Gates to Purgatory

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Running Wild
Etichetta: Noise Records
Uscita: 1984
Voto: 3/5

Il debutto delle leggende tedesche dell’heavy metal, “Gates To Purgatory”, lascia intuire ben poco del fatto che da quella band semisconosciuta sarebbe nato un gruppo grande e importante, che  sarebbe diventato famoso soprattutto per aver inventato il concetto di ‘pirate metal’. Il quartetto di Amburgo, guidato dal carismatico cantante e chitarrista Rock’n Rolf (vero nome Rolf Kasparek), già agli esordi di una lunga e fortunata carriera giurava fedeltà all’heavy metal classico di impronta teutonica, fatto di armonie di chitarra doppie, riff aggressivi e ritmi a passo di marcia scanditi dal doppio pedale del batterista. Qualcuno all’epoca etichettava questo stile anche come speed metal, che però era comunque ben diverso dalla versione americana arrivata più tardi dalle parti della Florida.

Accanto a Rock’n Rolf, cantante, chitarrista e capoccia della band, nella formazione originale strapazzava la chitarra anche l’enigmatico Preacher (vero nome Gerald Warnecke), che più tardi, dopo l’addio ai Running Wild, è diventato predicatore anche in senso letterale (vicario protestante): per un membro di una band nota per tutta la carriera per la sua filosofia ferocemente anticlericale e antipolitica, suona francamente scioccante. Va detto anche che quasi tutti i testi di “Gates To Purgatory” erano tinti di tematiche che di solito si associano al black metal, tanto che qualcuno allora li bollava come satanisti, anche se non lo sono mai stati. La verità era molto più vicina a questo: prima di scoprire la missione piratesca, il loro anticlericalismo e il loro anticonformismo verso le istituzioni al potere li esprimevano in modo piuttosto radicale, ma anche quello più comprensibile per le masse di metallari di allora.

Nonostante alcuni pezzi solidi, capitanati dalla classica chiusura “Prisoner of Our Time”, l’intero album soffre cronicamente di una produzione scadente, che dà ai singoli brani un suono leggermente ovattato, come se fossero stati registrati in una caldaia di paese, e a ogni passo si sente che la band, in questa fase della carriera,  stava ancora cercando il proprio suono riconoscibile. A dirla tutta, però, le fondamenta sonore che avrebbero segnato i futuri lavori dei Running Wild erano già qui: la voce sarcastica e un po’ catarrosa di Kasparek, che già allora ricordava un pirata raffreddato dal grog, la successione melodica di riff affilati e i ritmi rotolanti. Un bell’esempio di questo stile è già l’iniziale “Victim of States Power”, il primo singolo della loro carriera, che ha il tipico marchio del metal teutonico e, se non ci fosse stata la voce inconfondibile di Rolf, si sarebbe potuta tranquillamente attribuire a gruppi sonoramente affini come Grave Digger o Rage (allora ancora Avenger).

“Black Demon” mette in luce il fiuto della band per i ritornelli melodici, che distingueranno anche i futuri inni pirateschi, molto più rifiniti. “Preacher”, ispirata al già citato compagno d’armi chitarristico di Rolf, è segnata da un ritmo lento e rotolante, riff nervosi e un testo black metal sui demoni, cosa che, come già detto, si ripete nella maggior parte dei pezzi dell’album. “Soldiers of Hell” sarebbe un brano mortalmente noioso, se non fosse per lo sviluppo che segue, scaltro e dai toni epici, con armonie di chitarra a tre voci con cui i Running Wild dimostrano comunque che già allora covavano un grande potenziale. “Diabolic Force”, ritmicamente tiratissima, a parte i cori stridenti e insoliti nelle retrovie non spicca per nient’altro. “Adrian SOS”, intitolata al demone Adrian, la mascotte della band, è segnata soprattutto dai crochet brutali alla batteria di Wolfgang ‘Hasche’ Hagemann, che dopo la fine del percorso musicale è diventato cuoco, mentre Rolf, nei suoi tentativi di risultare spaventoso, al massimo fa ridere, il che comunque è un plus. Probabilmente non è un caso che “Genghis Khan” e l’inno ribelle “Prisoner of Our Time” siano di gran lunga i pezzi migliori di “Gates To Purgatory”. A contribuirvi di sicuro c’è il fatto che, oltre al ritornello epico, invece che di demonologia e del resto della paccottiglia black metal i testi sono intrisi di tematiche storiche, che in seguito segneranno i loro migliori risultati pirate-metal. 

“Gates To Purgatory” è stato, alla fine dei conti, un inizio relativamente modesto ma comunque dignitoso per una lunga e fortunata carriera pirate-metal, anche se la ciurma di Rolf, che in questa fase preferiva ancora alzare le corna del diavolo piuttosto che la gamba di legno del buon vecchio Long John Silver, aveva ancora il difficile compito di rattoppare in qualche modo una crisi d’identità. Per fortuna, in Kasparek, futuro capitano/dittatore e ancora oggi unico membro originale della band, avevano una personalità che sapeva esattamente cosa voleva, che in seguito li avrebbe tirati fuori dal fango innumerevoli volte e che alla fine degli anni Ottanta li avrebbe portati verso le stelle del metal.

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