Thrashfest Classics 2011!
Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: CUK Kino Šiška, Lubiana
Data del concerto: 12.12.2011
Numero di spettatori: 400
Due anni fa il tour-festival Thrashfest ha fatto la sua prima tappa da noi, con Kreator, Exodus e Death Angel a fare i re della serata. Lo scorso dicembre il carrozzone thrash è tornato a Lubiana, stavolta come Thrashfest Classics, con ben cinque band – Mortal Sin, Heathen, Destruction, Exodus e Sepultura. E tutte, ma proprio tutte, hanno suonato esclusivamente pezzi dei loro primi dischi, album che hanno costruito e definito il genere thrash metal.
Sul palco sono quindi salpiti per primi i portabandiera del thrash australiano Mortal Sin, di cui però, vista l’ora ancora presto, mi sono beccato solo gli ultimi secondi. Spero che il nuovo disco Psychology of Death li riporti in Europa; è stato davvero bello vedere che Rock the Nation, come organizzatore del tour, si sia reso conto che dei Suicidal Angels qualunque non possono fare da spalla a tutti e a chiunque.
Dal “down under” ci siamo spostati in California, per la precisione a San Francisco e ancora più nello specifico nella Bay Area, mecca di culto del thrash metal, dove nel 1984 hanno cominciato il loro cammino i leggendari Heathen. Verso la fine degli anni Ottanta la formazione è saltata sul treno ruggente del thrash metal e ha sfornato il fenomenale esordio Breaking the Silence, seguito quattro anni dopo da un successore ancora migliore, Victims of Deception. Poco dopo, con il tramonto del thrash nell’oscurità, è arrivato anche lo scioglimento della band, tornata tra i vivi proprio al Thrash of the Titans nel 2001, che ha il merito di aver rimesso in moto e risvegliato un genere assopito. Che non fossero tornati tanto per fare scena l’hanno dimostrato con il fenomenale album del ritorno The Evolution of Chaos (2009), presentato anche alla Pekarna di Maribor. Ma stavolta era il momento di un tuffo nel passato, ed è stato così bello che mi è comparsa davanti agli occhi l’immagine di David White con la chioma che rispunta di nuovo dalla testa pelata. Con un ottimo set old-school gli Heathen hanno dimostrato che nel 2011/12 sono forti come nel 1987, anno dell’esordio, mentre il duo di chitarre Altus/Lum, con il suo gioco virtuosisticamente perfezionato, spinge qualsiasi chitarrista ad accartocciarsi in un angolo succhiandosi il dito. Il giocolare con le chitarre ha reso speciali gli Heathen fin dagli inizi e ancora oggi lo scambio di assoli spettacolari e spericolati tra i due chitarristi mozza il fiato. Se i pezzi degli Heathen finissero in Guitar Hero, i suoi creatori si beccherebbero un sacco di cause per via delle complicatissime fratture alle dita. Soprattutto con Kragen Lum, Lee Altus ha finalmente trovato un partner alla pari, che stavolta ha addirittura battuto in energia il Russo. Altus in effetti sembrava un po’ stanco e sfinito, ma in fondo in tour aveva un doppio lavoro: dopo una buona ora lo aspettava ancora il set tempestoso con gli Exodus. Il carismatico frontman White, con le sue colorite parlate al pubblico, ci ha guidati tra i classici Open the Grave (stavolta finalmente per intero!), Opiate of the Masses, Mercy Is No Virtue e altri, ha entusiasmato con una prestazione vocale fantastica e ha dimostrato che gli anni non hanno sfiorato nemmeno da lontano la sua voce pulita e melodica, conservata alla perfezione.
Poi è stato il momento di affilare i coltelli, perché nel mosh pit è piombato il Mad Butcher teutonico, e con lui Schmier, Mike e Vaaver, il leggendario trio dei Destruction. I Destruction hanno iniziato il loro cammino nel 1982 e quindi si sono temprati almeno in parallelo (se non prima) con i patriarchi del thrash Metallica ed Exodus, per di più su suolo europeo! A livello sonoro non sono stati belli come gli Heathen prima di loro, perché ci hanno scaraventati in ginocchio direttamente davanti all’Anticristo, con una scarica a mille dal primo all’ultimo secondo, con Schmier che urla come un indemoniato e che dopo trent’anni di thrash non mostra la minima traccia di calo di energia, un drumming devastante e la macchina da riff da macellaio di Mike, che con una sola chitarra riempie tanto spazio quanto Gerre dei Tankard (quando non è a dieta). I Destruction il palco lo dominano fino al midollo: dal piccolo, magrolino Mike l’energia schizza giù dal palco e la chioma non sta ferma un attimo, mentre il comandante Schmier si aggira come un gran generale tra tre microfoni decorati di teschi. Stavolta il trio ha servito un vero “thrashgasm” old-school, sparando solo pezzi dall’esordio Infernall Overkill, dal suo successore Eternal Devastation e perfino dall’EP Sentence of Death. Con un suono eccellente, che lacerava, strappava e tritava come un diavoletto in giornata di grazia, con The Ritual e la messa nera hanno spalancato le porte dell’inferno, da cui sono usciti Antichrist, Tormentor, forze invisibili; si è vendicato anche Satan, e la banda l’ha guidata Mad Butcher. Il trio tedesco ha dimostrato ancora una volta che Destruction è un nome che impone timore reverenziale e una delle più grandi istituzioni del thrash metal. Per ordine di Schmier abbiamo poi maledetto anche gli dèi con il devastante classico Curse the Gods e solo dopo cinque minuti siamo riusciti a fermare i colli.
Con i veterani Exodus abbiamo rimesso le dita a mollo nella baia di San Francisco, dove piranha e squali, in forma di classici thrash tratti da tre album di culto – Bonded By Blood, Pleasures of the Flesh e Fabulous Disaster – ce le hanno spolpate fino all’osso. In gran parte, a dire il vero, li ha massacrati vocalmente Rob Dukes (stavolta per fortuna ha evitato quei suoi sproloqui da buzzurro decerebrato), ma il quartetto strumentale si è dimostrato così bravo che anche il ringhio monotono di Dukes è andato giù più facilmente. Senza la belva da palcoscenico Gary Holt gli Exodus non esistono, così come non esistono gli Iron Maiden senza Steve Harris, e Holt, nonostante la malattia, ha dimostrato che sul palco per lui non esistono mezze misure. Headbanging non-stop e incitamento di un pubblico in fibrillazione (il cui “good friendly violent fun” purtroppo non è stato capito dai rompiscatole della sicurezza) e una delle esibizioni chitarristiche più “tight” del thrash: ecco cosa definisce Holt e il suo duellante alla chitarra Lee Altus. L’indimenticabile “crunch”, lo scrocchiare della chitarra di Gary, che su riff spaccaghiaccio morde come Lo Squalo, e gli assoli spericolati ci si sono incisi nei timpani. La sezione ritmica devastante non è stata da meno: il basso di Jack Gibson ha di nuovo tuonato come una chiamata alle armi, e l’incredibile Hunting non è certo per caso uno dei migliori batteristi thrash, visto che ha torturato le pelli senza pietà sembrando Animal dei Muppet. Oltre alla prestazione eccellente, gli Exodus hanno servito anche una scaletta fenomenale, dominata soprattutto da classici che si sentono di rado come The Last Act of Defiance, Fabulous Disaster, Brain Dead, Deranged e Pleasures of the Flesh; durante Metal Command, su invito di Dukes, è salito sul palco per gli ultimi versi perfino Alex dei Negligence (dimostrando che sarebbe un sostituto cento volte migliore di Dukes). Strike of the Beast o Strike of Exodus? Non importa, in ogni caso rimarrai senza testa.
Non mi lancerò nell’eterno (“neverending”) dibattito su se i Sepultura senza i fratelli Cavalera siano ancora i Sepultura. Fatto sta che i Sepultura di oggi sono quello che sono e come tali alla Šiška hanno fatto un lavoro dannatamente buono. Grazie al miglior suono della serata, gli eterni classici suonavano ancora più assassini del solito, gli assoli di Kisser ancora più apocalittici, Green ancora più ruggente e il fantastico drumming ancora più tellurico. Proprio il nuovo batterista Eloy Casagrande (era il suo primo tour dietro lo sgabello dei Sepultura) ha rubato tutta l’attenzione con un’esecuzione incredibile, anzi, con una mazzolata spietata sui tamburi con la forza di un martello da dieci tonnellate. Kisser, unico chitarrista, ha coperto abbastanza spazio da non far sentire alcun vuoto, e la scelta dei pezzi era comunque fenomenale, anche se all’epoca in cui furono composti nella band c’erano solo Kisser e Paulo. I Sepultura di oggi asfaltano per gioco un Max indebolito e già solo per questo non meritano che dei primitivi li bombardino di birra. Nonostante un paio di episodi del genere, la band ha portato a termine la sua esibizione in modo superbo, senza dare troppo peso alla cosa, e con Kaiowas, durante la quale si sono uniti a loro i batteristi delle altre band, ha servito una devastante sorpresa.
Thrashfest Classics è stato un vero “blast from the past” e, vista la potenza di tutte le band coinvolte, spero che Thrashfest Classics non sia per il thrash di questo secolo quello che per lui è stato il Clash of the Titans in quello scorso.
Foto: Nina Grad
Scaletta
HEATHEN: 1. Pray For Death 2. Goblin’s Blade 3. Open the Grave 4. Hypnotized 5. Opiate of the Masses 6. Mercy Is No Virtue 7. Death By Hanging DESTRUCTION: 1. Total Desaster 2. Satan’s Vengeance 3. Mad Butcher 4. Black Mass/Antichrist/Death Trap 5. Invincible Force 6. The Ritual/Thrash Attack 7. Tormentor 8. Eternal Ban 9. Bestial Invasion 10. Curse the Gods EXODUS: 1. The Last Act of Defiance 2. A Lesson in Violence 3. Fabulous Disaster 4. Brain Dead 5. Exodus 6. Deranged 7. Pleasures of the Flesh 8. Piranha 9. Metal Command 10. And There There Were None 11. Bonded By Blood 12. Toxic Waltz 13. Strike of the Beast SEPULTURA: 1. Intro 2. Beneath the Remains 3. Territory 4. Dead Embryonic Cells 5. Desperate Cry 6. Mass Hypnosis 7. We Who Are Not As Others 8. Altered States 9. Infected Voice 10. Substraction 11. Inner Self 12. Kaiowas 13. Refuse/Resist 14. Arise
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