Tre chitarre, tre anime, magia e staccare la spina (2004)

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Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Hala Tivoli / Slovenia
Data del concerto: 08.07.2004
Numero di spettatori: 5000

Lungo la Celovška tutto nero, festa del metal? Non proprio, è solo che il loro nero risalta sempre così furioso in mezzo al grigiore. Ma scherzi a parte! Erano le 20:30 e a fatica siamo riusciti a parcheggiare. Parcheggio pieno di ominidi, anche con passaporto croato e italiano. La gente si ammassava davanti al palazzetto come in un formicaio. Per questo il palazzetto faticava a ingoiarli più del solito. E da ogni lato continuava ad arrivare gente verso gli ingressi. Roba selvaggia. Merchandise? Un poster con le firme dei membri dei G3 per la miseria di ottomila tolari. Spiccioli, no?

21:15, Fripp sul palco. Robert Fripp, una leggenda. Sgabello da bar, Gibson LP e la sua scatola magica, che lui stesso descrive come “guitar devices”. Ovviamente la gente, tra eccitazione ed entusiasmo, ha iniziato a battere i piedi a tutto spiano. In platea la folla era fitta, tanto che più vicino di 10 metri a Fripp non sono riuscito ad arrivare. Ovviamente la maggior parte degli ammassati si aspettava una scarica di chitarre. E per i primi 10 minuti hanno ascoltato con attenzione, pensando che fosse solo un lungo intro. Ma quell’intro andava avanti e avanti e dopo 15 minuti sono partiti i primi fischi. “Splendido e fantastico!” ho pensato. “Perché questa gente non è rimasta fuori dal palazzetto, se non sopporta la musica di Fripp?!?!” Ma la gente continuava a spazientirsi e a fischiare, qualcuno ha pure lasciato la posizione nelle prime file in modo dimostrativo. Il povero Fripp, comunque, non si è lasciato disturbare, anche se per un artista è un fattore parecchio fastidioso (leggi il suo diario su Discoipline Global Mobile, per sapere cosa pensa delle reazioni del pubblico al tour dei G3). Fripp sembra quasi arrogante, visto che all’uscita non ha nemmeno salutato il pubblico, e anche durante l’esibizione è sembrato di ghiaccio. E cosa ha offerto? Per chi conosce la sua musica, un sogno sulla Terra. Noi eravamo evidentemente pochi, una specie in via d’estinzione, e il malcontento del pubblico ci ha privati del piacere dei suoi suoni esoterici e intergalattici, di quell’atmosfera magica che stava creando. I Soundscapes, come chiama la sua musica che presenta in questo tour dei G3, sono composti da un sacco di suoni. Non metterei la mano sul fuoco sul fatto che i Soundscapes siano diversi ogni sera e che si tratti di musica dell’ispirazione del momento, tanto che Fripp non la ripete nella stessa tonalità nemmeno in due concerti di fila. Fripp, ovviamente, si serve con astuzia dei delay e unisce i suoni sovrapponendoli, tavolozza su tavolozza, uno sull’altro, e non suoni qualsiasi. Così ottiene un sound orchestrale, maestoso e pieno. Quindi quest’unicità, quello che abbiamo ascoltato, può ripeterla solo Robert Fripp. Fripp, genio della musica. Fripp ci ha offerto un contatto con l’aldilà, ci ha portati oltre l’infinito, oltre l’orizzonte del visibile. Una musica trascendentale, musica di immagini astrali. Musica di straordinaria bellezza. C’erano una pace e una quiete eccezionali, musica di armonia interiore tra corpo e spirito. Musica senza schemi, senza cornici, musica che non conosce tempo né spazio, musica che irradia eternità, purezza, una certa ingenuità primordiale, e allo stesso tempo estrema delicatezza, fragilità, grazia… in una parola, il linguaggio più puro dell’anima.

A evitare che anch’io partissi troppo per i campi della quarta dimensione ci ha pensato l’ingrato pubblico, che ha fischiato Fripp e con la sua presenza mi ha ricordato l’esistenza del mondo materiale, dove regna la cultura del denaro e di cui siamo schiavi. Beh, Fripp dopo mezz’ora ha lasciato il palco, e il pubblico l’ha salutato con fragore; mezzo minuto dopo che Fripp era sparito dietro le quinte, sul palco è balzato Steve Vai. Come il suo predecessore, anche Vai era solo sul palco e anche lui si è seduto su uno sgabello per il primo pezzo, il che ha spaventato a morte i presenti, che pensavano che Vai si fosse beccato la sindrome di Fripp. Chitarra a triplo manico e il pezzo I Know You Are Here, che Vai ha scritto per il nuovo album in studio in arrivo. È seguita Giant Balls Of Gold e Vai si è ritrovato all’improvviso in compagnia dell’incredibile chitarrista Tony MacAlpine, che molti nella sala avrebbero visto volentieri nei G3 al posto di Fripp, e di uno dei migliori bassisti del momento, Billy Sheehan (?). Mah, Billy sulla velocità bara, visto che è collegato a due uscite: quando picchia una nota se ne sentono due, e la gente di conseguenza strabuzza gli occhi davanti a questa velocità “apparente”. Quando Steve Vai l’ha presentato con: “Who’s the best bass player in the world?!!?” ovviamente tutti hanno urlato in coro: “Billy Sheehan!”, ma ecco che da qualche parte si è infilata la voce di un “sabotatore” che strillava al cielo: “Tony Levin!!!” Poi hanno spinto sull’acceleratore con Answers dalla leggendaria “Passion And Warfare” (1990), e Vai non ha potuto fare a meno di cantarne qualcuna (The Reaper, “The Elusive Light And Sound, Vol. 1.”, 2001); la voce di Vai è soddisfacente, per un chitarrista in generale è soddisfacente e si sposa con gusto alle sue composizioni, e anche dal vivo è stato così. Beh, vista l’atmosfera un po’ tiepida su questo pezzo, Vai ha poi premuto più forte sul gas con Juice (“Alien Love Secrets”, 1995) e ha proseguito con un pezzo fenomenale e più calmo, dove ha creato un’atmosfera eccezionale, Whispering A Prayer (“Alive in An Ultra World”), che ha aperto baciando prima il mignolo e poi toccando la prima nota del brano. E di queste sue finte e contorsioni del corpo e della chitarra nelle pose più assurde, e non, durante il concerto ce ne sono state a bizzeffe. Qui Vai era particolarmente immerso, il pezzo l’ha suonato in trance, annodando, vorticando, intrecciando con le dita. Incredibile di che giochi sia capace Vai. E non riesco mai a “inquadrarlo”. O è infinitamente studiato, o è infinitamente spontaneo. Secondo me una delle due cose prevale sull’altra a seconda della situazione, ma in Vai entrambe sono portate all’estremo, per cui davanti alla sua performance dal vivo posso solo restare lì a bocca spalancata fino a terra. L’atmosfera è salita di livello con Bangkok e Bullwhip dalla fantastica “Fire Garden” (1996) e poi ancora un pezzo da “The Elusive Light And Sound, Vol. 1.”, intitolato Get The Hell Out Of Here. Naturalmente il culmine Steve l’ha evocato alla fine con il brano For The Love Of God (“Passion And Warfare”), di sicuro una delle composizioni più belle che abbia mai scritto, e durante la cui esecuzione la gente era particolarmente, e visibilmente, esaltata. Era passata circa un’ora e Steve è sparito ammiccando dal palco. È seguita una pausa piuttosto lunga. La gente ha tirato il fiato dopo lo shock dell’esperienza iniziale con Robert Fripp. Vai è uno fuori di testa, visto che il “little italian virtuoso” un tempo bazzicava con Frank Zappa, e con Zappa ai suoi tempi ha suonato anche Adrian Belew, membro fisso dei King Crimson dal 1981. E se ora aggiungiamo che il capo dei King Crimson è proprio Robert Fripp, beniamino del pubblico della Hala Tivoli n. 1, allora possiamo concludere che Vai e Fripp avrebbero regalato alla combriccola un interessante disco insieme, se avessero deciso di collaborare.

Per prima cosa sul palco è comparso per tre minuti Robert Fripp, rimettendo di nuovo la paura addosso al pubblico, cosa che poco dopo si è rivelata innocente, perché Fripp ha suonato solo l’intro. L’introduzione per un’altra stella della serata, Joe Satriani. Satriani ha aperto lo show con Hands In The Air e poi ha proseguito con Satch Boggie. La gente è impazzita. Il pubblico era al massimo dello sfrenato durante l’esibizione di Satriani. Satriani è un bravo ragazzo, rifinito alla perfezione dalla scuola, dottore di tutti i dottorati musicali possibili, ed era un vero piacere guardarlo mentre rispettava, buono e preciso, tutte le regole scolastiche immaginabili. Intanto si tratteneva il fiato davanti al suo sospendersi sulla leva del tremolo e ai lampi supersonici di scale pulite ed estremamente veloci stese lungo il manico. Vai è comunque il perfezionamento di Satriani. Lui ha portato nei fondamenti scolastici il gioco e una buona dose di spontaneità, dove c’era un sacco di spazio per l’espressione del proprio genio musicale; Vai ancora oggi continua a evolversi come artista, la sua musica cresce e con lei il suo linguaggio unico. Quindi Vai sa sorprendere piacevolmente a ogni nuovo disco. Di Satriani è difficile dire che sia così fuori di testa da uscire ogni tanto dalle redini della razionalità, da salpare a volte verso il suo mondo nascosto. È sempre sul pezzo, con la testa. Per questo l’originalità è minima proprio in lui. Anche i suoi ultimi dischi in studio sono diventati simili come un uovo a un uovo. Resta però un fatto innegabile che Satriani ha fatto la festa più grande al concerto. Semplicemente perché i pezzi sono costruiti in modo più semplice, hanno capo e coda. Hanno motivi principali ben fatti e sono conditi con gusto e farciti di assoli e di piccoli ornamenti sonici di passaggio. Ed è per questo che la gente si è identificata con loro più facilmente. Allo stesso modo i musicisti che circondavano Joe sul palco hanno offerto linee rock più semplici, più “lineari”, a tratti persino impostate sul rhythm blues. Il batterista aveva nel set dei tom più profondi, la batteria picchiava più piena, più viva, più reale per questo mondo e più tranquilla rispetto al predecessore di Vai, che con la sua furia voleva praticamente volare in mezzo al pubblico. Satriani ha eseguito anche Cool #9, Gnaahh, I like The Rain, Up in Flames, Always With Me, Always With You (dove la gente all’inizio dell’assolo ha aiutato a cantare la melodia), Searching, e quando sono arrivati al pezzo Is There Love In Space, a Satriani si è unito sul palco fino alla fine dello show, di nuovo, il Crimso Frippoman. Lui ha sviluppato una geniale cortina sonora con cui copriva la band sul palco e creava lo sfondo atmosferico. Il suono di Steve Vai e di Satriani era fantastico. Ma attenzione! Dovevi stare a 10 metri e più dal palco, e pure al centro; il suono ideale era di nuovo alla console. Chi stava nelle prime file è stato di nuovo fregato, in generale i bassi hanno di nuovo sfondato il quadro sonoro. Non so come fosse sulle tribune, ma un amico che durante la performance di Vai stava all’inizio dell’arena (la platea), dove vendevano le magliette, era altrettanto inorridito dal suono. Del resto il palazzetto dell’hockey è un bastardo. Fripp durante l’esibizione di Satriani non si sentiva nemmeno nella posizione dove io mi vantavo che il suono fosse ottimo. Ma mi sono spostato appena un po’ più a sinistra e ho subito sentito distintamente i magici “frippertronics”. Un suono unico, davvero, e la pelle d’oca non è mancata. Satriani ha “suonato” il pezzo War e per finire ancora Flying In A Blue Dream. Un manicomio. Compatto, preciso, affiatato, puro perfezionismo. Satriani ha offerto il suono migliore tra la sacra trinità. E anche a livello di stile è stato quello che è piaciuto di più “dal vivo”. Magari potrebbe rinunciare a guardare di continuo attraverso gli occhiali da sole durante il concerto e avvicinarsi così alla gente, ma questo è un desiderio secondario e fin troppo “da spaccacapelli”.

Il jamming è stato in realtà il “bis”, il supplemento (in inglese encore). L’hanno cominciato con il repertorio di Satriani, cioè con Ice Nine, e sono andati avanti con la leccornia della serata. Era Red dei grandiosi King Crimson (“Red”, 1974). E ovviamente in un’altra versione nuova di zecca improvvisata. Si è infatti aperta (e chiusa) con il motivo principale del pezzo In The Court Of The Crimson King, che hanno riconosciuto anche tanti metallari in sala, ovviamente quelli che conoscono la cover di questo pezzo dei King Crimson eseguita dai Saxon. Ogni membro dei G3 ha offerto il suo assolo (Vai e Satriani addirittura qualche assolone gigante), e io aspettavo Fripp con il nervoso. Fripp ha usato nel suo assolo un suono che tirava leggermente su quel frippertronic “da elefante” del pezzo dei King Crimson Elephant Talk (“Discipline” 1981). Ahhh, cosa darei per poter scambiare in quel momento i presenti sul palco con la formazione dei King Crimson. Ho proprio sete di un concerto dei King Crimson, il pensiero dell'”official bootleg” Live At Berkeley del 1982 che ho appena sentito, e che mio fratello si è comprato giusto ieri, mi ha fatto sclerare.

Beh, il mio desiderio delirante non è stato esaudito ed è seguita The Murderer, un pezzo di Steve Vai, ovviamente di tutt’altra pasta, un salto d’atmosfera a un altro livello, un pezzo che si incastrava con gusto nella scaletta del jamming. E alla fine la cover di Neil Young Rockin’ In The Free World, con la voce di Joe. Il suo canto è disperato, ma in questo pezzo, vista l’orridezza di quello che fa nella sua parte regolare, è venuto fuori in modo azzeccato. La voce di Joe in questo pezzo ci sta, perché il pezzo è ribelle, e Joe col suo canto ci ricorda un adolescente di 15 anni. Rockin’ In A Free World era farcito con un milione di assoli, ornamenti di passaggio, e a un certo punto nemmeno Robert Fripp è rimasto fuori. Durante il jamming sul palco c’era la band di Satriani. Joe e Vai hanno cavalcato per tutto il tempo ognuno la sua chitarra, uno accanto all’altro, mentre Fripp con la sua scatolina miracolosa se la godeva tranquillo dall’altra parte del palco. Se qualcuno non conosce Fripp e pensa che soli per lui siano difficili, provi il motivo supersonico in “hammering” del pezzo dei King Crimson Frame By Frame.

Quattro ore!!! Roba da pazzi! Davvero indimenticabile. Quest’anno è l’anno dei soli chitarristi. Pat Metheny, Paco De Lucia, poi Satriani, Vai, Steve Morse (Deep Purple) e il leggendario gigante Fripp, e se ci aggiungo pure un altro grande, Steve Howe degli Yes quest’anno a Monaco di Baviera, per me è l’anno delle sole delizie chitarristiche. Speriamo che il pubblico da 5000 teste abbia dato agli organizzatori la spinta per farsi coraggio e presto evocare da noi sogni simili a quelli che ci sono toccati con lo show dei G3. Mi sa che ho sparato abbastanza cavolate. Ehi, dopo il concerto siamo andati a casa mia e tra caffè, birra, nuovo disco di Fripp/Eno e stuzzichini abbiamo filosofeggiato fino alle 3:30 del mattino. Abbiamo riassunto con successo le impressioni fresche e belato in coro che andremo insieme a vedere i Jethro Tull a Graz il 04.08.2004.

Scaletta

Robert Fripp:
1. “Soundscapes” (30min.)

Steve Vai:
1. I Know You Are Here
2. Ginat Balls Of Gold
3. Answers
4. Reaper
5. Juice
6. Whispering A Prayer
7. Bangkok
8. Bullwhip
9. Get The Hell Out Of Here
10. For The Love Of God

Joe Satriani:
1. Hands In The Air
2. Satch’s Boogie
3. Cool # 9
4. Gnaahh
5. I Like The Rain
6. Up In Flams
7. Always With Me, Always With You
8. Searching
9. Is There Love In Space
10. War
11. Flying In A Blue Dream

G3 Jamming:
1. Ice 9
2. Red (incl. In The Court Of The Crimson King)
3. The Murder 4. Rockin’ In The Free World

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