito debutto Digital God. Dall’uscita i ragazzi hanno già fatto un bel po’ di concerti, e si sente dall’affiatamento sempre migliore, mentre il cantante Jan si sta trasformando in uno dei migliori frontman da noi. Gli SkyEye hanno dedicato la maggior parte del set alle marce heavy metal suonate in modo magistrale del debutto, e hanno dimostrato di non adagiarsi sugli allori con un nuovo pezzo promettente.
La serata nella sala grande si è chiusa in grande stile con i black metaller istriani Malorshiga, che con il debutto Kvlt ov Vitis et Olea hanno stappato all’Orto bottiglie di olio d’oliva e di vino. I Malorshiga si sono concessi una scenografia curatissima, con le aste dei microfoni avvolte in rami d’ulivo, e a rubare l’attenzione è stato il cantante psicotico, che ha alzato in aria un gigantesco trofeo di corna e brindato con vino rosso. Gli istriani hanno suonato per intero il loro debutto e aggiunto anche un pezzo nuovo, che ne è il seguito logico.
Per via della calca insopportabile, delle chiacchiere e di tutto quel che ci gira intorno, gli altri artisti li ho visti solo di sfuggita; il piano di sopra era per lo più a tinte punk con i melodici Diareja Eksploziv, HBWC a.k.a. Hillbilly With the Chainsaw, gli hardcorer metallizzati del Prekmurje Reach e, in chiusura, il trio death’n’roll Britof. Il palco più piccolo è stato invece assaltato dagli stoner Dust Collector, dal duo doom Chains, che ha appena pubblicato per l’etichetta On Parole il debutto Sonic Sabbath, e la serata l’hanno chiusa gli Harry.
Tirando le somme: una serata maratona indimenticabile e ancora tanti, tanti anni di Dirty Skunks!
autore: Rok Klemše
foto: Nina Grad

































































