G3 a Lubiana – Tre chitarre, tre essenze, magia e stacco totale (2004)
Luogo: Lubiana / Hala Tivoli / Slovenia
Data: 9. 7. 2004
Lungo la Celovška tutto nero, festa del metal? Non proprio, è solo che il loro nero spicca sempre in modo così rabbioso sul grigiore. Ma scherzi a parte! Erano le 20:30 e a fatica siamo riusciti a parcheggiare. Parcheggio pieno di ominidi, anche con passaporto croato e italiano. La gente si ammassava davanti al palazzetto come in un formicaio. Per questo lo stomaco della struttura li ingoiava con molta più fatica del solito. E la gente continuava ad arrivare da ogni parte verso gli ingressi. Roba selvaggia. Merchandise? Un poster con le firme dei membri dei G3 per otto miseri bigliettoni da mille. Spiccioli, no?
21:15, Fripp sul palco. Robert Fripp, la leggenda. Sgabello da bar, Gibson LP e il suo baule magico, che lui stesso definisce “guitar devices”. La gente, ovviamente, per l’emozione e l’entusiasmo ha iniziato a pestare forte i piedi. Il parterre era fitto fitto, così più vicino di 10 metri a Fripp non sono riuscito ad arrivare. Naturalmente la maggior parte degli ammassati si aspettava una bella mitragliata di chitarra. E per i primi 10 minuti sono stati lì ad ascoltare con attenzione, pensando fosse solo un lungo intro. Ma quell’intro andava avanti, e avanti, e dopo 15 minuti sono partiti i primi fischi. “Splendido e fantastico!” ho pensato. “Ma perché ‘sta gente non è rimasta fuori dal palazzetto, se non sopporta la musica di Fripp?!?!” Però la folla continuava a muoversi nervosa e a fischiare, qualcuno ha pure lasciato in modo dimostrativo la posizione nelle prime file. Fripp, poveraccio, non si è lasciato disturbare, anche se per un artista è un fattore parecchio fastidioso (leggi il suo diario su Discoipline Global Mobile, per sapere cosa pensa delle reazioni del pubblico al tour dei G3). Fripp sembra quasi arrogante, visto che all’uscita il pubblico non l’ha nemmeno salutato in particolare, e anche durante l’esibizione è sembrato gelido. E cosa ha offerto? Per chi conosce la sua musica, un sogno in terra. Noi eravamo evidentemente pochi, una specie in via di estinzione, e il malcontento del pubblico ci ha privato del piacere dei suoi suoni esoterici e intergalattici e dell’atmosfera magica che stava creando. I Soundscapes, come chiama la sua musica che porta in questo tour dei G3, sono composti da tanti suoni. Non metterei la mano sul fuoco sul fatto che i Soundscapes siano diversi ogni sera e che si tratti di musica dell’ispirazione del momento, che Fripp quindi non ripete nella stessa tonalità nemmeno in due concerti di fila. Fripp si serve ovviamente con grande intelligenza dei delay e fonde i suoni sovrapponendoli, tavolozza su tavolozza, uno sull’altro, e non certo suoni qualunque. Così ottiene un suono maestoso e pieno, da orchestra. Quindi questa unicità, quello che abbiamo ascoltato, può rifarlo solo Robert Fripp. Fripp come genio musicale. Fripp ci ha offerto un contatto con l’aldilà, ci ha portato oltre l’infinito, oltre l’orizzonte del visibile. La musica era trascendentale, musica di immagini astrali. Musica di straordinaria bellezza. C’erano una pace e una quiete eccezionali, musica dell’armonia interiore di corpo e spirito. Musica senza schemi, senza cornici, musica che non conosce tempo né spazio, musica che irradia eternità, purezza, in una certa misura un’ingenuità primordiale, e insieme una delicatezza, una fragilità, una grazia straordinarie… in una parola, il linguaggio più puro dell’anima.
Perché anch’io non andassi alla deriva troppo nei campi della quarta dimensione, ci ha pensato l’ingrato pubblico, che ha fischiato Fripp e con la sua presenza mi ha riportato all’esistenza del mondo materiale, dove regna la cultura del denaro e di cui siamo schiavi. Beh, dopo mezz’ora Fripp ha lasciato il palco, cosa che il pubblico ha salutato a gran voce, e mezzo minuto dopo che Fripp si era trascinato dietro le quinte, sul palco è saltato Steve Vai. Come il suo predecessore anche Vai era solo sul palco e già al primo pezzo si è seduto anche lui su uno sgabello, il che ha spaventato i presenti fino al midollo, perché pensavano che Vai si fosse beccato la sindrome di Fripp. Chitarra con tripla paletta e il pezzo I Know You Are Here, che Vai ha scritto per il nuovo album in studio in arrivo. È seguita Giant Balls Of Gold e Vai si è ritrovato all’improvviso in compagnia dell’incredibile chitarrista Tony MacAlpine, che molti nel palazzetto avrebbero visto volentieri nei G3 al posto di Fripp, e di uno dei migliori bassisti del momento, Billy Sheehan (?). Hm, Billy sulla velocità bara, perché è collegato a due uscite, quindi quando picchia una nota se ne sentono due e la gente di conseguenza strabuzza gli occhi davanti a questa velocità “apparente”. Quando Steve Vai l’ha presentato con: “Who’s the best bass player in the world?!!?” tutti, ovviamente, hanno urlato in coro: “Billy Sheehan!”, ma guarda un po’, da qualche parte è sbucata la voce di un “sabotatore” che gridava al cielo: “Tony Levin!!!” Poi hanno pigiato sull’acceleratore con Answers dalla leggendaria “Passion And Warfare” (1990), e Vai non ha resistito alla tentazione di cantarne anche qualcuna (The Reaper, “The Elusive Light And Sound, Vol. 1.”, 2001). La voce di Vai è soddisfacente, per un chitarrista in generale soddisfacente, e si adatta con gusto alle sue composizioni, e dal vivo è stato lo stesso. Beh, vista l’atmosfera un po’ tiepida durante quel pezzo, Vai ha poi premuto con abilità sul gas con Juice (“Alien Love Secrets”, 1995) e ha proseguito con una composizione fenomenale e più tranquilla, dove ha creato un’atmosfera eccezionale, Whispering A Prayer (“Alive in An Ultra World”), che ha aperto baciando prima il mignolo e poi toccando la prima nota del pezzo. E di queste sue trovate e contorsioni di corpo e chitarra in tutte le pose possibili e impossibili durante il concerto ce n’erano a bizzeffe. Qui Vai era particolarmente immerso, il pezzo l’ha suonato in trance, intrecciando, vorticando, tessendo con le dita. Incredibile di cosa sia capace Vai. E io non riesco mai a “inquadrarlo”. O è infinitamente costruito, o è infinitamente spontaneo. Secondo me una delle due cose prevale sull’altra a seconda della situazione, ma in Vai entrambe sono portate all’estremo, quindi davanti alla sua performance dal vivo posso solo restare lì a bocca spalancata fino al pavimento. L’atmosfera è salita ancora con Bangkok e Bullwhip dalla fantastica “Fire Garden” (1996) e poi un altro pezzo da “The Elusive Light And Sound, Vol. 1.”, intitolato Get The Hell Out Of Here. Il culmine, ovviamente, Steve l’ha evocato verso la fine con For The Love Of God (“Passion And Warfare”), di sicuro una delle più belle composizioni che abbia mai scritto, e durante la sua esecuzione la gente era visibilmente più entusiasta che mai. Era passata un’ora e Steve è sgattaiolato via dal palco. È seguita una pausa più lunga. La gente ha tirato il fiato dopo la scioccante esperienza iniziale con Robert Fripp. Vai è uno fuori di testa, visto che il “little italian virtuoso” ai suoi tempi se la faceva con Frank Zappa, e con Zappa suonava un tempo anche Adrian Belew, che dal 1981 è membro fisso dei King Crimson. E ora, se a questo aggiungiamo che il capo dei King Crimson è proprio Robert Fripp, beniamino del pubblico dell’Hala Tivoli n° 1, allora possiamo concludere che Vai e Fripp potrebbero regalare alla combriccola un disco insieme interessante, se decidessero di collaborare.
Per prima cosa sul palco è comparso per tre minuti Robert Fripp, rimettendo di nuovo la paura addosso al pubblico, cosa che poco dopo si è rivelata un gesto innocente, perché Fripp ha suonato solo l’intro. L’introduzione per un’altra star della serata, Joe Satriani. Satriani ha aperto lo show con Hands In The Air e poi è andato avanti con Satch Boggie. La gente è impazzita. Il pubblico è stato più scatenato che mai durante l’esibizione di Satriani. Satriani è bravo bravo, limato in modo scolastico fino all’ultimo dettaglio, dottore di tutti i dottorati musicali possibili, ed è stato un vero piacere vederlo rispettare diligente e preciso tutte le regole scolastiche possibili. Intanto si tratteneva il fiato mentre si appendeva al tremolo e con lampi supersonici posava scale pulitissime ed estremamente veloci lungo il manico. Vai è comunque l’evoluzione di Satriani. Lui ha portato nelle componenti scolastiche il gioco e una buona dose di spontaneità, che hanno lasciato un sacco di spazio all’espressione del proprio genio musicale, e Vai anche oggi continua a svilupparsi come artista, la sua musica cresce e con essa il suo linguaggio unico. Insomma, Vai con ogni nuovo disco sa sorprendere piacevolmente. Di Satriani è difficile dire che sia così fuori di testa da uscire ogni tanto dai binari della razionalità, da salpare ogni tanto verso il suo mondo nascosto. È sempre sul pezzo, con la testa. Per questo in lui anche il grado di originalità è il più basso. Anche i suoi ultimi dischi in studio sono diventati simili come un uovo a un altro uovo. Resta però un fatto indiscutibile che Satriani ha fatto la più grande festa del concerto. Semplicemente perché i pezzi sono costruiti in modo più semplice, hanno capo e coda. Hanno i motivi principali ben fatti e sono conditi con gusto e farciti di assoli e abbellimenti sonici di passaggio. E per questo la gente si è identificata con loro più facilmente. Anche i musicisti che circondavano Joe sul palco hanno offerto linee più semplici, più “lineari”, rock, a tratti persino impostate in stile rhythm blues. Il batterista aveva nel set tom più profondi, la batteria picchiava più piena, più viva, più reale per questo mondo e più tranquilla rispetto al predecessore di Vai, che col suo selvaggio sembrava voler volare in mezzo al pubblico. Satriani ha suonato anche Cool #9, Gnaahh, I like The Rain, Up in Flames, Always With Me, Always With You (dove il pubblico all’inizio dell’assolo ha aiutato a cantare la melodia), Searching e quando si è arrivati al pezzo Is There Love In Space, fino alla fine dello show si è unito di nuovo sul palco a Satriani il Crimso Frippoman. Lui ha sviluppato una geniale cortina sonora con cui copriva il gruppo sul palco, creando uno sfondo atmosferico. Il suono di Steve Vai e Satriani era fantastico. Ma attenzione! Dovevi stare a 10 metri o più dal palco, e pure al centro, il suono ideale era di nuovo al mixer. La gente nelle prime file è stata di nuovo fregata, in generale i bassi hanno di nuovo sfondato il quadro sonoro. Non so com’era sugli spalti, ma un collega che durante la performance di Vai stava all’inizio dell’arena (il parterre), dove vendevano le magliette, era altrettanto sconvolto dal suono. Il palazzetto dell’hockey è infido, che ci vuoi fare. Fripp durante l’esibizione di Satriani non si sentiva nemmeno nella posizione in cui io mi vantavo che il suono fosse ottimo. Ma mi sono spostato solo un po’ più a sinistra e subito ho sentito chiaramente i magici “frippertronics”. Un suono unico, davvero, e i brividi non sono mancati. Satriani ha “suonato” il pezzo War e per finire ancora Flying In A Blue Dream. Un manicomio. Compatto, preciso, affiatato, puro perfezionismo. Satriani ha offerto il suono migliore della sacra trinità. E anche come stile è piaciuto di più “dal vivo”. Magari potrebbe rinunciare a guardare di continuo attraverso gli occhiali da sole durante il concerto e avvicinarsi così alla gente, ma questo è un desiderio marginale e già troppo da “spaccacapelli”.
La jam era in realtà il “bis”, l’extra (in inglese encore). L’hanno aperta col repertorio di Satriani, cioè con Ice Nine, e poi sono andati avanti con la prelibatezza della serata. Era Red dei grandiosi King Crimson (“Red”, 1974). E ovviamente in un’altra nuova versione improvvisata. Si è infatti aperta (e chiusa – conclusa) con il motivo principale del pezzo In The Court Of The Crimson King, che hanno riconosciuto anche molti metallari nel palazzetto, ovviamente quelli che conoscono la cover di questo pezzo dei King Crimson eseguita dai Saxon. Ogni membro dei G3 ha offerto il suo assolo (Vai e Satriani addirittura qualche gigantesco), mentre io aspettavo nervoso Fripp. Fripp ha usato nel suo assolo un suono che tirava leggermente verso quel frippertronic “da elefante” del pezzo dei King Crimson Elephant Talk (“Discipline” 1981). Ahhh, che cosa darei per poter scambiare i presenti sul palco con la formazione dei King Crimson in quel momento. Ho una sete matta di un concerto dei King Crimson, il pensiero dell'”official bootleg” Live At Berkeley del 1982 che ho appena sentito, e che mio fratello si è procurato giusto ieri sera, mi ha fatto proprio caricare a molla.
Beh, il mio desiderio delirante non è stato esaudito ed è seguita The Murderer, un pezzo di Steve Vai, ovviamente un pezzo di tutt’altra pasta, un salto d’atmosfera a un altro livello, un pezzo che si incastrava con gusto nella scaletta della jam. Alla fine la cover di Neil Young Rockin’ In The Free World, con la voce di Joe. Il suo canto è disastroso, però in questo pezzo, considerando l’orrore di quello che fa nella sua parte regolare, è venuto fuori in modo azzeccato. La voce di Joe in questo pezzo ci sta, perché il pezzo è ribelle e Joe cantandolo ricorda un adolescente di 15 anni. Rockin’ In A Free World è stata riempita di un milione di assoli, abbellimenti di passaggio, e a un certo punto neanche Robert Fripp è stato escluso. Durante la jam sul palco c’era la band di Satriani. Joe e Vai hanno cavalcato per tutto il tempo ognuno la sua chitarra, uno accanto all’altro, mentre Fripp col suo baule prodigioso se la godeva tranquillo dall’altra parte del palco. Se qualcuno non conosce Fripp e pensa che il soliare gli venga difficile, provi il motivo di “hammering” supersonico nel pezzo Frame By Frame dei King Crimson.
Quattro ore!!! Una follia! Davvero indimenticabile. Quest’anno è l’anno dei soli chitarristi. Pat Metheny, Paco De Lucia, poi Satriani, Vai, Steve Morse (Deep Purple) e il leggendario gigante Fripp, e se ci aggiungo un altro grande, Steve Howe degli Yes quest’anno a Monaco di Baviera, per me è l’anno di soli piaceri chitarristici. Speriamo che la folla da 5000 teste abbia dato agli organizzatori la spinta per farsi coraggio e presto far avverare da noi sogni simili a quelli che ci siamo goduti con lo show dei G3. Mi sa che ho sparato abbastanza. Ehi, dopo il concerto siamo andati a casa mia e tra caffè, birra, il nuovo disco di Fripp/Eno e biscotti abbiamo filosofeggiato fino alle 3:30 di mattina. Abbiamo riassunto con successo le impressioni fresche e tutti insieme, in coro, abbiamo belato che partiamo insieme per i Jethro Tull a Graz il 04.08.2004.
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Bojan Horvat
Scalette:
Robert Fripp:
1. “Soundscapes” (30min.)
Steve Vai:
1. I Know You Are Here
2. Ginat Balls Of Gold
3. Answers
4. Reaper
5. Juice
6. Whispering A Prayer
7. Bangkok
8. Bullwhip
9. Get The Hell Out Of Here
10. For The Love Of God
Joe Satriani:
1. Hands In The Air
2. Satch’s Boogie
3. Cool # 9
4. Gnaahh
5. I Like The Rain
6. Up In Flams
7. Always With Me, Always With You
8. Searching
9. Is There Love In Space
10. War
11. Flying In A Blue Dream
G3 Jamming:
1. Ice 9
2. Red (incl. In The Court Of The Crimson King)
3. The Murder
4. Rockin’ In The Free World







