20 anni di Izštekani: unplugged con stile (2013)

Jure Longyka
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Location: Lubiana / CUK Kino Šiška / Slovenia
Data: martedì, 03.12.2013


Quanto è bravo davvero un musicista quando gli togli il trucco degli effetti e, invece di una distorsione urlata, gli metti in mano soltanto la cassa armonica di una chitarra acustica, lo fai sedere davanti a un microfono e gli dai la possibilità di servire la forma più pura della sua musica con nient’altro che un paio di corde vocali e dita ben rodate? Sono pochi gli assi che ultimamente sono riuscito ad ascoltare per più di un paio di minuti, perché di poser e chiacchieroni non c’è certo penuria. E se sulla scena mondiale l’acustico come forma pura non occupa le frequenze radio principali, in Slovenia, dopo un iniziale prestito, una rivisitazione della forma consolidata e collaudata dei grandi, si è conquistato un formato ben radicato un programma che punta sull’acustico e sulla sincerità sonora incontaminata da ben vent’anni. Forse da questa parte delle Alpi, e ancor più nelle stanze dell’orgoglio mediatico nazionale, fortezza dell’eccellenza linguistica e musicale, nell’edificio accanto al ragazzo col flauto, i cambiamenti avvengono lentamente e quasi impercettibilmente, ma c’è qualcosa che resta del tutto immutato: se non è rotto, non cambiarlo di un millimetro! Ed è proprio seguendo questo imperativo che «vaš omiljeni DJ Jure» (il vostro amatissimo DJ Jure) quest’anno ha festeggiato vent’anni tondi del suo programma radiofonico, che è cresciuto oltre la forma di Radio Študent, quindici anni fa ha gettato l’ancora negli studi di Val 202, ha sfornato più di 200 puntate e un’infinità di ospiti, un paio di volte è sgattaiolato dall’intimità dello studio radiofonico sui grandi palchi e ha così messo nero su bianco che gli Izštekani, da noi, sono qualcosa di più. Io ho la sfortuna di avere una memoria che non mi molla così in fretta, e ricordo bene la mia prima avversione per un programma che aveva preso in prestito fin troppo alla lettera il format di una trasmissione molto nota e seguitissima, quella che ha segnato la generazione MTV con indimenticabili sfoghi di emozione e sensualità di musicisti come Eric Clapton, e poi Nirvana, Alice In Chains, Pearl Jam, Neil Young, Sting, e potremmo andare avanti ancora. Per i miei standard di allora la Slovenia era dannatamente troppo piccola perché una cosa come gli Izštekani potesse tirare il treno all’infinito, ma a quanto pare allora avevo fatto male i conti. Di musicisti bravi, ma che bravi – eccellenti – ne abbiamo abbastanza perché Jure Longyka sia riuscito ad attirare nel grembo del suo universo acustico ospiti sufficienti per più di 200 puntate. Dopo il primo unplugged del lontano 1993 con i Sokoli e l’indistruttibile Pero, è seguito un piccolo mare di nomi della scena di casa, come i miei amati Demolition Group, Miladojka Youneed, Niet, gli Hexenbrutal di recente splendidamente spogliati e trasformati, e tra un polo e l’altro si stende una lunga linea evolutiva di qualità e sovversione, in un modo tutto suo, provocatoriamente produttivo. Non ci sono stati solo esponenti nostrani dell’avanguardia: nel frattempo gli Izštekani hanno ospitato anche chicche d’importazione, alcuni ospiti sono tornati più volte (anche per la qualità dimostrata), e particolarmente interessante era l’annuncio che il ventesimo anniversario sarebbe stato immortalato con uno spettacolo di una serata intera nel Kino Šiška di Lubiana, dove sul palco si sarebbero alternati undici nomi succosi della scena slovena che, sostenuti da un’orchestra di venti elementi dei Sinfonici di RTV Slovenija, avrebbero eseguito venti brani all’insegna del totale unplugged, della spina staccata, della zavorra sonora buttata a mare, sotto gli occhi e le orecchie di tutti! Un invito che una folla del genere non poteva ignorare, tanto che la cappella dei concerti sloveni era piena fino all’ultimo angolo, e sotto il palco la gente aspettava la sua dose di perfezione.

Dopo un’ouverture un po’ logora di jingle suonati dal vivo – e quella sera sentiti fin troppe volte – a spese di «Vaš omiljeni didžej Jure», il padre e l’anima del programma, Jure Longyka, un po’ ingrigito ma non meno devoto all’alternativo, dopo un paio di discorsi in un microfono spento ha finalmente sconfitto il folletto tecnico, e lo scivolone involontario è diventato subito una bella battuta, un’arguzia perfetta da collegare al nome stesso del programma. Il presentatore della serata, nel suo stile narrativo epico, ha attaccato la storia della nascita, delle metamorfosi e delle trasformazioni del programma stesso, che ha plasmato e formato tanto la squadra radiofonica quanto i musicisti in studio e gli ascoltatori davanti alle radio. Uno dei fenomeni più grandi tra le supernove che dopo il millennio hanno cominciato a sbiadire parecchio è senza dubbio il nome Siddharta, che però proprio staccando la spina, allontanandosi dal suo sound annacquato e gonfiato dalla produzione – in cui, dopo le prime eruzioni di creatività e di fascino avanguardistico, ultimamente c’era ben poca sostanza (almeno dal disco Petrolea, se non già da Saga, si nota il totale svuotamento della carica creativa della band) – ha cominciato a tornare nella sua ben nota forma. Coperto da un’orchestra di venti elementi dei Sinfonici RTV diretta da Patrik Greblo, il quintetto di Lubiana, in cerca della vera quintessenza, parte alla volta di Nord. Klinik suona fresca e sincera, per niente costruita, e Primož, Jani e Tomi, imbracciato l’armamentario acustico, al suono del pianoforte classico, con il tocco di Tomaž sui tasti bianchi e neri e la batteria potente di Boštjan, scaldano la sala fino alla temperatura di un inizio sicuro, a cui non c’è niente da rimproverare. Tomi M. suona più maturo e pieno, e il resto della truppa non suona così gonfiato e artefatto come, per dire, al loro spettacolone andato storto a Stožice. Serviva un po’ di ritorno coi piedi per terra perché tra le cinque parti separate cominciassero a scorrere le giuste correnti di sinergia, e perché sopra i baratri interpersonali si tornassero a intrecciare sinapsi e ponti di fusione creativa, a cui ha potuto contribuire anche il megalomane progetto Izštekani. Per il decimo anniversario del loro trionfale concerto al Bežigrajski stadion, i Siddharta hanno pubblicato un doppio CD e DVD, e parte di quel grande collage sonoro che ha migliorato l’immagine della band è anche il tocco degli straordinari musicisti dell’orchestra di RTV Slovenija. Gli accenti degli archi su Klinik, e ancor di più la toccante nota nuova dell’ultimo, eccezionale singolo Novi svet (Keaziree). Tomi M. è tornato con i suoi demoni lirici della creatività e, dopo la nuova spartizione del mondo, ha scritto versi che, con lo sconvolgente retrogusto di Platina, riempiono in pieno le volte della Katedrala, e in un modo a cui puoi tornare a credere più che alle mezze verità di un paio d’anni fa: »Novi svet gori / Tišina / Vedno več ljudi v ogenj nosi sanje / Novi svet gori / in spet se bojimo / Novi svet gori / Tišina / Morda je to razlog, da v dimu odletim? / Morda je to razlog, / da ponovno se rodim? / Morda je to razlog, / da podrem vse in živim!«. Un’apertura di carattere, seguita da un cambio palco volante; prima dell’arrivo del monumento vivente del programma, il signor Lovšin in persona, arrivano sinceri auguri di compleanno e un coro di tutta la sala per i festeggiati – il tastierista dei Siddharta Tomaž e l’oboista dei Sinfonici Maja – e per gli Izštekani bastava che sotto il palco respirassimo e sentissimo il seguito, che si è svolto con precisione chirurgica.

Durante le ultime battute dei Siddharta, il lato sinistro del palco è stato occupato in modo minimalista dai ragazzi e dagli uomini degli Španski borci, la band di accompagnamento del monumento vivente degli Izštekani, l’uomo che in realtà aveva aperto le danze, dando il via alla stagione di caccia alla versione perfetta della musica senza corrente. Pero Lovšin, decano del punk sloveno, prima voce dei Pankrti, poi dei Sokoli e infine padrone di se stesso, capobanda o come diavolo lo si voglia chiamare, è sempre stato sinonimo di festa, di baldoria, ma non certo di precisione e sensualità. La ringiovanita squadra d’accompagnamento di Lovšin – Simon Cukljati e Rok Pogačnik alle chitarre, Rihard Zadravec alla fisarmonica e il «compagno di lotta della rivoluzione francese del lontano 1848» di Pero, Džimi Džej, stavolta armato di darbuka – ha aperto il set con una versione country di Neko glupo nedeljo da Vitezi obložene mize. »Če moraš borit se, vrn udarc / če moraš bit mirn sprazn kozarc …« rantola Pero tutto sudato, seduto su una sedia, mentre gli Španski borci, in modalità canzoni attorno al falò, non riescono proprio a svegliare il pubblico. Tra i musicisti manca la scintilla della chimica, e così Lovšin finisce per sembrare un bluesman invecchiato, un rocker che suona pezzi di qualcun altro. Le cose si muovono molto di più con Sodn dan, che annuncia la fine di tutto: con la sua visione di una Lubiana distrutta, il pezzo dei Sokoli dal disco Satan je blazn zmatran del preistorico 1992 si dipana come un ricordo nostalgico e un appello a cambiamenti più radicali della situazione in cui stiamo marcendo ormai da qualche anno. Che mille persone abbiano davvero riempito il Kino Šiška comincia a dimostrarlo un applauso un po’ più forte e un timido coro sul ritornello »Kokr se spodobi za sodn dan«, mentre gli Španski borci portano in modo solido il loro set, un po’ allungato, fino al gran finale. Stavolta niente di eccezionale, ma due assi pesanti erano già stati calati sul tavolo, ed ero proprio curioso di vedere cosa sarebbe venuto dopo.

Che noi sloveni, oltre a Smolar, Pengov, Mlakar e, con qualche riserva, Kreslin e Šifrer, abbiamo davvero una forza e una potenza cantautorale belle robuste, lo ha dimostrato, uscendo dalle sfere di band come Katalena, S Filtrom e simili giochi eclettici con i confini del lecito, il poeticamente potente e ispirato Boštjan Narat. Un uomo che, sotto l’aspetto di un intellettuale calmo e galante, nasconde un cumulo di rabbia intrisa di metafore. Strah je odveč è il titolo del disco da cui spicchiamo il volo verso profondità più intime di sensualità e di carezze dai mille colori, grazie al bel baritono di Narat. CDG 14.45 versa dal palco nelle orecchie una dose di un attimo catturato all’aeroporto parigino Charles de Gaulle, scalo intitolato al presidente francese che nel tardo autunno della sua vita scrisse una volta «più conosco gli uomini, più amo i cani». Chitarra delicata, sullo sfondo il pizzicato smorzato degli archi dell’orchestra, e Narat, in totale relax, canta un’ode al corpo, all’amore, all’alienazione, all’addio, al vuoto, all’egocentrismo delle relazioni, alle paure sul punto di crepare, ai ricordi di vetro e alle impressioni della passione. Narat è fluido e cangiante, sensibile, carico di metafore, contemplativo, ma è anche vero che, quando si spegne l’arpeggio di chitarra che per un attimo ricorda One dei Metallica, il pubblico non accoglie la perfezione con lo stesso fragore che riserverebbe a qualcosa di più noto passato per radio. Un applauso tiepido accompagna la straordinaria performance di Narat verso la chiusura, con la cinica bellezza jazzata di Zdi se, brano dall’album Konec sveta pride vedno nenapovedano. L’orchestrazione piena risulta toccante, mentre il giovane cantautore canta di un altro amore perduto che non è mai nato, la storia di un’altra conoscenza e di un’altra storia d’amore mancate. Il bel racconto di chi se ne va da un appuntamento a cui si è presentato uno solo dei due suona come un appello alla speranza, alla Fortuna, al Futuro, ma anche, più prosaicamente, a quella graziosa ragazza sconosciuta e all’Amore perfetto. Uno splendido placarsi della passione, che regala alla diretta un tocco più sognante.

Dopo il momento sognante, però, è tempo di un po’ di umorismo, di buffonate, di una scossa e di provocazione diretta in chiave avanguardista. La gente capisce tutto, no? Certo! Ed è proprio per questo che mi piacciono così tanto gli Zmelkoow, alfieri litoranei dell’umorismo alla Monty Python e intellettuali di un cinismo brutalmente sincero. La sfida che stavolta si sono posti i burloni del Litorale era fuori dal comune. Anche a livello visivo: in tempi di recessione e di ristrettezze hanno sfoggiato i loro abiti migliori, letteralmente d’oro, e si sono presi il lato sinistro del palco. Nel brano che in dieci minuti avrebbe dovuto intrecciare una storia sullo spirito rivoluzionario e sull’efficacia della gioventù e dei sovversivi sloveni, c’era una bella dose di umorismo piuttosto pungente. »Le proteste sono andate all’ipermercato, e ne parleremo un po’ di più più tardi. Anche gli zombi sono finiti negli ipermercati, quindi le cose si sono solo spostate – però si va avanti,« ha aperto il racconto del concerto Goga, con il suo stile inconfondibile. »Canteremo un pezzo nuovo che si intitola Pussy revolucija. Prima canteremo il pezzo Revolution Nine e dopo un pezzo che non ha titolo, ma è un mix di due pezzi abbastanza riconoscibile da non aver bisogno di un titolo,«prepara il pubblico allo shock la voce principale della band, mentre Longyka fa partire il conto alla rovescia di dieci minuti, scaduti i quali i burloni della costa potrebbero ritrovarsi anche letteralmente staccati dalla spina, scherza il presentatore della serata. Che nella bisaccia degli Zmelkoow ci sia sempre qualcosa di fresco e che stavolta non avessero intenzione di cavalcare la nostalgia, Nuša, Žare, Goga e Aleš lo hanno dimostrato con una dimostrazione pratica di creatività dadaista. L’intro aritmica è stata una vera provocazione sonora, durante la quale Goga ogni tanto borbotta al microfono: »Number five … Number five … Number twelve …«, e dopo un terzo del tempo la critica al sistema si fa più esplicita e prosegue con un cinismo pungente a spese di tutti i rivoluzionari che, invece di lottare per le proprie ragioni davanti al parlamento e alle altre istituzioni, cedono al richiamo zombesco degli ipermercati, perché lì ci sono i saldi. Siamo anime vendute o, meglio – la rivoluzione è fallita, aggiungono a modo loro gli Zmelkoow, e dopo questa presa di coscienza arriva un’ascesa al cielo letterale con una splendida fusione dei Led Zeppelin e della loro Stairway To Heaven con la Kekčeva pesem. Il buonumore è la cosa migliore, no? E senza il supporto dell’orchestra i provocatori da palco chiudono la serata con un canto sereno e una domanda a cui dobbiamo rispondere da soli, ma che così spesso facciamo finta di non sentire: »Kaj mi poje ptičica sinička?« Ormai lo cantano anche gli uccellini che siamo nella … E allora – un sorriso sulle labbra e andrà tutto bene, no?

Vse je OK è anche il titolo del nuovo album del giovane e logorroico asso del rap Rok Trkaj, che stavolta ha staccato la spina ai suoi sample e alle basi registrate e, al posto del DJ, oltre all’accompagnamento degli archi dell’orchestra ha invitato sul palco la sua band dal vivo, in cui si sono conquistati un posto Jani Hace al basso (sì, l’attuale bassista dei Siddharta …), Janez Gabrič dietro la batteria, Teo Kolori con la chitarra a tracolla e Denis Horvat al pianoforte da concerto. Il sassofonista Lovro Ravbar sul palco non lo vedo, e nemmeno le coriste, ma Trkaj, potente e senza esitazioni, con il brano Prvič dall’album Rapostoli, che quest’anno compie cinque anni, si lancia nel flusso libero delle rime, uno sfogo di tutte le cose che noi giovani facciamo sempre per la prima volta; il freestyle, stavolta, è metricamente preciso e, con il groove funkeggiante della band, si fonde a meraviglia sullo sfondo dei ricchi strati dell’orchestrazione. La cosa funziona in modo naturale, spontaneo e davvero ricco, e alla valanga di parole slovene ben intrecciate ci si può abbandonare con un dondolio più energico. Su Živim zato il giovane lubianese si scioglie del tutto, apre tutti i registri e, all’insegna dell’imprevedibilità e della spontaneità, per quanto una diretta lo permetta, si affida all’accompagnamento beatbox di Jan Šilc, membro degli A-Kamela e degli Oktet 9. Trkaj fa il suo lavoro in modo eccellente, e la band pure, così la valanga logorroica di pensieri e lampi d’ispirazione è stata un vero contrasto rispetto alla musica per il resto più organica, e Trkaj, nel duello, guadagna un paio di passi di vantaggio sui »rivali« nella corsa al titolo di »Vincitore della serata Izštekani«, il cui alloro è, ovviamente, il passaparola che gli spettatori rimasti sobri potranno forse portare in giro per il mondo.

Il seguito è stato decisamente più contrastante ed estremo, almeno dal punto di vista artistico. Aphra Tesla è una straordinaria musicista slovena che si descrive come un vero e proprio sistema operativo, come una valvola da cui far sgorgare la sua lirica e la sua poesia, e io, da quando le mie orecchie hanno cominciato a ungersi con i suoni dello straordinario disco Home In The Zone, non vedevo l’ora di arrivare a questo atto del concerto. Stavolta uso a ragione le parole controverso, fuori dal comune ed eccentrico nella stessa frase, perché l’approccio minimalista di appena due interpreti ha messo a nudo l’anima della musica di Aphra fino al midollo: un intreccio perfetto con la straordinaria e coloratissima voce della cantante, che in una sola persona unisce la grazia di Josipa Lisac e il retrogusto jazz delle dive dei ruggenti anni Venti del secolo scorso, mentre sotto uno spesso strato di succo si insinuano le ombre di Rimbaud, che dà la mano alla cantabilità metrica di Jim Morrison (almeno io, nell’insieme, ci sento qualcosa di fatale, tagliente e doloroso, di fatidico). Un ulteriore fattore di piacere lo intreccia il fluido compendio jazz di metrica e straordinaria conoscenza musicale servito dal promettente talento del jazz sloveno, il potente Marko Črnčec; dopo Pojke Indiani e una Raven cantata con grande sensibilità, però, devo ammettere che stavolta queste perle di eccellenza sono state servite a gente che non se le meritava. Sulla cultura da concerto non spenderei parole, perché individui primitivi e volgari, durante un’esibizione che richiedeva un po’ più di attenzione e concentrazione, hanno sparso commenti di cattivo gusto, disturbato il ritmo sul palco chiacchierando ad alta voce e rovinato il piacere a chi di noi era venuto al concerto per ascoltare musica e non storie idiote su cose che con Izštekani non hanno nulla a che fare. Stavolta le perle sono state date ai porci, se posso essere un po’ estremo. Il tocco vocale minimalista di intensa sincerità e di una lirica superiore, capace di scuoterti fino al centro del cuore, è stato servito a una plebaglia che va sempre a cercare la soluzione più facile. Rocker invecchiati, poser, studenti fuori corso da anni, riccastri e poveracci con la testa vuota cascano su qualcosa di più orecchiabile e scontato e, purtroppo, quella patetica orda di assetati ha svuotato la sala senza motivo per dissetare le proprie gole riarse. Aphra Tesla è stata il tesoro trascurato della serata, per cui, almeno da parte mia, merita per professionalità, dignità e alta qualità dell’esecuzione sinceri complimenti e una standing ovation messa per iscritto, quella che un’arte di così alto livello si merita davvero!

La Slovenia, d’altra parte, vanta un’inflazione di maree, visto che oltre ai Tide esistono anche i The Tide. Quale sia venuta prima e quale sia migliore è ovviamente questione di gusti, e sui gusti non vale la pena discutere. Personalmente non ho una preferenza né per gli uni né per gli altri, ma devo ammettere che i The Tide si sono dimostrati del tutto all’altezza del compito: davanti a una sala strapiena hanno gettato via tutta la zavorra e, con uno dei tanti assaggi intermedi, si sono avvicinati all’atterraggio sul nuovo disco in studio Landings. Si tratta di una schiettezza e di una certa purezza con cui Longyka, a modo suo, depura gli organismi intossicati delle band che ogni tanto deviano dalla loro (vera) strada. I The Tide la soluzione l’avevano trovata già nel 2007, anche con la depurazione ecologica a Izštekani del 2007, e il cantante Tomaž Štular e i suoi compagni dei The Tide si prendono un applauso fragoroso già solo salendo sul palco. L’album Landings dovrebbe vedere la luce a marzo del prossimo anno, e il Kino Šiška si gode la prima esecuzione assoluta del brano Little Love Pretender, che stavolta, invece delle rumorose ambientazioni e dell’approccio alternativo della band, si distingue per il minimalismo di pianoforte, basso e voce, mentre a risvegliarne la passione ci pensa il ricco strato del supporto orchestrale. I The Tide vogliono essere più di una semplice band alternativa, e il suono pomposo evoca davanti agli occhi l’immagine di grandi palchi, luci scintillanti, un mare di flash, anche se personalmente penso che lo sfarzo da star e la sete di fama siano sopravvalutati e che i The Tide dovrebbero avere qualcosa in più per conquistare il vasto mondo. A cambiare idea non mi spinge nemmeno l’ospitata sul palco della cantante dei Tabu, Tina Marinšek, che in duetto con Štular canta Carry On. Longyka dedica un pizzico di attenzione anche al fatto che i Tabu, tra le stelle più luminose nel firmamento della scena pop slovena (qualunque cosa voglia dire), stanno per rivestire completamente la loro musica e il loro repertorio, e a giugno del prossimo anno la Slovenia potrà godersi i Tabu con l’orchestra sinfonica della RTV Slovenija alle Križanke. Un altro dei »colpi dell’anno«, insomma …

Io, personalmente, aspettavo il ritorno sul palco ai tempi del rock’n’roll e l’arrivo della falange dei Res Nullius, che pochi giorni fa avevano annunciato online di voler spegnere definitivamente gli amplificatori, cioè di staccare i respiratori al malato in agonia che risponde al nome di Res Nullius. I motivi sono nobili: la decisione, presa per mancanza di creatività e di voglia di creare, è consensuale e, a quanto pare, definitiva. Stavolta però si prospettava qualcosa di nuovo, raramente sentito e visto. »Quando parlavamo della serata di stasera, la grande domanda era anche: ci saranno o no? Dieci giorni fa sembrava di sì. Poi hanno detto che ci sarebbero stati chitarra elettrica e amplificatore, ma con arrangiamenti cambiati. Ieri a mezzogiorno ci hanno fatto sapere: ‘I Res Nullius portano la chitarra acustica!« così il presentatore, padrone di casa della serata, annuncia l’arrivo dei veterani di Velenje. Boštjan Časl al basso, Janez Marin alla batteria, Boštjen Senegačnik con l’acustica a tracolla e in primo piano l’irrequieto di sempre Zoran Benčič hanno condiviso stavolta il palco con uno dei migliori, se non il migliore armonicista blues sloveno, Damir Jazbec – Jimmy. Uno che ha lasciato il suo segno straordinario nei lavori dei Mestni postopači e nelle formazioni dei B.A.N.G., si è infilato nel velo dei Jezdeci prostranih dimenzij e si è costruito la solida fama di uno degli allievi più sensibili e incisivi di Joey Frisco al di qua delle Alpi. I Res Nullius hanno mostrato al pubblico di Lubiana una faccia un po’ diversa da quella che conosciamo: in una straordinaria esibizione blues rock di totale minimalismo sonoro si sono liberati di tutta quella furia, di quell’energia eruttiva, di quel pericolo elettrico e di quella minacciosa carica autodistruttiva che finora rendevano ogni loro concerto a cui ho assistito simile a una discesa adrenalinica sulle rapide di un fiume di emozioni impazzito, a una discesa alla cieca o a un salto nel buio dell’ignoto. Stavolta invece la doppietta Krvavi kolaž e Zdravo je biti divji è suonata in qualche modo imbrigliata, domata, trattenuta e atipica per questo quartetto organico di artisti garage di Velenje, maestri del rock’n’roll più puro. Seni e Zoki erano di poche parole e cupi, Boštjan e Janez quasi assenti, e l’unico a dare più del 200 % di energia sul palco è stato lo straordinario Jimmy. I Res Nullius senza chitarre elettriche distorte sono come un krapfen senza marmellata: manca semplicemente qualcosa. Soprattutto l’energia e quella botta indispensabile che un’acustica invecchiata, quasi innocua, non può e non riesce a dare. C’è del marcio nella terra di Carniola, e stavolta l’amaro in bocca è arrivato con un’esibizione anemica, per niente travolgente né memorabile, che non segnerà certo un nuovo traguardo d’eccellenza per i Nullius. O forse stiamo parlando di un atto più amaro della storia e delle circostanze? In parte ci ha messo lo zampino la dichiarazione di addio quasi definitiva e irrevocabile di tutti i membri fondatori, secondo cui, dopo un quarto di secolo di vita, è arrivato il momento di chiudere, di mettere l’embargo sulla svendita dell’argenteria di famiglia della band e di passare a qualcos’altro, non necessariamente migliore. Può essere fatalismo o una mossa di marketing ben ponderata, ma il fatto è che solo il tempo darà le risposte alle congetture: quando qualcuno ha accennato a un collasso imminente, allo sfaldamento della macchina Res Nullius, Zoki ha risposto in modo ambiguo che dicembre è ancora il mese dei Res Nullius, e poi si vedrà dove la storia e il resto della saga andranno a parare da sole.

Vanno invece a parare benissimo i fili creativi della superalleanza di stelle che, sotto il nome ombrello Werefox, riunisce gente da Psycho-Path, Bekko, Sphericube e Lollobrigida. Il comune denominatore stavolta è il power pop totale, un’eccellenza alternativa pompata del mainstream sloveno che è molto più di un’oscura e leggerina inclinazione alla melensaggine più assoluta. I Werefox sono una bestia assassina dal cuore tenero, uno straordinario colosso musicale costruito sulle linee di chitarra velenose dello straordinario Sašo Benko – Beko, a cui stanno dietro senza un briciolo di debolezza dei ragazzi con stile: il bassista Manuel Hahn, il ritmico martellante David Halb alla batteria e la femme fatale del mondo alternativo sloveno, la straordinaria Melee. Stavolta il ritorno a casa del disco contemplativo e misticamente succoso I Am Memory è un po’ diverso. Gli alternativi avant-garde dal tocco pop originari del Prekmurje hanno scelto di dare un nuovo slancio ai brani, aiutati a dovere dalla bacchetta di arrangiatore di Mirko Lazer, che nelle solide strutture di March Of The Finest, ancora alla ricerca della nota giusta e ben calibrata, e poi passando ai territori di Redneck Genious Story, il racconto di un uomo che decide di mangiarsi la propria auto, ha intessuto alla perfezione una nota sofisticata di totale compiutezza e di splendore rinnovato. Nella loro stessa storia i Werefox diventano moderatori dello schema di base, mentre l’orchestra dà all’impianto country rock alternativo la carne che serviva, fatta di totale pomposità e di una potenza appena scoperta. Il finale drammaturgico ha portato all’estasi totale, seguita da un applauso fragoroso, e così i Werefox ricevono anche la conferma sonora che si tratta davvero di qualcosa di più di un semplice caso e di due soli pezzi eccellenti. Penso che in futuro sentiremo qualcosa di più di una semplice ripetizione dell’eccellenza. I ragazzi e la ragazza hanno abbastanza mojo per portare la storia ancora più in alto e nobilitarla!

Il conto alla rovescia verso la fine non si era ancora chiuso: arrivati a quota venti brani per vent’anni di vita, al posto dei Niet sul palco è salita tutt’altra band, che ha infranto il patto della pura numerologia dei 20 anni di Izštekani e ha servito una nuova dose di provocazione. Il quintetto Flirrt, che dopo la R imposta nel nome con cui hanno inciso tre dischi (Frizerski salon, Modroplavo e Univerzum), con Lajf di quest’anno completa la storia di Horizont. Una band composta da musicisti comunque solidi come Peter Vdovč alle tastiere, Toni Habula alla batteria, Borut Velušček al basso, David Stritar alla chitarra e Rok Lunaček al microfono e alla chitarra, che non è mai stata nell’olimpo dell’eccellenza musicale assoluta, ma che con il suo splendido pezzo acustico e ribelle Izštekani offre una bella critica e una lucida fotografia della società e dei tempi che viviamo. Per sopravvivere in questi tempi folli bisogna saper ogni tanto semplicemente staccare la spina, e i ragazzi sperano che lo Stato non introduca qualche nuova tassa per tappare il disastroso buco di bilancio, magari proprio sullo stare scollegati. Ci hanno rubato tutto: sogni, futuro e la speranza in un domani migliore, e Rok e soci lo mettono bene in parole in un canto di malcontento e sarcasmo messo in musica, diretto e per nulla volgare.

Nello spirito della ribellione e della rivoluzione punk, e in stile da vere star, si è consumato anche l’atto conclusivo, quando sul palco sono saliti gli ex anticonformisti, oggi star leggendarie e celebrate della rivoluzione urbana della rivolta anarchica: gli straordinari Niet. Che l’attitudine punk funzioni anche a rumore completamente spento lo dimostrano alla grande il chitarrista Igor Dernovšek, Janez Brezigar al basso, Robert Likar alla seconda chitarra, Tomaž Bergant alla batteria e il potente oratore Borut Marolt (diciamolo finalmente ad alta voce: il ragazzo è molto più di un semplice sostituto del compianto Habič!), con l’aiuto dei sinfonici e dei membri del cast dei Rokovnjači. Balada za obečence è una vignetta baudelairiana, una critica sociale al sistema, un grande »Niet!« all’usurpazione e alla schiavitù capitalista, allo stupro di un popolo, e il coro del cast dei Rokovnjači (sul palco, tra gli altri, c’è anche il secondo rapper della serata, che stavolta però canta in modo più intonato, il compagno di Murat, Jose) aggiunge una nota di maggiore intensità che, insieme al suono compatto dei Niet e dell’orchestra, guadagna una terza dimensione di armonia corale. Un finale più catartico di Ruski vohun, a cui il pubblico di migliaia di persone nella Katedrala presta polmoni e gola, non potevano desiderarlo né i Niet né Izštekani. Lo splendido ed energico finale viene coronato da un applauso fragoroso, dal quale dipendevano il seguito e l’ultimo atto di una festa di compleanno della trasmissione con un senso, durata quasi tre ore, beh, due ore e mezza di sicuro. È seguito il gran finale drammaturgico coi fuochi d’artificio, quando sul palco accanto ai Niet è salito prima il frontman dei Dan D, Tomislav Jovanović – Tokac, che con la sua interpretazione del ritornello di Lep dan za smrt raccoglie grandi ovazioni. »Sonce je sijalo / in sirene so tulile. / Nebo je bilo modro, / skoraj brez oblačka. / Pod svetlorumenim soncem / sva tekla po cesti, / ko naju je objel prvi blisk, / sva padla. / Pa tako lep dan je bil, / preveč lep za smrt,« risuona sotto le volte del Kino Šiška, poi sul palco arriva anche Tomi M., si sdraia sui monitor e recita: »Ležala si v krvi, / sredi lovečega zraka in ognja. / Ležala pod soncem, / razžarjenim, rdečim, neresničnim / Sredi obzorja, / zavitega v dim. / Sredi prvega dneva / vojne, vojne …« e la sala sovrasta l’estasi già prima fragorosa, che travolge la staticità di una serata andata in scena in modo così raffinato, ma pur sempre subordinata al fatto di essere un evento in diretta radiofonica, catturato tra le onde di Val 202, nel quadrante della totale izštekanost, dello stare completamente scollegati …

L’evento del giubileo si è così guadagnato un meritato posto nella storia della trasmissione Izštekani, e nel complesso tutto è stato subordinato a un’atmosfera quasi rococò di sovrabbondanza, ricchezza, sfarzo ed esibizionismo di una potenza totale, capace di ruggire interamente con polmoni acustici. L’insieme è suonato ordinato, pianificato, ben ponderato e galante. Con qualche piccolo ritocco, soprattutto riprogrammando la gente dai gusti superficiali, la storia avrebbe potuto essere perfetta e a un livello ancora più alto, ma stavolta di critiche non ne sentirai altre, perché tutto è bene quel che finisce bene, no? Dopo lo spegnimento totale di tutte le luci, nelle viscere della Katedrala, tempio del godimento concertistico, è seguito un graduale spegnimento, un’uscita, uno scollegarsi negli spazi davanti alla sala. In compagnia dei migliori, dei più rumorosi, dei più potenti, in compagnia degli iniziati, degli illuminati e degli onniscienti, mentre ai più modesti bastava già la sensazione che stavolta fosse stato offerto un sacco di buono per sognare i prossimi 20 anni, i prossimi salti organici verso uno spettro musicale più acustico, i prossimi sconfinamenti oltre la linea tra sovversione e accettabilità alla maniera di Jure Longyka. Cosa si poteva desiderare di più da una serata di dolci chicche della musica slovena? O forse sì? Magari un po’ di Miladojka, dei Demolišni o di calibri simili, ma per ora resteranno solo sogni bagnati non realizzati fino alla prossima volta. Magari per i grandi 30 anni, da cui ci separano ormai solo 10 anni? Forse … Vedremo …

autore: Sandi Sadar Šoba
foto: Nina Ferkolj



Scaletta ed elenco degli artisti:
1. Klinik (Siddharta)
2. Novi svet (Keaziree) (Siddharta)
3. Neko glupo nedeljo (Peter Lovšin)
4. Sodni dan (Peter Lovšin)
5. CDG 14.45 (Narat)
6. Zdi se (Narat)
7. “Uno stufato digitale di brani da 10 minuti” (Zmelkoow)
8. Prvič (Trkaj)
9. Žvim zato (Trkaj)
10. Pojke Indiana (Aphra Tesla)
11. Raven (Aphra Tesla)
12. Little Love Pretender (The Tide)
13. Carry On (The Tide e Tina Marinšek)
14. Krvavi kolaž (Res Nullius)
15. Zdravo je biti divji (Res Nullius)
16. March of the Finest (Werefox)
17. The Redneck Genius Story (Werefox)
18. Izšekani (Flirrt)
19. Balada za obešence (Niet)
20. Ruski vohun (Niet)
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21. Lep dan za smrt (Niet, Tokac e Tomi M.)

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