Le leggende delle Highlands scozzesi hanno fatto divertire un pugno di rocker incalliti a Graz (20
Luogo: Graz (Austria), Orpheum
Data del concerto: 27.10.2006
Numero di spettatori: 250
Prezzo del biglietto: 34,00€
Non c’è niente di meglio di una gita del sabato all’Orpheum di Graz. Solita vecchia storia. Come vola un anno! L’ultima volta che siamo stati qui, ad aprile, sembra ieri! I Laibach hanno saltato a Trbovlje, e all’Orpheum è saltata fuori un’alternativa col miglior bottino possibile. Nazareth! Verso le 18:30 l’Orpheum era ancora allegramente vuoto. Succede così, quando in Austria i fortunati hanno sempre un sacco di occasioni per vedere più volte all’anno band di classic rock di questo calibro. Ma qui la gente è già abituata a questi rituali e cinque minuti prima delle otto l’aria era già molto più vivace. All’improvviso ci siamo ritrovati in mezzo a un buon duecento teste che, nonostante il numero esiguo, hanno accolto con fedeltà e un applauso fragoroso la band salita sul palco alle 20.15.
Dopo il soffio iniziale di un gelido vento celtico, il cui suono ha avvolto la sala, il quartetto si è messo subito a dissodare il terreno alla maniera rock! Miss Misery. Una figura hard rock solida e granitica. Resurrezione a colpi di riff, e i giganti dei Settanta erano lì davanti a noi. Nella loro tipica versione odierna, molto più dimessa. Le leggende hanno alzato l’atmosfera d’apertura con tutta la loro routine, per poi buttare subito benzina sul fuoco con Razamanaz e Kentucky Fried Blues. Razamanaz, a differenza dell’originale, aveva un finale allungato, segnato da un assolo di chitarra! Kentucky Fried Blues ha servito un ottimo impasto R & B compatto, ma il suono dal volume pieno è venuto fuori soprattutto nella più oscura This Month’s Messiah, dove gli assoli di Jimmy Murrison attraverso gli effetti “wah wah” hanno dato il meglio. I ragazzi hanno placato l’atmosfera con la sentita Dream On e sono andati avanti con le spiritose immancabili Holyday e My White Bycicle, dove Murrison ha cambiato la Gibson Les Paul con una Strato (Fender) e strisciava lo slide sulle corde. Per chi di voi segue i Nazareth, il picco indiscusso del concerto è stato prima di tutto l’esecuzione della splendida ballata d’amore Hearts Grown Cold, senza dubbio una delle più emozionanti mai scritte. L’ha segnata una lunga introduzione strumentale alla chitarra, una specie di compensazione della band di oggi per il piano che manca (“eh, porca miseria – non c’è più grana”) e dopo un buon minuto la folla ha salutato l’esecuzione con grande entusiasmo, perché aveva riconosciuto la melodia. Poi il grandissimo Dan McCafferty, che in questo pezzo ha fatto letteralmente tutto da solo con la sua voce. Ma era solo il riscaldamento per il culmine del concerto. Dan ha annunciato che i Nazareth stavano per suonare un pezzo che dopo tanto tempo hanno rimesso in scaletta. Murrison per questo brano si è messo apposta una Gibson Explorer. Evidentemente ora in sala sarebbe volato qualche bel casino! Il pezzo è Telegram – un “riff monster” suonato per intero (entrambe le parti), in cui spiccava la parte strumentale della seconda metà, allungata di brutto, e proprio con questo brano i Nazareth hanno fatto vedere tutta l’esperienza e il mestiere che hanno. Con mosse semplicissime nell’approccio hanno costruito un’atmosfera pazzesca e, quando Dan è tornato sul palco, sono passati con tale fluidità, tanto affiatati che a malapena te ne accorgevi, di nuovo al motivo principale del pezzo e l’hanno portato alla fine con bravura. Ovviamente qui mi è mancato in modo particolare il piano classico durante il concerto. La forma di questa canzone seguiva quella del live “Snaz” (1981) e non l’originale di “Close Enough For Rock & Roll” (1976). McCafferty ne era una vera sirena “air raid”!
Il proseguimento, per i Nazareth e per i presenti, è filato via piuttosto standard. In programma c’erano l’obbligatoria Shanghai’d In Shanghai (con il motivo di Satisfaction dei Rolling Stones in uno dei passaggi tra pre-ritornello e ritornello), una cover Cocaine incendiaria, Whiskey Drinkin’ Woman, Hair Of The Dog con Dan su un effetto “scemo” e sulle cornamuse scozzesi, e l’inevitabile Love Hurts! Evidentemente la band è particolarmente orgogliosa del suo album in studio “Hair Of The Dog” (1975), da cui la scaletta pescava ben quattro pezzi in tutto. I ragazzi sono tornati sul palco! Hanno rigirato tutto di nuovo sul loro tema preferito. Le donne, ovviamente. E così quella sera è venuta a trovarci anche Night Woman. Del resto, visto che per i Nazareth da anni ruota tutto attorno a una variopinta compagnia di voli, decolli e sorvoli di ogni genere, avvolti ora nel bianco “cocainoso” o in quello “ciclistico”, oppure con i ragazzi che ogni tanto si lamentano di non avere proprio voglia di volare – This Flight Tonight – per chiudere hanno condito la loro visita proprio con questo brano. Un repertorio di un’ora e mezza buona di durata complessiva: per i Nazareth, stasera, lavoro sbrigato!
E il giudizio? L’esecuzione è stata di routine e, a ben vedere, non si è sentito nemmeno un errore. Dan McCafferty è stato un po’ meno loquace del solito, in linea con le dinamiche d’umore di una sala più che mezza vuota. In compenso a far girare tutto bene ci ha pensato soprattutto lo straordinario approccio chitarristico di Jimmy Murrison. Si vede che negli ultimi due anni i Nazareth sono tornati a farsi vedere più intensamente sui palchi d’Europa e che hanno rimesso a lucido per bene la loro macchina rock, cosa che si sente soprattutto nell’approccio sempre più rifinito e maturo di Murrison. La sezione ritmica padre-figlio (Pete & Lee Agnew) ha funzionato in modo insostituibile. A setacciare l’etere col suo approccio da cannone è stato soprattutto Lee, che di stazza si è ormai quasi evoluto in un vero e proprio armadio muscoloso da WTF. Dan McCafferty ha cantato come sa cantare solo lui! Ancora con una potenza che fa tremare i muri, ripulisce per bene i condotti uditivi dei rocker e bussa alle chiocciole delle orecchie! Non c’è che dire! La sua voce ha bruciato, ovviamente, in maniera particolarmente splendida di nuovo nei pezzi ballad. Dopo il concerto si sono sentite alcune lamentele sul fatto che nelle prime file la voce non si sentisse affatto. Io ero in mezzo alla sala e lì andava tutto benissimo. Un “hard” e un “rock’n’roll drive” crudi, che devono essere autentici! Ed erano autentici! Più di una volta i brividi mi hanno attraversato la pelle e la spina dorsale. Questo è il vero rock! Sarà anche vero che nei Nazareth di oggi si può sentire in fretta la mancanza di un tastierista, ma magari i “rocker” più giovani, che amano il fuoco di fila ad alta intensità, saranno contenti dell’uso della doppia pedalata idraulica di Lee Agnew, che infila nei classici della band mentre pesta sui tamburi, e di cui siamo stati testimoni già subito all’apertura del concerto con Miss Misery. Oltre al fatto che il quartetto è esplosivo e grintoso nell’esecuzione, più convincente di così non si può, ho dimenticato di aggiungere anche lo straordinario feeling negli intrecci vocali a più parti (Shanghai’d In Shanghai)! Insomma, uno dei marchi di fabbrica della band, che con loro vive in modo unico ancora oggi.
I simpaticoni scozzesi hanno dimostrato anche a Graz che, nonostante l’età venerabile e lo status di “monumenti viventi”, sul palco “ronzano” ancora abbastanza convincenti da trascinarti senza fatica qua e là con la crudezza primordiale del “rock ‘n’ roll”, dell'”hard rock” e dell'”R&B” dei loro concerti. Sarebbe stato un errore imperdonabile, per ogni amante della buona vecchia scuola rock, non andare quella sera a rinfrescarsi le orecchie e a riscoprire l’evergreen “rockettaro” dei Nazareth.
Scaletta
1. Intro
2. Miss Misery
3. Razamanaz
4. Kentucky Fried Blues
5. This Month’s Messiah
6. Dream On
7. Holiday
8. My White Bycicle
9. Hearts Grown Cold
10. Telegram
11. Shanghai’d In Shanghai
12. Cocaine
13. Whiskey Drinkin’ Woman
14. Hair Of The Dog
15. Love Hurts
—bis—
16. Night Woman
17. This Flight Tonight