Nel 1970 i King Crimson pubblicarono ben due album. Il secondo, cioè «Lizard» (RockLine recensione), fu registrato da una formazione completamente diversa che, come quella messa insieme in fretta e furia per il disco precedente, era condannata a vita breve e a non salire mai sul palco nemmeno per un concerto.
Robert Fripp decise che il terzo album dei King Crimson doveva essere nettamente diverso dai primi due. A spingerlo in quella direzione fu probabilmente anche il fatto che i critici musicali avevano bollato «In the Wake of Poseidon» (RockLine recensione) come un tentativo di rifare quello che la band aveva servito con l’esordio “In the Court of the Crimson King” del 1969 (RockLine recensione).
Il terzo album della band uscì quindi il 10 dicembre 1970 e in Gran Bretagna arrivò al 29º posto. Il 3 gennaio 1971 uscì anche negli USA, dove si piazzò al 112º posto della classifica dei dischi più venduti di Billboard. Curiosità: negli USA uscì lo stesso giorno di altri due album legati a ex membri della band, cioè l’esordio degli ELP e il disco in coppia di Ian McDonald e Michael Giles.

Su «Lizard» debuttano come nuovi membri il cantante e bassista Gordon Haskell, scomparso lo scorso ottobre, e il batterista Andy McCullogh. Fripp conosceva Haskell da parecchio: erano stati compagni di classe al liceo classico. Ogni tanto suonavano insieme in una band locale, The League of Gentleman, che si esibiva nel centro commerciale di Wimborne, vicino alla città costiera britannica di Bournemouth. Haskell aveva dato una mano a Fripp cantando la splendida ballata «Cadence And Cascade», dopo che Greg Lake, durante le registrazioni di «In the Wake of Poseidon», aveva già un piede negli ELP. Fripp, che guardava preoccupato il naufragio della squadra di «In the Wake of Poseidon», chiese a Haskell, che sapeva suonare anche il basso, se gli andava di unirsi ai King Crimson.
In un’intervista del 1991 Haskell raccontò che i King Crimson non gli erano mai piaciuti. Da sempre preferiva di gran lunga i suoni R&B, le band Motown e il soul rispetto alla «abrasione» fresca di una nuova corrente che stava piano piano guadagnandosi l’etichetta di rock progressivo. Dopo le insistenze della moglie, che si lamentava del fatto che Gordon fosse finanziariamente «secco come un chiodo», il tipo ci ripensò e decise di accettare l’invito di Fripp. Oltre a Haskell, Fripp invitò a entrare a pieno titolo anche il sassofonista e flautista Mel Collins, che aveva già collaborato al precedente «In the Wake of Poseidon», e un batterista tutto nuovo, Andy McCullogh, che prese il posto di Michael Giles. A completare i nuovi King Crimson, oltre a Fripp, Haskell, McCullogh e Collins, c’era ovviamente Peter Sinfield (poesia). Come collaboratori esterni Fripp richiamò il tastierista Keith Tipett (scomparso a metà giugno di quest’anno), che aveva già suonato il piano nel disco precedente dei King Crimson, e una sezione di fiati composta da Robin Miller, Mark Charig e Nick Evans. Come ospite speciale partecipò anche il cantante degli Yes, Jon Anderson.
Haskell e McCullogh, poco dopo essere entrati nel processo di creazione e registrazione del nuovo album, erano sempre più insoddisfatti di come stavano andando le cose. Haskell, che come abbiamo detto era entrato nella band per motivi economici e non creativi, raccontò poi che la lavorazione era stata difficile e tesa. Se ci aggiungiamo la famigerata, ormai proverbiale testardaggine di Fripp, che da quel gruppo eterogeneo di musicisti pretendeva sempre il massimo livello qualitativo nell’esecuzione strumentale, non c’è molto da stupirsi. Una volta Haskell disse: «Durante le registrazioni Fripp faceva piangere McCullogh, perché con lui aveva un vero atteggiamento da bullo. Lo faceva senza pietà. In realtà quell’atteggiamento l’aveva verso tutti noi. A me non ha fatto bene per niente. Mi veniva da scoppiare a ridere a crepapelle quando Andy piangeva. Si sente anche sul disco, alla fine del pezzo «Indoor Games». Mi è partita una risata sfrenata. Gli altri l’hanno presa come una simpatica «trovata», dicendo che mi ero calato perfettamente nel testo e nel mio contributo al brano. A dirla tutta, quel pezzo era una schifezza, il testo assurdo e il mio cantato disastroso. Gli altri erano di un altro parere. Dicevano che era meraviglioso!»
Secondo Haskell il clima in studio era febbrile, folle, e la musica dell’album ne è il riflesso speculare. «Cirkus» apre il disco con un’introduzione meditativa tra jazz e folk. Segue la tipica frase alla Crimson, guidata dal mellotron di Fripp e dal sassofono di Collins. «Indoor Games» è una specie di lontano cugino di «Cat Food» dell’album precedente, in cui ha il suo ruolo anche il sintetizzatore VCS3 di Sinfield (con vocoder). Oltre ai King Crimson, lo usavano già Curved Air, Pink Floyd e Moody Blues, e stava diventando l’ultimo grido. «Happy Family» veleggia tra i pastelli sonori di lampi free jazz, illuminati da qualche sconfinamento nel pop psichedelico. Il culmine del disco sta nel lato B con la suite «Lizard», divisa in quattro parti: la apre «Prince Rupert Awakes» (con l’apporto vocale un po’ sottovalutato di Jon Anderson), prosegue con l’orchestrale e magica «Bolero – The Peacock’s Tale», si infila in un caos apocalittico con «The Battle of Glass Tears» e si chiude con la più breve «Big Top».
Fripp, che negli ultimi anni verso «Lizard» ha finalmente mostrato un po’ di clemenza personale, nei suoi vecchi commenti non nascondeva l’amara delusione per quella musica. Per molti anni dopo l’uscita ha continuato a non sopportarlo. Visto quello che ha detto Gordon Haskell poco sopra, non è nemmeno una sorpresa. Fripp non ha risparmiato nemmeno la suite «Lizard», soprattutto la prima parte, dicendo che sarebbe stato meglio se quel giorno Rupert non si fosse nemmeno alzato dal letto. «Jon Anderson ha cantato qualcosa che è impossibile cantare. A dargli una mano non è stato né chi ha scritto la melodia né chi ha scritto la poesia. Per decifrare il contenuto della poesia in questa parte ti serve un vero dizionario», è stato uno dei commenti velenosi di Fripp. L’unico brano che Fripp anni fa ha elogiato è «Bolero – The Peacock’s Tale»: «È la parte dell’album che finalmente mi si pianta in testa e non mi riempie di paura, terrore, miseria, sofferenza… Il tema principale, suonato da Robin Miller all’oboe, è un vero dono. È un brano che nei momenti duri mi ha tenuto in piedi.»

Del resto, nelle sue dichiarazioni Fripp ha sempre fatto volentieri a pezzi buona parte del disco. Una volta sul suo sito DGM scrisse: «Molte idee presentate contemporaneamente non funzionavano. Per tanti frammenti non è affatto chiaro se vogliano restare legati al tema centrale o mantenere la propria indipendenza. La ricerca del legame con il tema centrale resta per lo più infruttuosa, e questi mattoncini assumono l’aspetto di una neutra scialbezza. Il funzionamento e il modo di rivolgersi degli elementi non è soddisfacente, non è entusiasmante, anche se si sforzano spasmodicamente di garantire coesione.»
Col suo cinismo su «Lizard», Fripp si è spinto fino a spiegare, in tono bonario, che la gente farebbe meglio a girargli alla larga e a spendere altrove i propri sudati soldi. Be’, a meno che non vogliate portare il disco a una festa in cui si presenta un ospite non invitato e volete cacciarlo via a suon di musica. Come se non bastasse, ha aggiunto anche questa: «So che esistono gli appassionati di “Lizard”. Di sicuro sono dei gran tipi strani.»
Anche se Robert Fripp non è certo un fan del proprio album, che più che evidentemente divide chi ascolta, la «repellente» brillantezza del disco è sopravvissuta ai decenni e ha ispirato generazioni di rocker progressive. A questo proposito Steven Wilson, che ha curato la rimasterizzazione dell’intera discografia dei King Crimson in tecnica stereo surround 5.1, nel 2011 ha detto: «Lizard è sostanzialmente un album solista di Robert Fripp. I King Crimson si erano sciolti. Era rimasto solo lui. E cosa ha fatto? Non ha invitato nel disco un mucchio di musicisti rock, ma solo musicisti jazz. È l’approccio che ho scelto io stesso sul mio album solista «Grace for Drowning». (RockLine recensione)
«Lizard» magari non sarà davvero l’opera più facile da ascoltare dei King Crimson, anche se parlare di ascoltabilità, per una band di natura così avanguardista, è sempre stato discutibile. Per alcuni quel continuo camminare sul filo del rasoio tra parti «digeribili» e parti «fastidiose» è una vera rivelazione di intelligenza musicale suprema, per altri invece una roba irritante. Certi arrangiamenti sono davvero densissimi, perché Fripp non si è spostato di un millimetro dal seguire ciecamente la direzione musicale di allora, e anche il resto della squadra di musicisti di altissimo livello doveva stargli dietro. A giudicare dai commenti di Fripp, quella squadra a quanto pare non è riuscita a scoprire questa sua direzione musicale, ma ha consegnato alcuni «colpi di scena» invidiabili e affascinanti di una fusione musicale pittoresca e insolita, che incarna la natura unica di questo prodotto. Soprattutto nell’incontro tra elementi di jazz e di musica classica.
Dopo le registrazioni Haskell lasciò i King Crimson. Per i 19 anni successivi combatté una battaglia per un risarcimento, convinto di essere stato fregato sui diritti d’autore che gli spettavano per l’album. Poco dopo Haskell fu seguito anche da McCulloch, che lasciò a sua volta la band. Il materiale promozionale circolato in pubblico a sostegno di «Lizard» conteneva parti della poesia Desiderata di Max Ehrmann. I versi li leggeva Sinfield, e il loro messaggio centrale è in sostanza un consiglio su come scegliere la strada giusta nonostante uno stato di totale confusione.
Dopo l’uscita di «Lizard» la squadra di Fripp si sfaldò di nuovo. Così i contenuti del disco non presero vita sul palco fino all’uscita dell’album successivo, «Islands», nel 1971. Accanto a Fripp nella formazione rimasero Peter Sinfield e Mel Collins. Haskell fu sostituito da Boz Burrell, a cui Fripp avrebbe insegnato a suonare il basso in un tempo rapidissimo, mentre al posto del batterista arrivò Ian Wallace. Questa formazione rinnovata inserì nel repertorio live i brani «Cirkus» e «Lady of the Dancing Water». «Cirkus» è diventato molti anni dopo anche un pezzo fisso del repertorio della 21st Century Schizoid Band, in cui suonavano Mel Collins e Jakko Jakszyk.
Il 2016 ha regalato ai fan dei King Crimson il più grande tour europeo dal 1974. Nella scaletta dei concerti di allora c’erano «Cikrus» e «Dawn Song», come parte della suite Lizard, eseguita così per la prima volta sul palco nella carriera della band. L’anno seguente, quando i King Crimson partirono per il tour nordamericano, «Dawn Song» fu ampliata e iniziarono a suonare «Battle of Glass Tears» per intero (furono aggiunte le sezioni «Last Skirmish» e «Prince Rupert’s Lament», che la band eseguiva dal vivo anch’esse per la prima volta). La sezione della suite Lizard chiamata “Bolero” è entrata nella scaletta del tour europeo nel 2018. Evidentemente il cuore di Fripp alla fine si è sciolto e, in età matura, si è innamorato di «Lizard».
La copertina dell’album è stata realizzata da Gini Barris su concetto di Peter Sinfield. Le lettere sulla copertina e sul retro compongono il nome della band in ornamenti medievali. Cioè la parola «King» sul retro e «Crimson» sul fronte. Ogni tema grafico dentro le lettere rappresenta uno dei concetti lirici di Sinfield, ovvero un singolo brano dell’album.
Con «Lizard», segnato dall’allontanamento dalla direzione musicale dei primi due album e da una formazione completamente nuova, Robert Fripp si è affermato come il compositore di base della band. Il disco, accompagnato da una serie di musicisti sopraffini, è considerato un distillato incredibilmente ambizioso, insolito ed eclettico di rock, jazz e manovre quasi classiche, in cui le trovate di chitarra scintillanti di Robert Fripp, le ondate valanghive di fiati e il mellotron apocalittico spianano la strada a un effetto drammatico sublime. I punti forti sono «Circus», «Bolero – The Peacock’s Tale», la splendida ballata «Lady of the Dancing Water» e lo straordinario assolo di chitarra di Fripp in «Prince Rupert’s Lament». Sul disco hanno lasciato il segno il virtuoso del piano Keith Tippet e l’ospite Jon Anderson, prima voce degli Yes. Con il suo grandioso scontro di stili, le improvvisazioni libere e fluttuanti e il condimento ben intrecciato di arrangiamenti orchestrali, «Lizard», nella sua espressione di idee indomata, è una specie di diamante artistico grezzo e un’opera irripetibile di assoluta originalità.
Autore: Aleš Podbrežnik