40 anni fa usciva il debutto degli Iron Maiden!

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Quattro decenni fa, il 14.04.1980, vedeva la luce l’omonimo debutto in studio dei giganti dell’heavy metal Iron Maiden. La strada per arrivarci fu tutta in salita, ma il disco, all’uscita, riuscì a piazzarsi addirittura una posizione sopra i Saxon, allora caldissimi, che per un periodo brevissimo avevano preso il ruolo di locomotiva del nuovo genere, la cosiddetta N.W.O.B.H.M.: il pubblico li conosceva già molto meglio, soprattutto grazie al tour in coppia con i Motorhead nell’autunno 1979, e in tasca avevano pure già un primo album. I Saxon, che a differenza dello stampo ben più moderno degli Iron Maiden coltivavano il loro linguaggio veloce, rumoroso e incisivo su tradizioni più da boogie rock, blues e rock’n’roll, avevano pubblicato il secondo album «Wheels Of Steel» appena dieci giorni prima del debutto degli Iron Maiden.

Prima di mettersi a parlare dell’album «Iron Maiden» vale la pena far scorrere il calendario indietro di qualche anno. Fino alla metà dei Settanta. Come si sa, in quel periodo la Gran Bretagna era sprofondata in una pesante recessione economica.  Una botta durissima per la classe operaia, la cui situazione peggiorò ancora. Regnava una disoccupazione enorme. La prima reazione, la prima rivolta, arrivò con l’esplosione del punk, che regolava i conti con l’élite attraverso il linguaggio dell’escapismo e del nichilismo. Ma intanto, nel sottobosco musicale, si apriva a tutta forza un altro fronte, a cui nessuno faceva troppo caso e che all’inizio i media ignoravano in modo del tutto consapevole. Con il tramonto del punk, che rimase sotto i riflettori più avanti attraverso il linguaggio musicale delle band new wave e post punk, alla fine dei Settanta nel sottosuolo musicale ribolliva letteralmente tutto. Un sacco di gente cercava una via d’uscita in nuove sfide di vita, in nuove occasioni, con cui azzeccare il colpo grosso e non finire vittima della miseria provocata dalla recessione. Proprio nel 1979, tra l’altro, la signora Thatcher si installò al numero 10 di Downing Street. Sull’isola nascevano un sacco di gruppi nuovi, e continuavano a spuntarne. Il punk si era spento,  ma c’erano tantissimi aspiranti che si mettevano alla prova in un’altra sfera musicale. Anche analfabeti musicali assoluti. O non sapevano suonare gli strumenti, o li suonavano, sì, ma molto, molto male. Però il punk aveva fatto capire che si poteva sfondare anche con poca conoscenza musicale.  Tutto dipendeva da grinta e talento. Questa corrente di futuri musicisti si ispirava ai pionieri del rock dei Settanta, in particolare a quei gruppi che, oltre al talento compositivo e alla preparazione, sviluppavano una marea di rumore. Il suo scopo non era regolare i conti con i dinosauri del rock che avevano inventato il progressive rock a partire dall’élite della classe media benestante, come faceva invece il punk.

Iron Maiden – “Iron Maiden” (1980)

La recensione del debutto degli Iron Maiden, “Iron Maiden”, scritta tanto tempo fa per RockLine dal sempre scrupoloso Rok Klemše, la trovi QUI!

La mancanza di prospettive nella vita colpì più di tutti la gente delle città industriali della Gran Bretagna. Non ne rimase fuori nemmeno un giovanotto di nome Steve Harris, che in quel periodo decise di non fare il calciatore, ma di dedicarsi piuttosto alla musica. Vale la pena sottolineare alcune circostanze che diedero una mano all’ondata di gruppi in arrivo nel fondare il nuovo genere. Tre band all’epoca gigantesche, le conosceva il mondo intero, Deep Purple, Black Sabbath e Led Zepeplin, in quel periodo erano alle prese con un sacco di guai. I primi si erano sciolti, i secondi avevano vissuto i loro anni d’oro dopo aver dovuto licenziare l’«immaturo» Ozzy, i terzi si portavano sulle spalle una somma di sfortunate circostanze (tragedie personali, l’incidente di una rissa in cui furono coinvolti il management e il batterista John Bonham a un concerto del tour americano, droghe,…) e furono costretti a ridurre drasticamente le attività. Per questo sulla scena si apriva spazio per altri gruppi. Per esempio il secondo fronte di band, ormai riconosciuto in generale sulla scena ma ancora impegnato a raggiungere i vertici della carriera. Dai Thin Lizzy agli UFO, dai Judas Priest ai Whitesnake fino ai Rainbow. E infine c’era un altro gruppo, la cui popolarità in quel periodo cresceva in modo esponenziale. I Motorhead. Loro, in realtà, fin dal primo giorno di carriera rifiutavano ostinatamente e di proposito qualsiasi paragone tra il loro casino rock’n’roll e il metal. Erano una band che suonava veloce, metteva tutta l’energia in un rumore senza limiti e se ne fregava, nell’esecuzione, di qualsiasi leva di natura tecnica. Era l’unico gruppo che in quel periodo riuniva (e riunisce ancora oggi) sotto lo stesso tetto i punk e la nuova comunità di ascoltatori che chiamavano «mutci» (Muthas). Questi ultimi trovarono infatti il loro conforto nella falange di nuove band nate come loro coetanee generazionali, comprese quelle della prima ondata come, tra le altre, Saxon, Def Leppard, Girlschool, Diamond Head, Angel Witch e ovviamente Iron Maiden. Insomma, con la musica del futuro, che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo. C’è un’altra cosa che aiutò queste band a rendere popolare la loro botta. Il balzo di carriera ai vertici di Motorhead e Judas Priest, che nel 1980 pubblicarono gli album «Ace Of Spades» e «British Steel». A questo diede il suo contributo anche Back in Black degli australiani AC/DC. Va aggiunto anche il fattore che gruppi affermati come Uriah Heep, Rainbow, Black Sabbath (a fine aprile dello stesso anno uscì «Heaven And Hell») e Wishbone Ash in quel periodo cercavano un suono commerciale, che imponeva un contenuto più alto di decibel distorti.

L’interesse di management, etichette e personale A&R per la corrente delle nuove band cresceva. Si formò un gruppo di etichette indipendenti (Rondolet, Ebony, Killerwatt, Neat Records) che, insieme alle già presenti EMI, MCA, Polydor e Mercury Records, aprirono le porte al nuovo stile. In quel periodo era difficile arrivare a una posizione in cui l’heavy metal, allora un neonato, potesse suscitare un interesse più ampio. I media semplicemente non coltivavano alcun interesse per il sottosuolo musicale. Per fortuna la pensava diversamente Neal Kay, che nel locale Bandwagon Heavy Metal Soundhouse a Londra organizzava concerti di gruppi senza contratto discografico, davanti a un centinaio di mutci fanatici, e nel frattempo, come DJ, si occupava anche di presentare questa nuova musica in radio.   

Nel dicembre 1979 passarono da quel locale anche gli Iron Maiden. Ma prima di arrivare al loro debutto vale la pena aggiungere qualche dettaglio sull’estate del 1978. All’epoca gli Iron Maiden erano in formazione con Steve Harris (basso), Dave Murray (chitarra) e Doug Sampson (batteria). I ragazzi provavano sodo e scrivevano materiale, e Harris si cimentava anche nel ruolo di cantante, che il gruppo allora non aveva.  Harris voleva Murray nella squadra già da prima, ma per la rivolta di ritorno dei membri di allora la band, per un po’, si era perfino sciolta. Poi arrivò il novembre 1978, quando il leggendario Paul Samson, al Red Lions Pub di Leytonstone, mise in contatto Harris con un tizio che rispondeva al nome di Paul Di’Anno. Dopo un’audizione riuscita, lui entrò in squadra come cantante. Gli Iron Maiden funzionavano quindi, in quel periodo, come quartetto, e Murray era un chitarrista così bravo che era difficile trovargli un pari o uno migliore come compare. Harris aveva sempre in mente di avere nel gruppo un altro chitarrista, ma la maggior parte dei candidati, vista la bravura di Murray, era semplicemente troppo frustrata per unirsi al gruppo. Così la band, dopo aver sentito i V1, che avevano registrato il loro primo demo ed erano guidati dall’ex cantante degli Iron Maiden Dennis Wilcock (il tizio che per primo ebbe l’idea di Eddie, e il tizio che molti anni dopo avrebbe fatto causa al gruppo per i diritti d’autore, ma questa è un’altra storia), decise di registrare anche lei il suo demo. Erano il 30.12. & 31.12.1978, quando gli Iron Maiden misero su nastro i brani Iron Maiden, Invasion, Prowler e Strange World. La band riuscì a malapena a racimolare le 200Ł che voleva Mike Kemp, proprietario dello studio Spaceward, dove fu registrato il demo. Gli Iron Maiden scelsero quattro brani, quelli che, secondo le parole di Harris, in quel periodo suonavano nel modo più convincente sui palchi. Così volevano evitare il più possibile sovraincisioni e abbellimenti successivi, perché, come detto, erano senza una lira. Tutte e quattro le registrazioni demo furono quindi suonate, per la gran parte, al primo tentativo. Secondo Murray, lo studio Spaceward volle poi guadagnare altre 50Ł per «abbellire» il suono crudo degli originali. Gli Iron Maiden quei soldi non li avevano, ma in studio misero comunque mano alle correzioni sonore a loro insaputa, cosa che sorprese e scioccò parecchio la band. Gli Iron Maiden si rassegnarono. Si portarono dietro quindi quello che avevano in quel momento a portata di mano. Un’altra cosa. Anche se nell’uscita non è registrato ufficialmente, alle registrazioni partecipò con il gruppo anche un quinto membro, Paul Cairns, arrivato direttamente dai Mad Mac, che però non rimase molto a lungo nella squadra.

Eccoci di nuovo a Neal Kay. Con quella registrazione, non molto dopo Harris si presentò da Neal, per la precisione con una copia della cassetta. Lui, entusiasta di ciò che aveva sentito, cominciò presto a spingere con forza il gruppo. Tra le altre cose teneva anche la sua classifica Soundhouse, e Prowler lì conquistò presto il primo posto. Nello stesso momento funzionava molto bene l’asse di Neal con Geoff Barton della rivista Sounds (oggi Barton scrive per Classic Rock), sulla quale Geoff Barton usò per la prima volta l’espressione «New Wave Of British Heavy Metal», dopo aver visto nel maggio 1980 l’esibizione congiunta di Samson, Iron Maiden e Angel Witch. Grazie a queste manovre di Kay, e anche di Barton, la buona fama del gruppo arrivò a Rod Smallwood, che aveva ricevuto pure lui una copia della cassetta con i demo della band. Prese il gruppo sotto l’ala del suo management, che più tardi battezzò con il nome di un brano degli Iron Maiden (Sanctuary), e si precipitò con zelo dai vertici della EMI Records, dove li convinse a firmare un contratto con il gruppo.

Mentre la band aspettava la firma ufficiale del contratto con la EMI Records, i ragazzi decisero di pubblicare in proprio il demo nato negli studi Spaceward. Semplice: ai concerti degli Iron Maiden la richiesta di qualsiasi supporto era altissima, e i fan proprio non riuscivano a capire come mai la band non avesse ancora in mano nemmeno un supporto con la sua musica che i fan potessero comprare. La loro prima registrazione ufficiale la chiamarono «The Soundhouse Tapes», e ci trovarono posto i brani Iron Maiden (lato A) e Invasion e Prowler (entrambi sul lato B del vinile da sette pollici). La tiratura era limitata a 5000 copie, di cui 3000 volarono via già solo con i preordini (per posta). L’interesse per questa uscita fu così forte che i negozi HMV e Virgin Records ordinarono in tutto 20.000 copie, ma, a detta di Smallwood, il gruppo volle restare fedele ai suoi veri fan, anche se già allora con le ristampe gli Iron Maiden avrebbero potuto guadagnare belle cifre. Aspettarono quindi l’uscita del debutto.

Ancora prima di firmare con la EMI Records a dicembre 1979 (la data esatta è il 14.11.1979), gli Iron Maiden finirono a «The Friday Rock Radio Show» (dopo Def Leppard, Samson e Praying Mantis, quarta band in fila nella serie di puntate che la BBC aveva appena iniziato a mandare in onda). Lì suonarono  Iron Maiden, Running Free, Transylvania e Sanctuary. Accanto a Murray, alla chitarra negli Iron Maiden c’era allora Tony Parsons, che dopo tre mmesi di collaborazione salutò la band. Già in quel periodo Murray aveva provato a portare negli Iron Maiden Adrian Smith, il suo amico dai banchi di scuola, ma lui, per via degli obblighi con la sua formazione di allora, gli Urchin, rimase dov’era. Harris si rivolse quindi a Dennis Stratton, dopo averlo visto dal vivo con i Remus Down Boulevard. In quel periodo ci fu un altro cambio di line-up. Doug Sampson lasciò la band per esaurimento e per la salute fragile. Al suo posto, il 26.12.1979, entrò Clive Burr, che a Harris era stato consigliato proprio da Stratton. Clive Burr era senza un vero lavoro, ormai da un anno intero, cioè da quando alla fine del 1978 aveva lasciato i Samson. Lì lo aveva sostituito proprio Thunderstick, che prima aveva suonato anche negli Iron Maiden.

A gennaio 1980 la band entrò ai Kingsway Studios, nella zona ovest di Londra, per registrare l’album di debutto. Per le attività promozionali si ritagliò però due settimane per undici concerti. Il 10.02.1980 gli Iron Maiden suonarono a Top of The Pops, dove eseguirono  Running Free. Furono i secondi nella storia del programma a riuscire a suonare un pezzo dal vivo; prima di loro, nel 1972, c’erano riusciti solo gli Who. La loro condizione era stata chiara fin dall’inizio, quando firmarono con la EMI Records: se fosse arrivato l’invito a «Top Of the Pops», ci sarebbero andati solo con condizioni da vero concerto, cioè senza nessun playback sulla registrazione. Nel frattempo, il 15.02.1980, la EMI Records pubblicò anche la compilation «Metal For Muthas», con due pezzi degli Iron Maiden, Sanctuary e Wrathchild, incisi nella versione in quartetto, cioè ancora con Doug Sampson alla batteria. L’uscita della compilation, con cui la label «tastava» il mercato, fece da base al tour in cui si presentarono le band presenti nel disco. Alla fine le formazioni furono ben 22, e si alternarono in apertura a Motorhead, Samson e Saxon, scelti a turno come headliner delle singole date. Gli Iron Maiden suonarono nei primi undici concerti del tour, partito il 01.02.1980. Durante il tour, l’08.02.1980, uscì il primo singolo, Running Free, che arrivò al 34° posto nella classifica britannica dei singoli più venduti. Dopo il tour, sempre a febbraio, gli Iron Maiden fecero gli ultimi mix del nuovo album ai Morgan Studios, a nord di Londra.

I’ve Got the Fire (orig Montrose), 03.04.1980, live at Marquee

La band ebbe qualche problema nella scelta del produttore. Per prima cosa, già a dicembre 1979, scaricò Guy Edwards, perché non era soddisfatta del suono troppo «sporco». Non scattò la scintilla nemmeno con Andy Scott, chitarrista dei The Sweet, che spingeva Harris a suonare le sue linee di basso con il plettro. Sull’album il produttore accreditato è Wil Malone (che in precedenza aveva aiutato i Black Sabbath in studio con gli arrangiamenti), ma neanche con lui gli Iron Maiden erano contenti: aggirarono con tattica il fonico disinteressato e si occuparono da soli della finalizzazione del suono dell’album. Il suono conserva crudezza, istinto primordiale, ribellione, aggressività: esprime la nascita di una nuova musica pesante, uscita da tempi duri per tempi nuovi. Anche se quindi gli Iron Maiden non furono mai del tutto soddisfatti del suono del debutto, proprio per quel suono il disco ci ha guadagnato in simpatia presso i fan. E benché il suono rifletta una certa affinità col modo di fare musica in un periodo in cui il punk imperversava sul pianeta, Harris sostiene con decisione che la band in quel periodo disprezzava tutto ciò che avesse a che fare col punk. Ah, e già che ci siamo: Martin Birch, che la band voleva fin dal debutto, in quel periodo era sommerso di lavoro con l’album dei Black Sabbath «Heaven And Hell». Come è noto, Birch si unì alla band per l’album successivo.

I vari formati di uscita del debutto degli Iron Maiden

Sul testo di Running Free, primo singolo dell’album Iron Maiden, Di’Anno ha raccontato che il messaggio è molto autobiografico: è un riflesso dei tempi in cui era un ragazzaccio punk. Anche se il testo allude a sei giorni passati in una prigione di Los Angeles, quel verso suona come una profezia, visto che nel 1991 Di’Anno finì proprio lì. Sul debutto Running Free è considerato uno dei pezzi dall’impostazione più tradizionalmente rock, a cui Di’Anno aggiunge una nota punk particolarmente marcata. La registrazione del lato B del singolo Running Free, cioè il brano Burning Ambitions, risale a quando gli Iron Maiden erano in formazione a quattro e alla batteria c’era Doug Sampson. La cosa curiosa è che per il mercato giapponese gli Iron Maiden scelsero una strada un po’ diversa: come singolo misero Prowler, mentre la versione di Running Free del singolo europeo finì sul lato B. Anche la copertina del singolo per il Giappone era diversa: scelsero la versione censurata della copertina europea del singolo Sanctuary.

Sanctuary fu scelta come secondo singolo del debutto, uscito il 23.05.1980. Aveva una copertina controversa. La successiva censura sarebbe stata proposta dallo stesso Rod Smallwood alla EMI Records, convinto con furbizia che i media sarebbero stati ancora più spinti a puntare l’attenzione del pubblico sul singolo. Secondo Smallwood, in copertina è raffigurata la premier Margaret Tatcher, sorpresa da Eddie mentre strappava dal muro i manifesti degli Iron Maiden, e da lui pugnalata. La versione originale del sette pollici contiene sul lato B le versioni live di Drifter e I’ve Got the Fire (cover dell’originale dei Montrose), entrambe registrate al concerto della band del 03.04.1980 al club Marquee. La versione del singolo per il mercato olandese è ampliata. Sul lato A contiene anche la versione live di Prowler, sempre dal Marquee, e inoltre la copertina non è censurata e il volto della donna in divisa, indifesa, ricorda davvero molto la Tatcher. Secondo alcune fonti Sanctuary, benché tra gli autori figurino Harris, Di’Anno e Murray, sarebbe stata scritta dal chitarrista Rob Angelo, ex membro della band nel 1977, che in seguito avrebbe rinunciato ai diritti d’autore ricevendo in cambio 300Ł. Aggiungiamo che la versione dell’album «Iron Maiden» per il mercato europeo non conteneva questo brano, mentre quella americana sì. Nel 1998 i primi nove album sono stati rimasterizzati e ripubblicati. La nuova versione del debutto contiene anche Sanctuary, mentre quel «distorto» urlo di Di’Anno che mette i brividi nella ripetizione del verso conclusivo di Phantom Of the Opera, «… you torture me back at your lair…», subito prima dell’inizio dello strumentale Transylvania, nella nuova edizione è stato tagliato (vale anche per l’edizione in vinile picture disc, che però non contiene Sanctuary).

Le copertine del singolo Sanctuary per il Regno Unito (a sinistra) e nella versione (ampliata) non censurata per il mercato olandese (a destra)

L’album si apre con Prowler. Aggressivo! Murray presenta subito la sua acuta dinamica di idee, decorando il riff con il wah-wah, e il pezzo in sé all’epoca suona decisamente come qualcosa che nessuno al mondo aveva mai sentito fino a quel giorno. Il testo di Di’Anno qui è ovviamente infantile e porta con sé una dose di lucido machismo da fumetto. Stando a Di’Anno, Prowler racconta di un uomo bestialmente dissoluto in cerca di soddisfazione sessuale. Remember Tomorrow, pezzo dalla gradazione eccezionale tra strofa e ritornello, secondo Di’Anno descrive suo nonno, che era diabetico e durante un’operazione perse prima un dito, poi una gamba, e alla fine si arrese al destino. Qualcosa di simile portò nell’aldilà anche l’ex maresciallo della SFRJ, morto nel centro clinico di Lubiana meno di un mese dopo l’uscita del debutto degli Iron Maiden.

Charlotte The Harlot è una delle rare canzoni degli Iron Maiden di tutta la carriera che, quanto a paternità, appartengono interamente a Murray. È la prima parte della saga di una ragazza che ha trovato residenza fissa in un bordello e vende il proprio corpo, con il pericolo sempre in agguato di perdersi se ti innamori di lei, perché è una «femme fatale». Un pezzo estremamente tagliente del debutto che, dopo la sognante Strange World, prepara l’ascoltatore al gran finale dell’album. Lo porta, ovviamente, la title track conclusiva Iron Maiden. Senza questo brano non si riesce a immaginare nemmeno un concerto della band in tutti gli anni di carriera. Figuriamoci Eddie, che senza questo pezzo perderebbe ogni senso.

Il debutto degli Iron Maiden è interessante sotto più punti di vista. Detto in parole semplici, è un pezzo unico, figlio del tempo in cui è nato. Anche se Harris ha raccontato che la band detestava tutto ciò che aveva a che fare con il punk, l’album non riesce a scrollarsi di dosso quell’elemento, che però gli regala proprio quel sapore di senza tempo che lo rende così speciale. Nonostante Harris si sia innamorato presto della composizione teatrale, con i ritmi che cambiano di continuo e l’atmosfera che sobbalza nella dinamica dei cambi tra frasi guida e armonie in terze, l’energia punk di Di’Anno è onnipresente sul disco. Harris è sempre stato affascinato dalle opere dei gruppi progressive rock come Genesis, Yes, Jethro Tull, e allo stesso tempo si ispirava a Uriah Heep, Wishbone Ash, Nazareth, Nektar, UFO, Deep Purple, Thin Lizzy. Con Phantom of the Opera i Maiden mettono sul piatto un modo di comporre che sarebbe stato poi affinato e sarebbe maturato attraverso i pezzi di Harris come Killers, Hallowed Be Thy Name, To Tame A Land, Rhyme Of The Ancient Mariner, Alexander the Great, fino a toccare il suo apice progressive nell’indimenticabile epopea Seventh Son Of A Seventh Son. Phantom of the Opera è una specie di stampo originario di questo approccio di Harris. Poi c’è Transylvania. Uno strumentale eccezionale, pieno di dramma, che ha avuto il suo seguito anche sul successore in studio «Killers» (Genghis Khan) e che molti anni dopo, ai tempi di «Horror Show», è stato rifatto dagli Iced Earth.

Fin da quando è entrato nei Maiden, Di’Anno si è conquistato una specie di intoccabilità. Poteva permettersi di tutto. Portava i capelli corti, si vestiva praticamente come gli pareva, e cantava e sceglieva le linee vocali a modo suo, come gli andava. Nessuno gli rompeva le scatole. Così, con la sua proverbiale aria da teppistello, in breve tempo è diventato anche un po’ arrogante e, stando a Stratton, che non godeva di una simile immunità e a differenza del cantante aveva i giorni contati, Di’Anno in quel periodo soffriva pure di una crisi d’identità personale. Sempre secondo Stratton, a un certo punto del concerto Di’Anno poteva mettersi a cantare come Sting dei The Police e già il minuto dopo ricomparire sul palco con un cappello,  simbolo del movimento SKA di allora (gli inglesi lo chiamano «pork pie hat», perché ricorda una torta di carne – peraltro un piatto tradizionale della cucina britannica).

La frattura che pian piano si allargava tra il cantante e il resto della squadra stava diventando realtà quando Di’Annno, ormai decisamente gonfio di sé, si è azzardato a punzecchiare i Judas Priest, che a marzo si erano portati dietro gli Iron Maiden per la parte britannica del tour, dicendo che i Maiden li avrebbero «spazzati via» dal palco. Un mese prima, durante i concerti del tour «Metal for Muthas», stando a Stratton, Di’Anno aveva fatto pressione sulla band perché cancellasse una data, a causa del suo mal di gola. Gli Iron Maiden non hanno nemmeno lontanamente pensato di deludere i propri fan e il concerto l’hanno fatto senza Di’Anno, con Steve Harris che ha preso in mano le parti vocali. Durante lo show Di’Anno è rimasto a guardare in silenzio i compagni da lato palco, e Stratton ricorda ancora il suo sguardo fisso, da cui partivano fulmini a ripetizione. Dennis aggiunge che dopo di allora Di’Anno non si è più concesso manovre del genere nemmeno in sogno.

A differenza di Di’Anno, Stratton ha dovuto presto salutare gli Iron Maiden a causa di visioni musicali diverse. Il suo ultimo concerto con i Maiden l’ha suonato il 13.10.1980.  Una sera, durante le registrazioni del debutto, è capitato che Stratton e l’ingegnere del suono Martin Levan siano rimasti in studio a lungo dopo che tutti gli altri erano tornati a casa. A Stratton è venuta l’idea di «abbellire» di testa sua, senza il consenso degli altri compagni, il brano Phantom of the Opera con arrangiamenti di chitarra aggiuntivi, e ha aggiunto pure delle armonie vocali corali che ricordavano da vicino lo stile di Bohemian Rhapsody dei The Queen. Una mossa che a Harris, come a Smallwood, ha fatto spuntare qualche (prezioso) capello bianco. Del resto Dennis si distingueva dagli altri membri della band anche per età. Aveva qualche anno in più e ascoltava anche gruppi dal suono più «morbido» del mercato americano, tipo Styx, REO Speedwagon, Eagles, cosa che ovviamente non c’entrava niente con lo spirito della band. Harris aggiunge che aveva cominciato a notare come Stratton, ai concerti, si divertisse parecchio di più a suonare Strange World che, per dire, brani come Prowler o Iron Maiden.

A marzo di quest’anno gli Iron Maiden sono comparsi come gruppo spalla nella parte britannica del tour dei Judas Priest, che presentavano il loro album della svolta commerciale «British Steel». Curioso: «British Steel» e «Iron Maiden» sono usciti lo stesso giorno!

Al momento dell’uscita, il debutto degli Iron Maiden è balzato fino al 4º posto della classifica britannica. Nella classifica inglese dei dischi più venduti ci è rimasto ben 15 settimane! Dalla critica è stato accolto alla grande. Il suo contenuto è senza tempo e, con un volto rivoluzionario per l’epoca e un carisma unico, ha spianato la strada alla fioritura e allo sviluppo del metal negli anni Ottanta. In questo senso è considerato uno degli album fondamentali, quelli a cui il metal del futuro ha guardato come modello.

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