Steven Wilson : Grace For Drowning
Etichetta: K-Scope Records
Anno di uscita: 2011
Produzione: Steven Wilson
Durata dell’album: 83.03
Genere: Progressive Rock / Art Rock
Negli ultimi anni Steven Wilson è diventato uno dei nomi più in vista nel piccolo mare dei generi in cui si muove, ed è noto soprattutto come frontman dei progster moderni Porcupine Tree. I britannici sono tra i pochissimi gruppi di stampo progressive riusciti a farsi largo in mezzo alle popstar adolescenziali “autotunate” e ai beat generici fabbricati al computer, risvegliando dal sonno la speranza, assopita da una trentina d’anni, dei drogati di musica per una scena (progressiva) viva e popolare, dove la qualità è data per scontata. Ma ridurre Steven Wilson ai soli Porcupine Tree è sminuirlo parecchio: questo geniale autodidatta di chitarra e ingegneria del suono va ben oltre l’identificazione, miope, con la sua band. Con i suoi innumerevoli progetti mostra una conoscenza immensa, che si tratti di chitarra, voce o manipolazione del suono, mastering e mixaggio, perché non resta mai e poi mai chiuso nei confini del classico suono retrò anni Settanta, ma pesca da drone, post-punk, psichedelia, generi metal più duri, shoegaze, ovviamente anche jazz e, perché no, persino pop. Lo confermano i suoi progetti: i Porcupine Tree con la loro interpretazione moderna del rock progressivo, i Blackfield con un tocco pop malinconico e “hit” da tre minuti, i No-Man più vicini all’idea di musica psichedelica e cosmica di Wilson, i Bass Communion impregnati di bassi pesanti e della ripetizione di un unico suono distorto e impastato, che è poi il senso di tutta la musica drone; in altri progetti emerge anche la passione di Wilson per band come The Cure e My Bloody Valentine (nei suoi progetti di cover Wilson reinterpreta “A Forest” dei post-punker The Cure, mentre lo shoegaze ha un ruolo enorme nel debutto di Steve, “Insurgentes”). Indirettamente, da produttore autodidatta, il nome di Wilson compare in ancora più album che nei suoi progetti principali, visto che negli ultimi anni è uno dei manipolatori del suono più ricercati in assoluto nelle acque della scena progressiva. Proprio per questo è solo con un album solista che possiamo conoscere davvero fino in fondo il suo genio, con le sue influenze, la sua produzione, le sue sensazioni e i suoi desideri (musicali).
È proprio quello che ha ripetuto Steven Wilson nelle ultime interviste, quando gli hanno chiesto cosa pensasse del suo secondo album solista, “Grace for Drowning”. Il primo, “Insurgentes”, ha avuto un successo relativo sia tra gli amanti della musica progressiva sia tra gli altri aspiranti intenditori, visto che l’album ha molte meno influenze prog rock di quanto ci si aspetterebbe. Wilson sostiene di essere stato, in quel periodo, soprattutto sotto l’influsso di shoegaze e post-punk, e con l’aspetto ambient dei pezzi sull’album la cosa è chiara senza fatica. Nelle interviste dice lo stesso di “Grace for Drowning”: avendo rimesso mano di recente al suono della discografia di uno dei più grandi gruppi prog rock, i King Crimson, gli sembra logico aver preso moltissima ispirazione proprio da loro (del resto Wilson è sempre stato paragonato a Fripp, soprattutto per gli accordi insoliti e gli assoli costruiti su una specie di anti-melodia e dissonanza). Allo stesso tempo, come detto, racconta di essere finalmente senza limiti, quanto a voglie e idee, in un progetto solista, perché in molte delle sue band comporre è armonia e simbiosi tra i membri (Wilson lascia intendere che qualcuno nei Porcupine Tree non sopporta il jazz, nei Blackfield Aviv è fissato con le strutture pop da tre minuti, eccetera). Nel frattempo, con tutti questi anni di attività, è diventato così famoso da poter trovare senza problemi il musicista giusto per il pezzo giusto o per lo strumento giusto, e così il britannico si è rivelato anche un grande capo e direttore d’orchestra a tutto tondo: con “Grace for Drowning” è stato prima di tutto questo, e solo dopo un musicista.
“Grace for Drowning”, che coinvolge più di 10 musicisti, è diviso in due parti, “Deform to Form a Star” e “Like Dust I Have Cleared From My Eye”; il disco bonus, incluso solo nell’edizione Deluxe, contiene poi una terza parte intitolata “The Map” (con demo e pezzi che Wilson ha escluso dal concept delle prime due parti). La prima cosa che si nota al primo ascolto è senza dubbio una certa incostanza: un’altalena strana di tensione e oscurità che sale e scende, un ballo apparentemente goffo tra atonalità distorta e armonie malinconiche bellissime, e alla fine il tutto suona un po’ sconnesso e mette l’ascoltatore in un disagio decisamente psicofisico. I passaggi tra un pezzo e l’altro ci spiazzano, ci fanno uscire dai binari e ci buttano fuori dall’umore giusto per ascoltare; almeno così sembra a prima vista. Se si scava più a fondo, è proprio questo approccio a mascherare in modo geniale un filo rosso sottilissimo, che Steven Wilson cuce attraverso le nostre orecchie punzecchiandoci di continuo il timpano con l’ago: è lui a lavorare così forte sul nostro inconscio, sulla parte non cognitiva, a scovare emozioni e stati d’animo che eravamo convinti non esistessero e a mandarli lungo i percorsi neurologici fino alle nostre estremità. Insomma, solo quando ci rassegniamo definitivamente al fatto che non è un album qualunque, e che quindi richiede un ascoltatore fuori dal comune, comincia il vero godimento di tutto il genio di Wilson. Allo stesso tempo, un approccio simile è del tutto personale, tipico di Steven, e rimanda a quello che dicevo prima: le oscillazioni personali del musicista tra generi, preferenze, fasi musicali e influenze del momento. I King Crimson sono già una di queste influenze, e si sentono soprattutto in uno strumentale pazzesco, un’interpretazione modernissima dei Crimson degli anni Settanta, che già allora erano avanti sui tempi, intitolato “Sectarian”. Riff e passaggi di chitarra “alla Fripp”, la costruzione di un apice insuperabile con l’organo e il successore di Elton Dean (sassofonista dei leggendari Soft Machine della scena di Canterbury), Theo Travis, con un sax soprano cupo e in certi punti di impronta free jazz, sono la formula base per raggiungere i paesaggi ambient-schizofrenici del mondo eclettico dei King Crimson. Prima di “Sectarian”, in “Deform to Form a Star” ci accompagna la title track di due minuti, bellissima e atmosferica, una melodia malinconica di taglio pop: un duetto tra Rudess al pianoforte e Wilson che al microfono canticchia un “lalala” da canzonetta. Al contrario di “Sectarian”, quindi, in “Grace for Drowning” abbiamo la formula base della canzone da radio, ma il risultato è tutt’altro, qualcosa con un ruolo completamente suo, che di per sé suona inquietante, teso, come il preannuncio di una tempesta apocalittica in arrivo. Sul serio: Wilson non scherza nemmeno nei pezzi da canzonetta. Oppure suona un accordo maggiore.
A volte ci viene da pensare che Wilson, a dir poco, giochi con noi. Non quel gioco del gatto con il topo, piuttosto uno in cui mette alla prova l’ascoltatore per vedere se capisce tutto il gioco e si unisce a lui, per poi sorridergli sinceramente e dargli il cinque. Perché se “Grace for Drowning” era la quiete prima della tempesta apocalittica, con la maschera della canzonetta, allora “Deform to Form a Star” è un’altra mascherata di Wilson, almeno nello stile. Stavolta prende tutte le forme progressive note di un insieme musicale, ritmi irregolari, break fuori tempo, durata epica, trovate “alla King Crimson” (alla fine nel pezzo suona il basso Tony Levin) e ne fa una canzonetta. Con il clarinetto free jazz di Travis, con riff e assolo di chitarra prog metal, con rumori drone di dimensioni sperimentali. Quando è stata l’ultima volta che sei riuscito a fischiettare un pezzo di rock progressivo sperimentale?
La sinestesia dei generi, insomma, non sembra avere né capo né coda. Anche se in misura minore, nei pezzi successivi della prima parte si susseguono le influenze citate sopra: il post-punk nella quinta traccia, “Postcard”, oppure le oscure arie gregoriane in “Raider Prelude”, introduzione a un pezzo di ben 23 minuti, “Raider”, che è il penultimo brano della seconda parte dell’album, e così via. Da citare ancora “Remainder the Black Dog”, il primo pezzo promozionale uscito prima dell’album “Grace for Drowning”, un altro prodotto unico di un mucchio di generi, con passaggi insoliti dei singoli strumenti (dove spicca Nick Beggs al Chapman Stick) e un assolo di chitarra di Steve Hackett, l’eroe chitarristico dei Genesis.
“Like Dust I Have Cleared From My Eye” parte in modo diverso dalla prima parte: stavolta la schizofrenia scorre soprattutto nell’inchiostro della penna di Wilson, nei testi, e non nelle cortine sonore di effetti di chitarra e (anti)melodie (anche se pure stavolta queste ultime non scherzano) e nelle cacofonie musicali generali. “Index” è la storia di un serial killer con disturbo ossessivo-compulsivo, collezionista di persone e dei loro passati, un motivo che non compare per la prima volta nella musica di Wilson. Lui stesso dice di esserne ossessionato e di divorare libri con storie e profili di questi personaggi. A livello strumentale sostiene il testo con i più svariati pattern post-rock, che in questi brani di genere si sovrappongono in qualche modo allo strumentale: rumori strani, suoni indefinibili e frammenti e particelle simili, fatti con la matrice, che normalmente vivono fuori dal contesto musicale. Alla title track della seconda parte segue “Track One”, ma è “Raider II” il pezzo, anzi, non un pezzo, un’intera odissea attraverso il “Conosci te stesso” delfico, attraverso le ragnatele della mente umana, che forse è l’essenza non solo della seconda parte, ma dell’intero “Grace for Drowning”: riassume infatti tutto il disco, e con esso tutta la creatività di Wilson e il suo desiderio di agire sulla psicofisica della parte inconscia dell’emisfero destro del cervello umano e su quella cognitiva dell’emisfero sinistro (resta da capire se sia davvero il suo scopo, ma non possiamo fare a meno di perderci nella magia dei numeri nella costruzione dei pezzi di Wilson). Anche stavolta c’è il motivo del serial killer, così la schizofrenia della musica, che Wilson definisce in modo così fenomenale, anzi personifica, e a cui aggiunge un simile attributo, è almeno in parte garantita, e giustifica anche tutta quell’incostanza e quelle oscillazioni presenti sull’album. Stavolta, più che sulle azioni che rendono il serial killer quello che è, si concentra sul suo “perché” dietro a quelle azioni e cerca di rappresentare la sua coscienza in modo strumentale: nella maggior parte dei casi ci riesce in modo insuperabile grazie all’influsso della musica drone, che aiuta anche l’epicità del pezzo. A sostenerlo c’è anche il fatto che, durante la creazione della seconda parte dell’album, Wilson preparava pure il nuovo album dei Bass Communion, “Cenotaph”, ma è più che una coincidenza, perché attraverso la musica drone Wilson riesce a esplorare più facilmente, e a mostrare in modo convincente, il labirinto interiore di innumerevoli ragnatele neurologiche, autonome, indipendenti e separate dalla realtà, che abitano la mente a pezzi di un serial killer. Di conseguenza anche il pezzo appare proprio così: in frantumi, non confuso ma volutamente staccato dalla percezione reale di spazio e tempo, che appartengono alla musica, senza un inizio e una fine evidenti, un ordine caotico, un caos ordinato, come preferisci. Per questo “Raider II” ha un impatto così forte sull’ascoltatore. È nato direttamente come modello sonoro del cervello, una specie di specchio vocale della mente, come se Wilson avesse visto le note in una radiografia del cervello e le avesse suonate, creando così un legame diretto tra mente e musica fin dall’inizio. E questo legame tra mente e musica non si sfalda mai, non si spezza mai, cosa che sente anche l’ascoltatore, e anzi, attraverso la musica, che fa da medium, si collega lui stesso alla mente del serial killer. E non si aspetta mai che uno sguardo dentro una mente così oscura ed empatica possa portare una simile estasi.
L’album si chiude con la title track della seconda parte, “Like Dust I Have Cleared From My Eye”. Wilson esce dalla psichedelia schizofrenica di una mente che si disgrega e distrugge, e torna nel mondo dei comuni mortali, anche se non mette piede su un terreno “reale”: resta come sospeso sopra, con voci eteree e un delicato suono d’organo, batteria lenta e pulsante e, per una volta, una melodia di chitarra che non suona cupa, solo bellissimamente triste e malinconica, “alla Blackfield”. Se per caso metti le mani sulla versione Deluxe dell’album, potrai prolungare ancora un po’ l’estasi, perché oltre ai tre pezzi usciti dal concept dell’album ci sono altre tre demo, tre “pre-mix”, idee (pre-Raider, pre-Raider II e pre-Remainder The Black Dog) che ti permettono di sbirciare nella mente di Wilson e nel suo processo di creazione musicale. I primi tre brani proseguono senza dubbio la qualità delle prime due parti dell’album principale, mentre gli abbozzi di due dei pezzi migliori suonano ancora più primordiali e vicini al vero Wilson, perché nati prima della produzione che fa suonare i brani più progressive rock, comunque sempre unici di Wilson, ma che dimostrano come il suo amore si nasconda più nel drone, nel post-punk e in generi simili che nel prog, e che solo la fusione di tutti questi porti al rock progressivo come lo intende e lo ha sempre in mente Steven Wilson.
“Grace for Drowning” non è un album di rock progressivo. “Grace for Drowning” non è nemmeno un album musicale per se. “Grace for Drowning” è semplicemente arte. Arte fatta di suoni, di lettere e, non ultimo, di immagini. E se i Greci veneravano gli artisti come dèi e Eric Clapton (a quanto si dice) fosse un dio, sarebbe Poseidone; perché Zeus è Steven Wilson.
autore: Tine Kolenik
voto: 10 / 10
Tracklist:
Disco 1: Deform to Form a Star
1. “Grace for Drowning” 2:06
2. “Sectarian” 7:41
3. “Deform to Form a Star” 7:51
4. “No Part of Me” 5:45
5. “Postcard” 4:29
6. “Raider Prelude” 2:23
7. “Remainder the Black Dog” 9:27
Disco 2: Like Dust I Have Cleared from My Eye
1. “Belle de Jour” 2:59
2. “Index” 4:49
3. “Track One” 4:16
4. “Raider II” 23:21
5. “Like Dust I Have Cleared from My Eye” 8:01
Disco 3: The Map (Deluxe Edition)
1. “Home in Negative” 3:00
2. “Fluid Tap” 5:45
3. “The Map” 3:30
4. “Raider Acceleration” 6:15
5. “Black Dog Throwbacks” 2:30
6. “Raider II (Demo Version)” 21:15
Formazione:
Steven Wilson – pianoforte, chitarra elettrica, basso, tastiere, percussioni
Jordan Rudess – pianoforte
Steve Hackett – chitarra elettrica
Sand Snowman – chitarra acustica
Tony Levin – basso, Stick bass
Trey Gunn – basso, Warr guitar
Nick Beggs – basso, Stick bass
Markus Reuter – U8 guitar
Nic France – batteria
Pat Mastelotto – batteria
Theo Travis – sassofono, clarinetto, flauto
Ben Castle – clarinetto
London Session Orchestra – archi
Dave Stewart – archi