Jethro Tull al castello di Graz, come veri trovatori medievali (2004)
Luogo: Graz (Austria), Kassemattenbühne
Data del concerto: 03.08.2004
Numero di spettatori: 900
Prezzo del biglietto: 34,00€
Se a fine maggio a Zagabria i Jethro Tull mi erano scivolati via dalle mani (sì, era quel giorno sfortunato e fortunato insieme, quando nel palazzetto VPK di Lubiana facevano il finimondo i metallari tedeschi U.D.O., e io all’inferno ci ho quasi rimesso la testa), stavolta un’altra occasione per vedere i Jethro Tull non me la sarei lasciata scappare per nessuna ragione al mondo. Quest’anno per me è la seconda storia molto simile. A marzo, tra Hughes Turner Project e UFO, avevo scelto di andare a vedere i primi e di conseguenza ero finito subito nei guai con i soldi. Così a marzo è saltata la gita a Monaco di Baviera (o a Salisburgo) per gli UFO. Ed ecco che, come se due mesi dopo gli UFO avessero esaudito i lamenti di un poveraccio nel regno del buio totale, del caos e della sofferenza insopportabile, mi hanno reso felice con un concerto a giugno, dove se non a Graz.
Ecco, per me quel giorno dell’anno del Signore segnava un altro anniversario interessante. Erano esattamente dieci anni da quando ero stato a un concerto davvero grosso di una band rock davvero grossa. Era ancora ai tempi dei miei dilettanteschi anni da studente, il 04.08.1994 a Monaco di Baviera, ai Pink Floyd. Incredibile come certe combinazioni di numeri ci perseguitino fatalmente per tutta la vita. A me da qualche anno danno la caccia soprattutto i quattro, gli undici e i ventidue.
Graz, ore 19:00, centro storico blindato. Neanche l’ombra di un posto dove parcheggiare, hmmm? Ah, già, dimenticavo di aggiungere. Prima ci siamo persi, ma ormai è quasi scontato e non serve certo sottolinearlo in un reportage, no? Beh, parcheggio multipiano (damn, di nuovo quel maledetto monossido, eh… una di quelle droghe legali, ma purtroppo schifose), unica opzione sensata. Abbiamo scelto il parcheggio che sembrava il più vicino alla collina del castello (Schlossberg), dove si sarebbe svolta la serata in compagnia di leggende, chiamiamole così, dei rappresentanti del singolare “folk progressive rock”, come dicono gli esperti di analisi rock. Be’, in cima alla collina si arriva per più strade. Noi abbiamo scelto la via adrenalinica, su ripide scalinate scavate in una parete a strapiombo che si alza sopra il centro storico, in pratica dal lato dove la collina, per ogni evenienza, è bucata anche in verticale, visto che c’è un ascensore, uno solo, che aiuta soprattutto i più malandati a raggiungere la vetta di un vero Himalaya in miniatura. Dal lato est, d’altra parte, sale fino in cima una bella strada larga, lastricata e in leggera pendenza, ma ne conosco anche di quelli che, dopo essersi trascinati a fatica fin lassù, si sono quasi lasciati l’anima per i muscoli che si sono ritrovati.
Meno male che da noi hanno aperto la rappresentanza di Eventima e i biglietti li abbiamo comprati a metà luglio a Lubiana. Finalmente, almeno uno dei (pochi) vantaggi dell’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea. Il concerto, infatti, quando siamo arrivati sui campi della gloria e dell’eternità era piacevolmente sold out. La Kasemattenbühne (qualcuno ne conosce una traduzione esatta?) accoglie circa 1000 persone; i posti migliori (biglietti di prima categoria, “miseri” 40€) in platea erano già esauriti in anticipo, poco dopo l’annuncio ufficiale del tour europeo, così ci siamo seduti sulle sedie della tribuna dietro la platea, a una buona trentina di metri dal palco, per striminziti 34,50€ (questa sì che è vera “eurologia”). Insomma, a una distanza tale da non distinguere più le facce sul palco. Naturalmente munito di birra e di una vista fantastica (con la sensazione contemporanea di essere “al di sopra di tutto”) sull’atmosfera mistica e ambientale del teatro del castello, circondato da mura di pietra, lampade a muro e palchetti laterali, mi sono sprofondato (tutto fuorché) comodamente nel piacevolmente morbido seggiolino d’alluminio “di fortuna” di cui era attrezzata la tribuna. Il teatro ha un tetto mobile, come alle nostre Križanke. Prima dell’esibizione dei Jethro Tull l’hanno ripiegato.
Ore 20:20, via! Il ronzio può cominciare, o no? Giudica tu! Be’, io lo sto già facendo…hmm,… avrei preferito vedere solo i Jethro Tull. Ma l’obiettività ha sempre la precedenza sul proprio egoismo. Ehm,… torniamo al punto. Per il riscaldamento ci ha pensato un gruppo di casa chiamato Mr. Voice. Da perfetto profano, a giudicare dal nome mi aspettavo qualche rapper-“musicista” sbandierato, viziato e con ancora il latte sulle labbra. Sbagliato. Evidentemente è una band molto nota ai locali e pare fossero delle vere leggende dell’hard rock austriaco. Hanno aperto lo show con una White Wedding (part 1.) rallentata in stile doom, cover di Billy Idol. Il repertorio comprendeva tre “classici” dei Mr. Voice che purtroppo non conosco, ma il pubblico li conosceva benissimo e infatti cantava in coro i ritornelli (testi tutti in inglese, uf, almeno questo). Cover particolarmente spassose sono state Help (The Beatles), con il cantante/chitarrista ritmico e leader del gruppo che si strozzava fuori una voce molto alla Meat Loaf, grottesca, ma di livello eccellente almeno per quanto riguarda il sarcasmo, una cover tutta sua che a tratti suonava come una presa in giro totale. E questa grottescheria ha toccato il culmine con la cover di Chris Isaak e di quella sua ballata più famosa (a memoria non me la ricordo, di pop non sono un esperto). In generale i ragazzi hanno amplificato in modo bizzarro, con uno spettrale grugnito quasi da maiale, quel singhiozzare della voce nel ritornello originale. Sono scoppiato a ridere fino alle lacrime. Dovrebbero concedersi anche qualche Pet Shop Boys su un piatto d’argento. Tutto rock’n’roll bello consumato, teatralmente spiritoso. Poi, scherzi a parte, hanno spazzato via una Whiskey In The Jar di Thin Lizzy eseguita alla grande: i Metallica possono solo nascondersi, senza scherzi! Noi tre ci siamo divertiti all’infinito a guardare il paparino che ruggiva come se lo stessero scuoiando, come quel pagliaccio dei Murderdolls, più giovani di 30 anni, che roba. Peccato che i Mr. Voice (per fortuna di noi tre, in generale) siano stati costretti ad accorciare il repertorio e l’esibizione sia durata solo 25 minuti. Vabbè, che piango a fare per 25 minuti. In fin dei conti ho avuto tempo di guardarmi bene intorno nell’auditorium, che vantava parecchie bellezze fatali, cosa sconvolgente per gli standard austriaci, oppure sono io che invecchio rapidamente, senza volerlo e senza accorgermene. A quanto pare, per colpa di un’overdose di concerti heavy metal nel passato, mi ero fatto un’idea completamente sbagliata della presenza femminile nelle sale. Pare che finalmente posso dire addio agli incubi di metallare con le borchie, impiastricciate di gel e munite di collari da cane. Be’, lo so. Le eccezioni ci sono.
Alle 21:00 era tutto pronto perché l’uomo particolarmente stimato negli ambienti contadini si presentasse sul palco. Aspettavamo l’arrivo dell’inventore della seminatrice. Ovviamente la metafora va a spese del nome del gruppo Jethro Tull, uno dei gruppi più singolari che abbiano mai strisciato sul pianeta chiamato Rock. Aqua intro, la gente è presa da una febbre di adrenalina e salto diretto alla prima canzone del loro primo album in studio “This Was”, cioè dritti nell’anno 1968, ed ecco i Jethro Tull con My Sunday Feeling, anche se era mercoledì. Una bomba di sorpresa. A fine pezzo Ian Anderson ha spiegato quanto fossero contenti di suonare stasera qui, davanti a noi (“…in front of such lovely audience…”,…hmmm probabilmente lo dice sempre ai concerti), di nuovo in Austria dopo tanto, tanto tempo. All’organizzatore, davvero, tanto di cappello. Non poteva scegliere una rock band più adatta a un ambiente del genere. Flauto, armonica, mandolino e mura di pietra del castello, brrrrr… una follia!!! Combinazione perfetta. Anderson ha raccontato anche che negli ultimi giorni del tour (Spagna, Malta), prima di arrivare in Austria, hanno avuto parecchie disavventure con l’organizzazione dei concerti, e ha chiuso il suo sfogo con: “It is so good to be back in civilization!” La gente, ovviamente, era visibilmente entusiasta. Il gruppo è subito andato avanti con la “Strabica Mary” (Cross- Eyed Mary) da “Aqualung” (1971). Incredibile, e proprio questa canzone! Almeno per me, perché era l’unica canzone dei JT che conoscevo (ovviamente senza saperlo) quando dei Jethro Tull non mi interessavo ancora per niente. Il pezzo l’avevo conosciuto tramite la versione degli Iron Maiden (ottima), come lato B del singolo degli Iron Maiden “The Trooper” (1983).
Poi è seguita una canzone che si riferisce a una tendenza europea moderna che conosciamo tutti, chiamata con simpatia Eurolology, tratta dall’ottimo nuovo album solista di Anderson “Rupi’s Dance” (2003). Dopodiché Ian si è fermato e ha annunciato il pezzo successivo: “This is a song from times, when Jethro Tull used to be a little blues band!” E i ragazzi hanno attaccato con Beggar’s Farm (“This Was”, 1968). Questa canzone dal vivo stavolta aveva un tocco mistico particolare, più profondo, per non dire che lasciava un retrogusto parecchio inquietante. Forse in parte anche perché i Jethro Tull hanno accordato i loro strumenti mezzo tono più in basso. Mezzo tono più in basso rispetto a quello che si può sentire sui loro lavori in studio. Il motivo è chiaro: così Anderson fa più facilmente a cantare tutto il repertorio. In compenso è un po’ più fastidioso suonare le linee del flauto, ma che sto a blaterare, soprattutto perché di flauto non sono un esperto. È senza dubbio una ventata di freschezza benvenuta per i musicisti, che così non passeggiano di continuo sempre sulle stesse tonalità. Di agricoltura e di politica agricola si è parlato anche dopo, con una fenomenale esecuzione del pezzo Farm On A Freeway. In quest’occasione Ian ha raccontato che (periodo dell’album “Crest Of A Knave”) nel 1987 i Jethro Tull hanno vinto un Grammy come miglior heavy metal band dell’anno. Ha aggiunto che nella vita non avrebbe mai osato pensare che i Jethro Tull avrebbero battuto un giorno i Metallica. Ecco, la frase che segue è per gli ignari. Ovviamente i Jethro Tull con il metal non c’entrano assolutamente nulla, tranne il fatto che la loro musica evidentemente piace ai membri degli Iron Maiden. Poi cambio d’atmosfera nel mondo del barocco con lo strumentale Pavane e si prosegue con un repertorio che per i miei gusti è il periodo migliore in assoluto dei Jethro Tull. I tardi anni Settanta, gli album “Heavy Horses” (1978), “Songs From The Wood” (1977) e l’immenso live “Bursting Out” (1978), e hanno aperto la “faccenda” con Weathercock. Mmmm, che fragilità e che fierezza, una canzone fatta in modo che più ti abbandoni alla sensazione, più dolcemente la suoni, più forte risulta. E di pezzi così ai Jethro Tull ne capitano parecchi. Più tardi Ian annuncia: “We will play three songs which are actually title tracks from three different Jethro Tull albums. So, starting with Songs From The Woods, it’ll be Songs From The Wood, from To Old To Rock’N’Roll & To Young To Die, comes Too Old To Rock’N’Roll & To Young To Die and finally from Heavy Horses, we’ll play Smoke On The Water!” Ci siamo goduti tutto all’infinito, l’atmosfera si è infiammata, la magia era con noi. Bourée ha cambiato di nuovo l’aria, un ottimo intermezzo strumentale moody, e poi è arrivato uno dei culmini. Mother Goose da “Aqualung” (1971) in versione allungata, i Jethro Tull hanno messo in scena un vero delirio. Affiatamento straordinario unito all’esplosività di un approccio a tutto tondo, Anderson sempre eccellente e nel suo elemento. In una parola: perfetto! Questa band è baciata da uno spirito straordinario.
Empty Café è un pezzo tratto da uno degli album solisti di Martin Barre (non lo ricordo a memoria, l’anno di uscita credo sia il 1994). Per l’occasione sono rimasti sul palco solo Martin, il batterista Doane Perry e il bassista Jonathan Noyce. Doane si è seduto davanti, più vicino alla gente, a un mini set di due “rullantini”, ha preso le spazzole e ha cominciato ad accarezzare le pelli. Era buffo quando Martin gli si è avvicinato. Il batterista gigante, seduto dietro il suo set, anche “da seduto” era quasi alto quanto Martin, che suonava la chitarra in piedi. Uno strumentale da trovatori, con un bellissimo motivo di base neoclassico, che si incastrava alla perfezione nella scaletta.
E poi salto indietro nei ritmi del blues! Alla fine degli anni Sessanta, su uno degli album preferiti da Anderson in persona tra i “Tull”, intitolato “Stand Up” (1969), nei tempi in cui l’anglo white blues con rappresentanti come Cream, John Mayall, Ten Years After, Fleetwood Mac diventava sempre meno visibile sulla scena della musica popolare e anche lo stile dei JT, rispetto al loro esordio, prendeva sempre più contorni neoclassici e folk rock. Motivo esplosivo e compatto, e i ragazzi sono già in mezzo a una A New Day Yesterday più dura, tutta giocata sui riff.
Alla fine abbiamo avuto anche un pezzo eseguito nella versione tratta dall’ultimo album dei Jethro Tull “Christmas Album” (2003), cioè God Rest Ye Marry Gentleman, furba, furba e maledettamente gustosa. È seguita una delle leccornie della serata. Il pezzo Budapest, che nella sua forma originale durava ben 20 minuti. Per l’album in studio “Crest Of A Knave” (1987) i Jethro Tull hanno dovuto dimezzarlo. Dal vivo hanno snocciolato un incredibile intreccio dei soli più succosi che si possano immaginare, uno accanto all’altro nelle combinazioni più belle possibili di perfezione melodica. Avevo il formicolio in tutto il corpo, al punto che non sapevo più bene se fossi seduto in un teatro o se stessi navigando da qualche parte sopra le nuvole, verso il mio pianeta segreto. Fantastico assoluto su questa Terra. Salto sulla rilassante Holly Herald dal “Christmas Album” e chiusura con il classico Locomotive Breath (“Aqualung”, 1971): la gente era elettrizzata e a tutti è venuta l’acquolina in bocca, visto che in generale hanno cominciato a dimenarsi con più intensità, a ritmo della canzone leggendaria.
La gente era in estasi. I Jethro Tull si sono congedati, si sono inchinati cinque volte e mezza, hanno ringraziato dieci volte e sono usciti dal palco a passo di marcia. Il pubblico pestava i piedi, applaudiva, chiedeva a gran voce il bis. Tutto il teatro letteralmente tremava, noi tre sulla tribuna pensavamo che le vibrazioni potenti ci avrebbero fatto cadere dalle sedie e che tutta la tribuna sarebbe crollata, la gente saltava letteralmente mentre scandiva “Jethro Tull, Jethro Tull,…!!!” e naturalmente il notissimo conio tedesco “Zu-ga-be, zu-ga-be,…!” Anderson e compagnia sono tornati presto e hanno aperto il bis in modo simile alla parte regolare. Ci hanno riportato nel periodo in cui amavano comporre brani sotto l’influsso del blues e dell’R&B. Hanno sparato il loro primo singolo pubblicato nella storia, intitolato Living In The Past. Sì, sì, una vera necessità, e comunque un cavallo di battaglia che non può mancare in nessun set live dei Jethro Tull, Aqualung ovviamente, e per giunta hanno condito il bis con un’altra sorpresa di prima qualità. Stavolta con un’esecuzione incandescente di Protect And Survive dall’album “A” (1980), pensato in origine come album solista di Ian Anderson, da cui anche quel titolo del disco. Bombastica, straordinariamente affiatata, melodicamente perfetta. Alla fine del pezzo sul palco è salito un roadie e ha “varato” in cielo due enormi palloni bianchi, che sono atterrati sulle teste surriscaldate della folla in platea. Evidentemente la gente non sapeva cosa farsene dei palloni, così durante il pezzo Cherrio i palloni sono rimbalzati di nuovo sul palco e il roadie ha dovuto rimandarli verso la platea con le sue ultime forze (erano due palloni bianchi giganteschi ed estremamente pesanti, mica gonfiabili da quattro soldi, che i roadie, nella loro infinita abnegazione, avevano gonfiato tutti insieme per un’intera giornata), perché nessuno dei due spazzasse via o riducesse in modo permanente a un rottame Anderson o qualche suo compare, o magari non buttasse giù dal palco qualche strumento prezioso.
Alle 23:00 il concerto era finito. Non so cosa dire, non so cosa aggiungere. Ha addirittura senso? La scaletta era fantastica, con cui i Jethro Tull hanno abbracciato alla perfezione la loro evoluzione storica lungo, diciamo, 40 anni di esistenza. Musicisti straordinari, come una vera band nella sua predica. Geniale, non trovo le parole. Incredibile, non avevo un formicolio così dai Yes a Budapest lo scorso giugno, in assoluto il miglior concerto dopo gli Yes a Budapest; gli Yes a Monaco di Baviera quest’anno a giugno non mi avevano conquistato nemmeno lontanamente come i Jethro Tull qui, al castello sopra Graz. Il suono è stato fenomenale dalla prima battuta all’ultima. Durante Aquadiddley qualcosa ha fatto un forte botto, poi Anderson ha cantato i primi tre versi di Aqualung attraverso un effetto distorto e non sono del tutto sicuro che non siano stati i monitor principali a fare un po’ i capricci, perché per il resto del pezzo la voce di Anderson suonava di nuovo secondo gli (esigiti) standard dei Jethro Tull. Per il resto, Ian Anderson, leggenda, un figurone di uomo, in pantaloni elastici aderenti, scarpe fatte apposta per il suo autentico marchio di fabbrica, quella danza saltellante su una gamba sola, senza 1 mm di grasso di troppo, incredibile per la sua età, davvero. Che bicipiti sulle braccia e sulle gambe, e che energia. Con il flauto è davvero un mago, come il dio Pan (mitologia greca), che suonata, che acrobazie, davvero un uomo in forma straordinaria, il palco è casa sua, il tipo ha lasciato l’anima sul palco. E incredibile quanto siano popolari i Jethro Tull, come sanno avvicinarsi alla gente e che straordinaria energia positiva impreziosisce il loro concerto. Ian ci ha sommerso di continuo di battute succose (humour nero inglese di primissima qualità, tipo quello della sitcom “Only For Fulls And Horses”), Martin è stato anche stavolta Sir Lancelot, nelle battute di Ian. Tra le tante ottime battute di Ian mi è venuta in mente questa: probabilmente non è granché fra tutte, ma è proprio questa che mi è rimasta in testa. Dopo che Martin e il tastierista Andrew Giddings hanno preso in mano ciascuno il proprio flauto dolce e lentamente prendevano fiato per un nuovo pezzo, Anderson ha descritto nel dettaglio al pubblico entrambi i flauti dolci e ha constatato che lo strumento di Andrew è un po’ più corto di quello di Martin. Però, ha aggiunto subito dopo: “But they say, size does not matter! Well, or maybe does it… Ladies?” Ovviamente nessuna ha osato dire ad alta voce come stanno davvero le cose, al che Anderson ha concluso che il silenzio misterioso avrebbe confermato la sua tesi, anche se, nello spirito del sarcasmo, ha lasciato la delicata questione piuttosto aperta alle generazioni future.
Anche Martin Barre era di ottimo umore, ha suonato sempre con una sensibilità raffinata, esattamente l’opposto del chitarrista un po’ trattenuto di quattro anni fa alla Hala Tivoli di Lubiana. La chimica nel gruppo funziona alla perfezione. La band è straordinariamente compatta, affiatata, rodatissima, rilassata, sorridente; per tutto il concerto ci ha sommerso di spiritosi e splendidi inserti di improvvisazione eccezionale, veri passaggi di una fenomenale collisione tra straordinarie melodie celtiche e motivi di riff rock tirati a lucido. Unicamente “alla Tull”.
“It was a new day yesterday, but it is old day now!” Ah, eppure l’euforia non vuole saperne di calare. Non vedo l’ora di rincontrarci. Come mi hanno ricaricato le batterie di energia. Sono pura energia positiva. Ci sono band, invece, che ti succhiano e ti strizzano fino all’ultima goccia, ma meglio non parlarne, perché nessuno mi crederebbe e sembrerebbe che io sia completamente “segato” in testa, in lungo e in largo. Jethro Tull, grazie per l’esperienza unica, spero che qualcuno vi inviti un giorno – anzi, il prima possibile, e di nuovo anche nella “piccola” Slovenia. Piccola nel senso che la cultura della musica rock la stiamo ancora imparando. Eh? Ma certo, e senza dubbio! We’re gonna grew! Anche se per questo servirà un intero “switch” generazionale. Testa alta! Stand up (and be counted) e, come avrebbe detto il buon vecchio e purtroppo defunto Paul Samson: “Don’t get mad, get even!”
Scaletta
1. Aqua-intro
2. My Sunday Feeling
3. Cross-Eyed Mary
4. Eurology
5. Beggar’s Farm
6. Farm On The Freeway
7. Pavane
8. Weathercock
9. Medley:
Songs From The Wood/
/Too Old To Rock’N’Roll & To Young To Die/
Heavy Horses/
10. Bourée
11. Mother Goose (versione allungata)
12. Empty Café
13. A New Day Yesterday (incl. Kelpie)
14. God Rest Ye Merry Gentlemen
15. Budapest
16. Holly Herald
17. Locomotive Breath
—bis
18. Living In The Past
19. Aquadiddley/Aqualung
20. Protect And Survive
21. Cheerio