I Deep Purple fanno esplodere una Hala Tivoli stracolma (2003)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Hala Tivoli
Data del concerto: 04.12.2003
Spettatori: 6500
Questo report non esisterebbe proprio se non avessi creduto con tanta convinzione che a quel concerto ci sarei stato. Dopo cinque anni i leggendari hard rocker britannici Deep Purple sono tornati in Slovenia, e io il giorno del concerto ero ancora senza biglietto, visto che con lo stupore generale erano andati sold out già una settimana prima. Per fortuna io e un amico siamo riusciti a mettere le mani sui biglietti grazie a un gioco speciale organizzato dalla rivista Vikend magazin. L’organizzatore del concerto ha regalato i biglietti ai primi dieci fortunati che si sono presentati con la rivista in mano. Ci sono volute un bel po’ di acrobazie e di spintoni, ma alla fine un po’ di pazienza è stata ripagata.
Come gruppo spalla c’erano i leggendari fusionisti jazz rock sloveni September, che con il concerto dei Deep Purple hanno capito che era arrivato il momento giusto per uscire (temporaneamente) dalla pensione. I September si sono presentati al pubblico in modo molto solido, e alla fine dell’esibizione sono stati salutati da un applauso entusiasta. Con la loro fusione di hard rock, jazz e soul hanno scaldato bene l’atmosfera nella sala, anche se si vedeva per tutto il tempo che prima del concerto non erano affiatati più di tanto. Benč ha cantato a modo suo, in croato, con una voce che ogni tanto ricordava il rantolo di un orso raffreddato. Peccato che abbia accompagnato la sua esibizione con una bella dose di pose da divo, che a un gruppo di culto di questo calibro non si addicono per niente. Sul palco c’era anche un sesto membro, che curiosamente si occupava degli arrangiamenti con percussioni africane, timpani e sassofono. I vecchietti erano comunque (ancora) tecnicamente piuttosto ferrati, gli anni non li hanno toccati, ma da loro mi sarei aspettato un po’ più di energia in certi pezzi. Si sentiva che si erano rimessi insieme solo per quella sera e che avevano ripassato alla svelta il vecchio repertorio. Resta il fatto che i September dal vivo non li vedi proprio tutti i giorni, e chi non era troppo pignolo su suono e affiatamento si è potuto divertire alla grande in compagnia di queste leggende musicali slovene dell’era “preistorica”.
Dopo circa un’ora di attesa le luci in sala si sono spente di nuovo. La notte delle leggende poteva proseguire con l’arrivo dei grandissimi Deep Purple. I riflettori hanno illuminato per primo il nuovo tastierista, il leggendario Don Airey (ex-Rainbow, Ozzy Osbourne, Colosseum II), che sul nuovo album “Bananas” (2003) ha preso il posto dell’ancora più leggendario Jon Lord. Poco dopo si è unito a lui l’unico membro fondatore della band e uno dei migliori batteristi di tutti i tempi, Ian Paice. Roger Glover, l’indistruttibile bassista, produttore e attuale mente della band, si era intanto già piazzato nella sua classica posa, ovviamente con l’immancabile bandana da pirata in testa. Sul lato destro del palco lo ha raggiunto Steve Morse, una scuola di chitarra in miniatura, con la sua inconfondibile chitarra blu caramello. All’improvviso è salita sul palco un’altra personalità estremamente carismatica, vestita come uno yogi indiano, tutta di bianco: il leggendario cantante Ian Gillan
Il concerto è partito con l’imprescindibile classico “Highway Star” e la folla è impazzita dall’entusiasmo. L’impresa più grande era restare in piedi con i piedi ben saldi a terra. Perfino le leggende, abituate a tutto, si sono scambiate un’occhiata un po’ sorpresa, perché una reazione così probabilmente non se l’aspettavano. Evidentemente si erano un po’ dimenticati del proverbiale temperamento balcanico, che quella notte ha travolto l’intera sala. È seguito il loro grande successo dall’album “Fireball” (1971), “Strange Kind Of Woman”, che ha scaldato ancora di più un’atmosfera già incandescente. Prima del concerto speravo in qualche altro pezzo da “Fireball”, quel disco ottimo ma un po’ trascurato, invece per quella sera è stato tutto ciò che si è sentito di quell’album. Poi è toccato ai pezzi più recenti, soprattutto dal loro ultimo album “Bananas”, che hanno calmato un po’ l’atmosfera surriscaldata. “Silver Tongue” è stato il primo e il pubblico si è un po’ rilassato, visto che la maggior parte non padroneggiava ancora la “lingua d’argento”.
Poi una piccola sorpresa: “Knocking At Your Backdoor” dall’album “Perfect Strangers” (1984), che nella loro scaletta mancava ormai da parecchio tempo. Il pezzo d’apertura del nuovo disco, “House Of Pain”, che è tra l’altro uno dei miei preferiti di “Bananas”, ha ricordato di nuovo al pubblico l’altissima qualità e la freschezza del nuovo album. In generale, però, mi hanno scaldato molto di più i loro classici dei primi anni ’70, come “Lazy”, che sotto le dita di Morse è suonata molto più raffinata che nell’originale, il che ovviamente non significa che suonasse anche meglio dell’originale di Blackmore, o del suo approccio. Poi è arrivato il capolavoro più grande dell’omonimo album, il pezzo strumentale “Bananas”, durante il quale a qualcuno del pubblico si è fermato il fiato per un attimo. Soprattutto quando il grande mago Airey ha evocato la magia di Keith Emerson (ex-The Nice, ELP), mentre Morse ci ha infilato in modo splendido il suo assolo chiamato “Contact Lost”. “Picture Of Innocence” è stato un altro pezzo del nuovo album che si è inserito alla perfezione nel repertorio. Il classico “Space Truckin”, ovviamente in versione più corta, è stato senza dubbio il picco del concerto, perché a quel punto la folla ha perso completamente la testa. Purtroppo la maggior parte, invece di abbandonarsi alle vibrazioni positive che arrivavano dal palco, preferiva scontrarsi coi fan più fedeli del gruppo, a cui in quel momento il cuore ha battuto davvero forte, perché un’esecuzione di questo pezzo immortale dall’album “In Rock” (1970) se l’aspettavano in pochissimi. “I Got Your Number”, uno dei nuovi brani, ha calmato un po’ gli animi.
Poi il signor Morse ha avuto il suo momento solista, intitolato “The Well Dressed Guitar”, in cui ha presentato in due parole la scuola chitarristica del rock classico, firmata da un vecchio volpone. Il chitarrista, tecnicamente preparatissimo ma all’inizio del concerto un po’ trattenuto, nel suo assolo si è visibilmente sciolto e ben presto è entrato anche lui del tutto nell’euforia del concerto. Alla sua esibizione è seguito un distacco totale dalla realtà: l’assolo di Airey, senza dubbio uno dei picchi del concerto. L’indistruttibile tastierista, che per l’occasione si era messo un cilindro, giocava con i tasti come per scherzo, divertendosi un mondo. Tirava fuori le melodie più disparate, più o meno note, dei classici della musica, in cui infilava con abilità fili delle sue creazioni. Un’altra prova, quindi, che il suo arrivo ha davvero ridato vita al gruppo. Nell’assolo ha inserito perfino il tema principale del classico del cinema Guerre stellari, e a quel punto si sono risvegliate anche le ultime file. E noi, che a Deep Purple ci teniamo davvero, dopo la sua esibizione siamo rimasti per qualche secondo a bocca aperta.
Poi è toccato a un successo dall’omonimo album, “Perfect Strangers”, che con il suo misterioso riff principale ha rievocato per un attimo Ritchie Blackmore e i suoi Rainbow dell’inizio degli anni Ottanta, il che non sorprende, visto che sia Glover che Airey sono stati per un periodo membri di quella band. E il loro contributo qui si è sentito in modo particolare. Anche il addetto alla sicurezza Milan si è visibilmente lasciato coinvolgere da quello che succedeva sul palco. Poi è arrivato il riff dei riff, la pietra angolare dell’hard rock e del metal: “Smoke On The Water”, il loro più grande successo, che dovrebbe far parte della cultura generale di ogni individuo. Che reazione abbia avuto il pubblico durante questa esecuzione probabilmente non devo nemmeno descriverlo. Il Tivoli ha toccato davvero il punto di ebollizione massimo. Gillan non finiva più di lodare il pubblico di Lubiana, ovviamente ha promesso un altro rapido incontro, poi è uscito dal palco dietro agli altri membri del gruppo. Con questo si è chiusa anche la parte regolare del concerto.
Ovviamente sono tornati presto. Se “Space Truckin” è stato il picco del concerto, “Speed King” (In Rock, 1970) ne è stata di sicuro la sorpresa più grande. È stata suonata con un entusiasmo straordinario e solo per il pubblico sloveno, perché in tour non l’hanno suonata né prima né dopo. Gillan, nonostante le critiche che negli ultimi anni piovono sulla forma della sua voce, per tutto il concerto ha confermato di aver conservato una bella fetta della sua antica grandezza vocale, quando era tra i migliori cantanti del rock classico. Con questa esecuzione ha dimostrato di riuscire ancora a cantare in modo solido anche uno dei loro pezzi vocalmente più difficili, che i Deep Purple dal vivo da qualche anno evitavano testardamente. “Speed King” in generale resta ancora una sfida per ogni cantante che nell’hard rock o nel metal conti qualcosa. Al “Re della velocità” è seguito un successo preistorico dal loro primo album “Shades Of Deep Purple” (1968), “Hush”, che ci ha riportato alla fine degli anni Sessanta. Gillan, che verso la fine del concerto si divertiva sempre di più, si è lasciato andare e ha inserito nella sua esibizione una versione della “Hit The Road Jack” di Hendrix. Il concerto non sarebbe stato completo se in chiusura non fosse arrivato un altro sempreverde, il successo “Black Night”, che nel lontano 1970 li ha catapultati tra gli immortali. Con quello il concerto è finito e il gruppo, dopo lunghe e fragorose ovazioni, ha salutato in modo commovente la folla entusiasta. Gillan, che con la Slovenia ha parecchi bei ricordi, dopo il concerto ha invitato tutti i fan del gruppo all'”aftershow party”, che si è tenuto all’hotel Slon.
L’esibizione dei Deep Purple è stata insomma molto buona, se non eccellente, e non ho grosse obiezioni da fare, nemmeno sull’impianto audio, che per i nostri standard è stato più che solido. Con il loro rapporto eccezionale con il pubblico, in cui non c’è nemmeno un briciolo di spocchia, i Deep Purple sono ancora oggi un modello luminoso per tutti i giovani gruppi che camminano sulle loro orme. Forse un giorno anche uno di quei casinisti che prima del concerto avevano più che evidentemente sbagliato rave party racconterà con nostalgia ai suoi nipoti di essere stato una volta al concerto di questa leggendaria band. I Deep Purple, da quel che si è visto e sentito, continuano dunque la loro leggenda anche nel nuovo millennio, perché l’armonia nel gruppo dopo l’arrivo di Airey è davvero ottima e dà l’impressione che siano rinati.
Scaletta
1.) Highway Star
2.) Strange Kind Of Woman
3.) Silver Tongue
3.) Knocking At Your Backdoor
5.) House Of Pain
6.) Lazy
7.) Bananas
8.) Contat Lost
9.) Picture Of Innocence
10.) Space Truckin
11.) I Got Your Number
12.) The Well Dressed Guitar-Morse solo
13.) Keyboard solo-Airey (including Star Wars theme)
14.) Perfect Strangers
15.) Smoke On The Water
—bis—
16.) Speed King
17.) Hush (including Hit The Road Jack)
18.) Black Night