La magia dei Marillion a Bologna
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Estragon / Bologna / Italia
Data del concerto: 25.04.2007
Numero di spettatori: 1700
Prezzo del biglietto: 20.00 €
Questo approccio, direi, negli anni ha pagato alla grande, nonostante le critiche di chi non si è rassegnato all’idea che innovazione e cambiamento continuo siano il filo conduttore di tutti i veri musicisti progressive. I Marillion da un pezzo non sono più (solo) una band neo prog (etichetta che hanno sempre rifiutato con veemenza), perlomeno non quella classica: la loro musica nel tempo è diventata molto più sperimentale e ampia rispetto a quella dei coetanei che hanno conservato gran parte del suono tipico degli anni ’80 (soprattutto nei sintetizzatori e nella sezione ritmica), in molti aspetti basato sul sound dei prog rocker sinfonici dei ’70. I Marillion, intanto, hanno superato da tempo i confini di genere. Negli ultimi anni si sono guadagnati il rispetto soprattutto grazie ad album caratterizzati da una straordinaria varietà, un ambient elevatissimo, un suono profondo e testi espressivi che toccano spesso problemi sociali ed esistenziali d’attualità. Quanto ai concerti, sono sempre stati famosi come maestri delle atmosfere più varie e della teatralità sul palco, già definita dal loro cantante originale Fish, che abbiamo avuto occasione di vedere l’anno scorso proprio più o meno in questo periodo. Con altrettanto successo porta avanti la teatralità anche il suo successore Steve Hogarth che, come abbiamo potuto constatare con i nostri occhi, oggi è davvero la vera forza trainante del gruppo.
Carichi di aspettative, circa sei ore prima dell’inizio del concerto siamo arrivati davanti al locale Estragon, che si trovava in un posto dimenticato da Dio, che più di tutto ricordava una base militare abbandonata. La location, completamente allo sbando, offriva un’immagine triste, senza il minimo annuncio del concerto, e a completare il quadro c’erano parcheggi senza segnaletica, un palazzetto dello sport abbandonato e due roulotte arrugginite. Il tutto sembrava più una città fantasma che il luogo di un concerto sold out. Per far passare il tempo prima dell’apertura dei cancelli ci siamo concessi una breve passeggiata in città, dove abbiamo sudato sette camicie per trovare una pizzeria; prima, però, avevamo dato una sbirciatina veloce attraverso le porte, scorgendo sul palco il tastierista Mark Kelly, che al computer sopra le tastiere era intento a programmare dei campionamenti. Quando siamo tornati la sera, circa tre ore prima dell’inizio, davanti al locale c’era già la ressa di gente in attesa dei suoi “buoni per il gulasch”, che in Italia sono il tipo di biglietto più comune. Mentre ci pascolavamo gli occhi sulla disposizione del palco e sugli strumenti, soprattutto sulla ricca scelta di chitarre per i due Steve, Rothery e Hogarth, la sala si è riempita fino all’ultimo angolo, ma in modo che si potesse comunque respirare e muoversi senza problemi. A dare una mano era il fatto che il pubblico fosse composto in prevalenza da uomini di mezza età già brizzolati, alcuni con tanto di famiglia al seguito. Non mancavano però orgogliosi proprietari di magliette degli anni ’80 consumate fino al midollo, ancora con il logo originale e il buffone di corte, così ancora una volta ero uno dei pochi a tenere alto l’onore di chi è nato dopo la nascita del gruppo.
Verso le dieci la lunga attesa è finalmente finita ed è arrivato il momento di iniziare. Le luci si sono spente e, dopo una breve introduzione ambient sui campionamenti programmati da Kelly, sul palco sono saliti cinque volti noti, che hanno attaccato le prime battute di una sorpresa entusiasmante, “Splintering Heart” (Holidays In Eden, 1991), sviluppata poco a poco da un’intro tranquilla fino al primo passaggio, quando è esploso un riff di chitarra micidiale che ha fatto balzare il pubblico in piedi in un attimo. Tra le figure sul palco spiccava senza dubbio quella davanti al microfono che, con la sua figura minuta, un cappotto aderente in stile Ottocento e lunghi capelli neri fino alle spalle, ricordava parecchio il cupo professor Piton di Harry Potter, ma solo per la durata di questo pezzo. Davanti a noi c’era un Steve Hogarth visibilmente invecchiato (gli anni passano per tutti), uno dei cantanti più espressivi e carismatici del rock (progressivo). Delle sue doti sceniche abbiamo finalmente potuto convincerci coi nostri occhi. Hogarth (per amici e fan più noto come H’) oltre all’ottima voce vanta anche una straordinaria recitazione sul palco, rafforzata da una miriade di smorfie e cambi d’abito. Non lesina nemmeno battute spiritose tra un pezzo e l’altro, che smontano un po’ la loro tradizionale immagine di band “seria”. Il tizio si è calato completamente nel messaggio di ogni brano, che fosse davanti al microfono, al piano elettrico, alla chitarra o “giocando” con le percussioni. Per tutto il tempo, con la sua recitazione, si è dato da fare instancabilmente perché la sala non si addormentasse nemmeno durante le sezioni ambient più lunghe. A quel punto abbiamo potuto vedere bene anche gli altri membri del gruppo. Il minuto (minuto, ovviamente, solo di statura e non nel modo di suonare, dove ha sfoderato una serie di passaggi entusiasmanti) Pete Trewavas, che con i suoi saltelli occasionali contribuiva indirettamente a far sì che l’atmosfera tra le batterie di energia non calasse mai, stava col suo basso sul lato sinistro, proprio davanti a noi. A destra gli faceva compagnia un tizio dalla stazza imponente e dalle guance piene, che con i suoi passaggi chitarristici spaziali era spesso completamente nel suo mondo. Parlo di Steve Rothery, l’unico membro originale del gruppo, che per tutto il concerto ha dimostrato perché sia tra i chitarristi più raffinati del nostro tempo, al fianco di David Gilmour (Pink Floyd) e Andrew Latimer (Camel). Mark Kelly dietro il suo vasto arsenale di tastiere, dove oltre a suonare i campionamenti ha servito parecchi assoli di prima classe sui synth, in maglietta sportiva sembrava di gran lunga il più giovanile di tutti. Nel punto più alto del palco, con un eterno sorriso stampato in faccia, si assicurava che tutto fosse “sotto controllo”. Ian Mosley, leggenda della batteria, che in passato ha collaborato con musicisti come Curved Air, Daryl Way e Steve Hackett, è rimasto nascosto per tutto il tempo dietro la sua gigantesca distesa di tamburi, che si piegavano ben bene sotto la grandine dei suoi colpi. Dal repertorio la band ha pescato soprattutto dal nuovo album “Somewhere Else”, da cui ha suonato ben sei brani, cosa che non ha disturbato nemmeno un po’, visto che si tratta di un altro prodotto di altissimo livello. Un tocco in più l’ha dato anche la vista delle batterie di Mosley, che portavano il simbolo principale dell’album (cosa peraltro consueta ai loro concerti). Con qualche pezzo più vecchio hanno comunque regalato anche alcune sorprese interessanti e gradite. Chi era venuto al concerto solo per il loro periodo neo-progressive e per i due successi citati prima, stavolta è rimasto a bocca asciutta. A un certo punto Hogarth ha preso in mano anche uno strumento insolito, una specie di incrocio tra sintetizzatore e flauto, e vi si è sfogato a dovere (l’ha usato comunque una volta sola). Senza una parola sono passati a “The Other Half”, il primo brano del nuovo album, che col suo medio tempo e un leggero battito esoterico ha rilassato l’atmosfera e fatto sì che le mani si alzassero di nuovo in alto nell’aria. Alla fine del pezzo il signor H’ si è seduto al piano elettrico e, in stile papa, ci ha benedetti con le sue percussioni. Poi, con le parole “per la gratitudine verso tutti coloro che sanno di poter dare il proprio contributo per riparare i torti del mondo”, ha annunciato “Thank You Whoever You Are”, la prima ballata del nuovo album, durante la quale il clima in sala si è di nuovo un po’ calmato. In linea con questo, la super energica “See It Like A Baby” (Somewhere Else), durante la quale anche H’ ha imbracciato la chitarra elettrica, coi suoi ritornelli ad alto voltaggio ha rimesso in piedi la sala. Poi, con “Fantastic Place” (Marbles, 2004), dove mi ha entusiasmato soprattutto Rothery coi suoi numerosi assoli spaziali e le sue slide, di cui non è stato minimamente avaro per tutto il concerto, mi hanno portato per la prima volta in uno stato di rapimento, che nel corso della serata si è ripetuto più volte. Negli ultimi anni i Marillion sono diventati estremamente attivi anche nel denunciare le follie della globalizzazione, cosa che peraltro è una tendenza generale tra i musicisti di oggi, ma loro lo fanno in modo piuttosto privo di pretese. H’ ha introdotto “A Voice From The Past”, anch’essa tratta dal nuovo album, dicendo che “mentre il nostro pianeta di anno in anno diventa sempre più una discarica e le promesse non mantenute si moltiplicano, è arrivato il momento di un vero cambiamento di questa situazione”. L’ottima esecuzione di “The Damage” (Marbles) ha creato di nuovo in sala un’atmosfera cosmica. Anche la title track del nuovo album mi ha portato per un attimo “da qualche altra parte”. La band ha dimostrato per tutto il tempo un’affiatamento altissimo, con un’ottima acustica e con esecuzioni oneste, che non si discostavano granché dagli originali in studio. Il brano successivo del nuovo album, “The Last Century For Man”, H’ l’ha presentato come una critica alla tirannia moderna guidata dai due celebri paesi anglosassoni, che nella storia recente hanno causato non pochi guai. Con queste parole si è ovviamente beccato un applauso fragoroso. Per il pezzo seguente, “Mad” (Brave, 1994), H’ si è travestito di conseguenza da “pazzo”, con un mantello pieno di specchi, e ha accompagnato tutta l’esecuzione con una serie di smorfie buffe, che si sposavano alla perfezione con l’andamento del brano. Sono seguite due esecuzioni dall’album “Anaraknophobia” (2001), che hanno portato la sala al punto di ebollizione e mostrato il lato più duro della band: “Separated Out” e “Between You And Me”, con quest’ultima a far sffiorare il delirio. In quel momento, in stile Jethro Tull, in sala sono stati lanciati anche dei grossi palloni, e il pubblico se li è rimbalzati con entusiasmo per tutta l’esecuzione. In quell’istante band e pubblico sono davvero diventati un tutt’uno. A chiudere la parte regolare hanno sorpreso con una versione eccellente del classico “King” (Afraid Of Sunlight, 1995), dove si è messo particolarmente in luce Kelly, che stavolta si è dedicato esclusivamente ai synth, creando così quel suono tipico dei primi Marillion, che ha mandato in estasi tutti i vecchi fan.
A quel punto è arrivato il momento della prima pausa, che si è tirata parecchio per le lunghe, perché H’ prima di tornare sul palco doveva cambiarsi per il suo nuovo “ruolo”. Dopo un’introduzione carica di tensione è finalmente ricomparso arrancando sul palco, stavolta in Armani, con un apparecchio acustico e un bastone di legno, e con l’espressione di chi ha un gran mal di denti. Con questo ruolo di “uomo invisibile” ha contribuito in parte a fare di “The Invisible Man” (Marbles) uno dei vertici della serata. Rothery, che già prima aveva cambiato più volte chitarra, in quel momento ha preso una chitarra elettrica a 12 corde senza manico e ci ha suonato alcuni dei migliori assoli della serata. È seguito un altro bis. Dopo un breve scherzo, in cui hanno iniziato a suonare “This Boy”, uno dei classici dei Beatles, sono passati a un’eccellente esecuzione della splendida ballata “Beautiful” (Afraid Od Sunlight), che soprattutto con i suoni della chitarra acustica e la voce espressiva di H’ ci ha incantati con una magia incredibile e ci ha ricordato che la vera bellezza di solito si nasconde proprio dove è più derisa e disprezzata, e che l’uomo moderno è meschino, ossessionato dall’accumulare e dal distruggere.
Dopo un lungo ed estatico bis, durante il quale ci sono piovuti addosso coriandoli colorati, è seguito il secondo bis e la chiusura con l’esoterica “Neverland” (Marbles), che con la sua atmosfera fragile e bellissima e il ritmo dinamico è stata senza dubbio il culmine del concerto e la rivelazione finale, in cui i Marillion hanno dimostrato ancora una volta perché siano tuttora tra i più grandi maestri del dramma e dell’ambient, che nella loro musica sono spesso strettamente intrecciati.
Il concerto dei Marillion è stato davvero un’esperienza superlativa e una vera delizia per tutti gli amanti delle melodie dinamiche, dell’ambient elevato, delle ricche strutture sonore, della recitazione sul palco e del suono pieno. I Marillion hanno quindi confermato la loro fama di grande band dal vivo e realizzato tutte le mie aspettative. Si sono rivelati un gruppo davvero grande, capace attraverso la musica e la comunicazione sul palco di costruire in un attimo un ponte stretto col pubblico e, grazie alle tante sorprese, di regalare una pura favola, caratterizzata da un’esecuzione superlativa, un’atmosfera altissima e uno straordinario flusso di energia dal palco. Alla fine eravamo tutti e tre contenti che il lungo e faticoso viaggio fosse stato ripagato alla grande. Per questo vorrei ringraziare ancora una volta i Marillion per questa serata indimenticabile, che resterà a lungo un bel ricordo.
Scaletta
1.) Splintering Heart
2.) The Other Half
3.) Thank You Whoever You Are
4.) See It Like A Baby
5.) Fantastic Place
6.) A Voice From The Past
7.) The Damage
8.) Somewhere Else
9.) Last Century For Man
10.) Mad
11.) Separated Out
12.) Between You And Me
13.) King
—-bis 1—-
14.) The Invisible Man
—-bis 2—-
15.) Beautiful
16.) Neverland
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