Il secondo sbarco dei Red Sparowes a Lubiana

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Orto bar, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 07.05.2007
Numero di spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 10 €

Se ti dicono qualcosa nomi come Isis, Pelican, Neurosis, Angel Hair o Halifax Pier, allora martedì scorso, 8 maggio, la strada ti ha portato di sicuro in pellegrinaggio verso il tempio lubianese dei suoni rock alternativi. Beh… un po’ più in là di Metelkova, verso l’Orto bar, per essere precisi. Il loro nuovo atterraggio a Lubiana l’hanno annunciato gli stravaganti ambient americani, gli audiomanipolatori d’avanguardia Red Sparowes. Con questo quintetto americano non si tratta di un semplice prolungamento dell’idea di fondo dei già citati Isis e Neurosis, due nomi che nelle acque alternative rappresentano due fattori importanti nella costruzione dell’orchestrazione post-rock e post-metal contemporanea. Bryant Clifford Meyer, chitarrista degli Isis, Josh Graham, chitarrista dei Neurosis, il bassista Greg Burns, che sa domare anche le morbide sonorità della pedal steel (per il resto membro degli Halifax Pier), il chitarrista Andy Arahood (parte irrinunciabile della squadra degli Angel Hair) e David Clifford, mago dei tamburi anche nei Pleasure Forever, hanno superato la fase del ripetere schemi già sentiti già con il concept d’esordio At The Soundless Dawn, e la ciliegina sulla torta l’ha messa il secondo disco, Every Heart Shines Toward The Red Sun, uscito l’anno scorso. Si preannunciava una vera delizia per ogni buongustaio audiofilo che non giura solo sui tormentoni da MTV. Così mi sono avviato verso l’Orto anch’io, a passo deciso e in ottima compagnia.

Il prezzo del biglietto più che accettabile il giorno dell’evento (appena 10 €) ha attirato al primo piano dell’Orto, tappezzato di rosso, un bel po’ di gente, che, a giudicare dalle magliette, sapeva davvero cosa l’aspettava. Il palco era illuminato con discrezione da una luce soffusa di una dozzina di piccole lucine notturne che brillavano di rosso. Sul pavimento del palco troneggiava un arsenale di effetti bello corposo, che prometteva di saziare a dovere l’insaziabile fame di suoni psichedelici. Poco dopo le dieci, con l’attesa che si lasciava accorciare niente male da chiacchiere interessanti nell’atmosfera di musica ambient, i rumori dagli altoparlanti si sono spenti piano piano. Sui palchi sloveni, o almeno lubianesi, sono saliti per la seconda volta i Red Sparowes, hanno afferrato ognuno il proprio strumento e, dopo una breve accordatura, senza una parola hanno dato inizio alla dissezione serale di stati di coscienza frammentari.

Il concerto è partito con un pezzo del loro esordio At The Soundless Dawn, con un’apertura ambient che ti dice subito cosa aspettarti dalla serata: ‘Alone And Unaware, The Landscape Was Transformed In Front Of Our Eyes’. Fischi fluttuanti di chitarre e un delicato picchiettare dei tamburi completano in modo complementare lo sfondo visivo. Ombre di edifici. Contorni di case, sopra le quali, come un cattivo presagio, il sole brilla nebbioso da dietro le nuvole. Proiezioni di una città postapocalittica. Pace e quiete vengono spazzate via dai venti di un’esplosione nucleare. Gli orizzonti si tingono di rosso. Il mondo è cambiato. In effetti potresti rivivere tutto questo anche solo ascoltando, mentre il quintetto di manipolatori sonori si diverte coi tuoi terminali nervosi. La melodia ipnotica ti pervade all’istante con la colossale epicità del messaggio senza parole della musica stessa. Il filo rosso stavolta è davvero rosso sangue e sensualmente tattile. Potente. L’ambient cresce fino a diventare il pezzo successivo, ‘Buildings Began To Stretch Wide Across The Sky, And The Air Filled With A Reddish Glow’. Le immagini del nuovo mondo sono del tutto sfocate. Dopo l’apocalisse può arrivare solo uno stato di pacificazione e rinascita spirituale. Il blocco che segue i primi due frammenti ambient del provocatorio ma del tutto trascurato esordio è completato dall’insieme compatto della nuova Bibbia del rock ambient: Every Heart Shines Toward The Red Sun. Il disco concettuale gioca con gli eventi storici del “Grande balzo in avanti” di Mao Tse Tung, e non c’è niente di banale o di frasi fatte. Il basso di Greg, con un riff ripetuto e scivolante, apre l’orizzonte a un dialogo tra tre chitarre e una batteria quasi jazz, e un attimo dopo la morbidezza si trasforma in un’esplosione dura di tinte più aspre dalla tavolozza sonora. ‘The Great Leap Forward Poured Down Upon Us One Day Like A Mighty Storm, Suddenly And Furiously Blinding Our Senses’. Sullo schermo si rincorrono immagini di gente felice, interrotte da riprese del parlamento cinese. “Decideremo noi in nome del popolo e ci prenderemo cura del suo benessere…” sono le parole che si rivolgono mute all’auditorium. A poco a poco quasi dimentichi gli sciamani del suono, in trance, che ondeggiano nella penombra sul palco. Andy all’estrema sinistra tira fuori dalla sua stratocaster dei delay quasi alla U2. Josh e Cliff lo completano alla maniera Isis-Neurosis, mentre Greg e Dave completano il muro melodico di suono denso e assuefacente con una ritmica sensuale. Non ti accorgi né di quando né di come, ma ci hanno già portati al tema successivo. A ‘We Stood Transfixed In Blank Devotion As Our Leader Spoke To Us, Looking Down On Our Mute Faces With A Great, Raging, And Unseeing Eye’. I contorni più scuri del mondo sognante vengono attraversati dalle immagini di Mao Tse Tung, che come padre della sua nazione veglia attento sui suoi sudditi. I volti muti degli anziani, come vignette fotografiche, non tradiscono alcuna emozione. Le immagini dei bambini sono sorridenti e quasi senza vita. Come se non fossero di questo mondo. Il paesaggio invece irradia i colori del sole della sera, che la macchina fotografica polaroid ammorbidisce in vignette non violente. Suono e immagine sono in un dialogo continuo che si sviluppa come una trama ininterrotta di critica al sistema, che per farlo non ha bisogno di un solo slogan, di una sola frase: solo orecchie aperte, occhi e cuori ricettivi. ‘Like The Howling Glory Of The Darkest Winds, This Voice Was Thunderous And The Words Holy, Tangling Their Way Around Our Hearts And Clutching Our Innocent Awe’. Le persone sono pecore e il compito di chi sta al potere è guidarle: verso la salvezza o la rovina… Tamburi indiani. Il ritmo dei tamburi di guerra. La chitarra di Josh, con l’e-bow, scuote da sinistra come una sirena. Andy si abbandona a una tenera colorazione con le corde pizzicate, e a destra Cliff solca nervosamente l’immagine di quiete. La musica ti spinge a chiudere gli occhi e ad abbandonarti al flusso e riflusso ondeggiante del suono. ‘A Message Of Awarice Rained Down And Carried Us Away Into False Dreams Of Endless Riches’. Un tema quasi da cowboy con la pedal steel scivolante, che Greg prende in mano del tutto naturalmente, mentre Andy quasi impercettibilmente afferra la parte a quattro corde della necessaria orchestrazione. Un’introduzione sognante. Sullo schermo, un paesaggio. Apparentemente calmo e quieto. Campi e idillio. All’improvviso sopra i campi si abbattono stormi di uccelli. Le riprese degli uccelli sembrano quasi uscite da un film di qualche maestro della suspense. Ma la relativa tranquillità dura solo cinque minuti. Forse un po’ di più. È tempo della resa dei conti. ‘Annihilate the Sparrow, That Stealer Of Seed, And Our Harvests Will Abound; We Will Watch Our Wealth Flood In’. Quasi come se la resa dei conti fosse già avvenuta. Nel suono si sente morte e distruzione e il fiato che si ferma. Quasi si potrebbero sentire dolore e orrore. Le immagini di gente affamata e sofferente sullo schermo completano l’affresco della necessaria successione degli eventi con un verismo quasi storico. I cinesi nel 1958, per decreto del Grande Leader, ammazzarono milioni di uccelli perché non si mangiassero tutto il raccolto. Anzi, diciamo meglio: perché il raccolto fosse ancora più abbondante. Ci riescono: ridurre drasticamente la popolazione di uccelli, soprattutto di passeri, e il cataclisma arriva solo dopo questo atto insensato… ‘And By Our Own Hand Did Every Last Bird Lie Silent In Their Puddles, The Air Barren Of Song As The Clouds Drifted Away. For Killing Their Greatest Enemy, The Locusts Noisly Thanked Us And Turned Their Jaws Toward Our Crops, Swallowing Our Greed Whole’. Il cielo si oscura. Una massa sterminata di cavallette si mangia la strada del suo ringraziamento, che colpisce come la spada di Damocle chi voleva giocare a fare il dio e il padrone del destino. Per tutti quelli che si credevano i padroni del mondo… La vittoria è stata breve e di Pirro. E vittime sull’altare della propria vanità diventano quelli che credevano di tenere tutti i fili in mano. Il quintetto Red Sparowes, in un ricamo selvaggio di nuove immagini, si abbandona a una danza sfibrante di esorcismo mentale. Ti disegnano i demoni con una tale nitidezza che puoi restare indifferente solo se sei morto, privo di intelletto o completamente sordo e cieco. Il ronzio nella testa può calare solo gradualmente. Dopo un interludio di poco meno di due minuti è tempo dello scioglimento meditativo della serata: ‘Millions Starved And We Became Skinnier, While Our Leaders Became Fatter And Fatter’ . Si raccoglie solo ciò che si è seminato, in fondo. Nonostante tutto resta almeno uno spiraglio socchiuso, una fessura di speranza, da cui potrebbe filtrare il sole. Sullo schermo di nuovo volti sorridenti. E una domanda: abbiamo imparato qualcosa, da tutto questo? ‘Finally, As That Blazing Sun Shone Down Upon Us, Did We Know That True Enemy Was The Voice Of Blind Idolatry; And Only Then Did We Begin To Think For Ourselves’. Come una beffa e uno spunto di riflessione, visto che è chiaro che nel mondo le cose possono accadere solo in due modi. In realtà la catastrofe iniziale può essere intesa come una tragedia che spezza il cuore. Ogni ripetizione di una ricetta già collaudata porta a risultati simili, ma stavolta la situazione è una farsa e non una tragedia. Molto filosofico. Molto pieno. Qualsiasi aggiunta sarebbe di troppo. I Red Sparowes escono dal palco dopo poco più di un’ora e un quarto. Da vincitori morali. Il pubblico sloveno però concepisce i concerti come una ricerca infinita di bis, e così partono i cori per averne ancora. E i Red Sparowes, dopo un breve richiamo, tornano davvero. Visibilmente soddisfatti della reazione della folla, riprendono in mano i loro strumenti e distendono davanti a noi il loro epilogo postapocalittico: ‘The Sixth Extinction Crept Up Slowly, Like Sunlight Throught The Shutters, As We Looked Back In Regret…’. Il paesaggio ritorna. E con lui la possibilità di tornare alle sfere del noto, del sicuro. Staccarsi dal grigiore della media e vivere un’evoluzione personale verso una forma più avanzata di homo sapiens come essere spirituale. Dalle ali con cui eravamo volati tutti insieme verso il cielo sono cadute anche le ultime piume. Il sole ardente della consapevolezza ha sciolto la cera e gli angeli hanno iniziato a precipitare verso terra. L’insieme coerente della serata si è chiuso con stile, e nessuno che abbia capito la faccenda, o abbia iniziato a capirla, è potuto rimanere indifferente.

Dopo il secondo atterraggio dei Red Sparowes dalle nostre parti mi azzardo a dire che stavolta mi hanno conquistato e rapito ancora molto più della prima volta. La prima volta ho provato uno stato di tremendum. Uno stato quasi di paura davanti a tutto ciò che possono versarmi nel cuore e nell’anima. Dopo aver assaggiato di nuovo e di nuovo ciò che mi era stato offerto, è subentrato uno stato di fascinans. Le fondamenta della fede erano state poste. Fede nella catarsi personale e nell’infinita bellezza del momento della liberazione definitiva da tutti i lacci del corpo. Il grappolo sonoro chiamato Red Sparowes si può descrivere senza dubbio solo per approssimazioni verbali. Potrei usare parole come sconvolgente, bellezza, meditatività, magia e infinita, colossale grandiosità. Ma preferisco tacere, e ti suggerisco soltanto che vale la pena immergersi più volte nel loro bagno sonoro purificatore e godersela fino in fondo in uno stato quasi di levitazione…

Scaletta

1. Alone And Unaware, The Landscape Was Transformed In Front Of Our Eyes 2. Buildings Began To Stretch Wide Across The Sky, And The Air Filled With A Reddish Glow 3. The Great Leap Forward Poured Down Upon Us One Day Like A Mighty Storm, Suddenly And Furiously Blinding Our Senses 4. We Stood Transfixed In Blank Devotion As Our Leader Spoke To Us, Looking Down On Our Mute Faces With A Great, Raging, And Unseeing Eye 5. Like The Howling Glory Of The Darkest Winds, This Voice Was Thunderous And The Words Holy, Tangling Their Way Around Our Hearts And Clutching Our Innocent Awe. 6. A Message Of Awarice Rained Down And Carried Us Away Into False Dreams Of Endless Riches 7. Annihilate the Sparrow, That Stealer Of Seed, And Our Harvests Will Abound; We Will Watch Our Wealth Flood In 8. And By Our Own Hand Did Every Last Bird Lie Silent In Their Puddles, The Air Barren Of Song As The Clouds Drifted Away. For Killing Their Greatest Enemy, The Locusts Noisly Thanked Us And Turned Their Jaws Toward Our Crops, Swallowing Our Greed Whole 9. Millions Starved And We Became Skinnier, While Our Leaders Became Fatter And Fatter. 10. Finally, As That Blazing Sun Shone Down Upon Us, Did We Know That True Enemy Was The Voice Of Blind Idolatry; And Only Then Did We Begin To Think For Ourselves BIS: 11. The Sixth Extinction Crept Up Slowly, Like Sunlight Throught The Shutters, As We Looked Back In Regret…

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