20 anni di puzza targata Dirty Skunks

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Ogni anno la tradizionale celebrazione della puzza, cioè il compleanno dei Dirty Skunks, gli organizzatori di concerti più attivi da noi, è diventata sinonimo del primo grande evento dopo Capodanno. Il Dirty Skunks mini festival è così diventato un classico di gennaio, sempre «cerchiato» in rosso sul calendario, poi è successo quello che sappiamo tutti e la festa per il ventesimo compleanno purtroppo non si è potuta fare. Vabbè, niente paura, hanno detto dalle tane delle puzzole, e hanno organizzato il ventesimo insieme al ventunesimo, e non in un posto solo (l’ultima volta su tre palchi dell’Orto bar). «Go Big or Go Home», hanno detto, e hanno messo in piedi un vero festival, spalmato su due giorni e ben cinque palchi con circa 40 band, più gli afterparty con i DJ. Per uno di mezza età questo Dirty Skunks fest era già un bel boccone, ed è anche il motivo principale per cui stavolta ci siamo visti solo una parte delle band del secondo giorno.

L’odissea concertistica di sabato all’Orto bar è partita a ritmi doom che rotolano lenti, quelli dei lubianesi Mist. Era un bel po’ che non riuscivo a beccarli dal vivo, quindi il loro set è stato un benvenuto in piena regola. La band è salita sul palco, come si addice al genere, in luci dai toni scuri e in poco meno di quarantacinque minuti ci ha ricordato quanto sia ottimo il suo esordio Free Me From the Sun, ma ha anche scavato un po’ più indietro nel passato e, ancora meglio, con due pezzi nuovi ha puntato il dito sul futuro. Stavolta c’era anche una novità: al basso non c’era più Neža Pečan, perché la band, poco prima dell’esibizione al Dirty Skunks fest, ha comunicato di essersi separata da lei. Il ruolo di bassista l’ha preso Urban Železnik (Challenger), che ha fatto il suo lavoro alla grande. I Mist ci hanno comunque conquistati di nuovo con ritmi lenti, sognanti e sinistri, comandati dalla voce carismatica di Nina, che nella testa ti porta sempre non so dove sulla Slivnica, attorno al calderone delle streghe quando hanno stretto il patto con il Diavolo. Potente e convincente! I Mist sono arrivati (troppo) presto alla fine, con la title track del loro esordio, ma prima ci hanno esaltati con un pezzo nuovo, se non sbaglio intitolato Mountains, che ha sorpreso perché ci si sentivano alcune influenze dei nordirlandesi Darkest Era (che l’anno scorso hanno pubblicato Wither on the Vine, uno dei dischi migliori dell’anno).

La serata all’Orto bar è proseguita su ritmi completamente diversi, con la formazione HC/post metal Decair, che non ero ancora riuscito a sentire dal vivo e quindi mi sono lasciato sorprendere. I ragazzi hanno puntato prima di tutto su uno spettacolo di luci eccezionale, mentre musicalmente ci hanno riportati dritti negli anni Novanta, visto che a tratti suonavano vicini al nu metal, allora in voga. Sul palco ci sanno fare fino in fondo: ci hanno convinti con le luci di cui sopra, in mezzo alle quali bassista e chitarrista svettano come monoliti, e si è rivelato efficace anche il modo in cui hanno collegato il silenzio tra un pezzo e l’altro con vari effetti sonori. I Decair hanno suonato soprattutto il materiale dell’EP Through Distance, che ai fan del genere è probabilmente piaciuto, mentre a me hanno convinto soprattutto con le parti più veloci e pesanti, mentre i ritornelli e le parti cantate in voce pulita mi hanno lasciato parecchio freddo. Oppure mi era rimasta nelle orecchie la sensazione, più forte, dei Mist.

Di nuovo più convincente, per noi, l’ultima band all’Orto: i death metaller melodici di Ptuj Ashine, che come i predecessori non ero ancora riuscito a sentire dal vivo. Gli Ashine sono saliti sul palco in modo diverso, perché con un alto livello di sicurezza e padronanza degli strumenti hanno conquistato il palco dell’Orto come un uragano. In poco più di quaranta minuti i ragazzi ci hanno ricordato il loro esordio Force of Nature, che, vista la loro presenza scenica, ha un titolo più che azzeccato. Gli Ashine hanno fatto muovere parecchio i colli in un Orto bar finalmente un po’ più pieno, e hanno convinto soprattutto con alcune linee davvero dal suono epico, riff melodici memorabili, un growl profondo e una prestazione eccellente alla batteria. Gli Ashine hanno senza dubbio fatto capire che bisogna dare più attenzione anche alla scena metal dell’est della Slovenia, ma soprattutto all’esordio Force of Nature, che tra le tante uscite nostrane di alta qualità degli ultimi anni è rimasto ingiustamente trascurato. Facciamo l’esame di riparazione.

Siccome gli articoli da toilette li preferisco nel bagno di casa piuttosto che sotto il palco, i Gutalax come headliner all’Orto bar li abbiamo saltati e alla Gala hala ci siamo beccati gli ultimi momenti degli stiriani Dethrone the Corrupted, il cui set per genere e intensità era vicino a quello degli Ashine. Il proseguimento della serata alla Gala hala è stato di nuovo tutta un’altra storia come genere, perché sul palco è salito il trio strumentale Auto, che ha avvolto Metelkovo nel fumo del rock progressivo e psichedelico e ci ha portati in sfere musicali completamente diverse. Gli Auto a tratti hanno segato che sembrava metal, altre volte con lunghi passaggi psichedelici e assoli di chitarra ci hanno portati nel rock degli anni Settanta. Negli Auto si sentivano così influenze di gente come i Cream e i The Vintage Caravan, mentre la Gala hala, bella piena, scuoteva soddisfatta la testa e grooveggiava sui ritmi contagiosi di questo trio scatenato e vivace. Bello che i Dirty Skunks, con un cartellone vario per genere, offrano uno sguardo su altri volti della musica e presentino anche band che altrimenti restano «sotto il radar».

I veterani del thrash di casa nostra li abbiamo già visti un sacco di volte, quindi si sa esattamente cosa aspettarsi. E non è né più né meno che thrash ad alto numero di ottani, suonato dal vivo al massimo livello. È passato ormai mezzo anno abbondante dall’uscita del quarto album in studio Tellurian Rupture, che si è piantato ben bene nelle orecchie del pubblico infuocato, che alla Gala hala si beveva ogni verso, ogni linea di chitarra e ogni colpo della sezione ritmica. I ragazzi e la ragazza sono al momento probabilmente una delle formazioni più affiatate da noi e, sotto il comando della voce di Bucot, hanno dimostrato ancora una volta che ogni concerto degli Eruption è da leccarsi i baffi. Ancora una volta a sbranare tutto è stato lo straordinario duo di chitarre Kamenšek/Lavtar, soprattutto quest’ultimo, che nella band si è inserito come un’ape operaia nella mente collettiva dell’alveare, e il suo suonare eccellente lo arricchisce con cori affidabili e headbanging continuo, e si vede davvero che suonare negli Eruption gli dà una gioia enorme. Gli Eruption hanno semplicemente dimostrato ancora una volta che nel thrash di casa non hanno rivali e che la loro strada punta sempre e solo verso l’alto, come prova Tellurian Rupture, il loro disco migliore finora.

Il Dirty Skunks fest 2023 l’abbiamo chiuso alla Gala hala con la formazione atmospheric/experimental black metal Kamra, che alla fine dell’anno scorso ha coronato la sua attività con l’ottimamente accolto esordio Cerebral Alchemy. Una delle uscite più eccitanti dell’anno scorso. Il sabato si è così chiuso in toni sinistri e dissonanti di un black metal dal suono poco convenzionale, che oltre alla voce urlata viene arricchito da passaggi di parlato e da un’unica, particolare voce pulita.

Probabilmente il progetto Dirty Skunks più ambizioso finora (anche se, perlomeno in gran parte, solo con band locali) resterà un bel ricordo, anche se sia per gli organizzatori che per i visitatori è stato un bel boccone dal punto di vista logistico. Ma allo stesso tempo è un grande promemoria della ricchezza e della varietà della scena «underground» slovena, di cui i Dirty Skunks sono una parte importante. Al prossimo grande progetto Dirty Skunks: l’edizione di debutto di quest’anno del Tolminator!

Foto: Nina Grad

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