Helloween e Rage a caccia di conigli in fuga (2003)

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Luogo: Vienna (Austria), Planet Music
Data del concerto: 07.11.2003
Numero di spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 26,00€

Finalmente! Gli Helloween più vicini a casa in tour, a soli 450km. Il gruppo spalla, i Rage, è stato il motivo principale per cui mi sono morso il labbro e ho messo da parte i problemi che si porta dietro il portafoglio vuoto: “Tanto sopravvivo, ce l’ho sempre fatta, ce la farò anche questo mese, niente panico!” Ai piaceri è dura resistere! Non mi pentirò mai della decisione di partire per Vienna, perché abbiamo assistito a una vera rapsodia heavy metal!

Sul palco sono saliti per primi i Vivian. Austriaci che, a giudicare dall’aspetto, non erano certo “nati ieri”, ma hanno sicuramente alle spalle un bel po’ di chilometri musicali. Metallari progressive. Si sente l’influenza della classica scuola metal tedesca, visto che i riff di chitarra massicci costituiscono una parte importante dell’espressione musicale del gruppo. Alle chitarre si abbina un’uniformità melodica garantita dalle tastiere, che fanno da orchestra tutta in uno, un po’ come in certi Symphony X. Purtroppo i Vivian non sono riusciti a convincermi nella loro mezz’ora di esibizione. C’è troppa imitazione banale, e a farmi allontanare del tutto dal gruppo è stato il pezzo finale, una copia sfacciatissima di Believe dei Savatage. Incredibile come, senza un briciolo di vergogna e di rispetto, i novellini rubino nella scena rock di oggi. L’ipotesi che i Vivian non abbiano mai sentito parlare dei Savatage per caso cade da sola, visto che il loro bassista sul palco indossava una maglietta dei Savatage.

Il secondo buco è che restano ancora molte cose da migliorare e rifinire. Incredibile quanto suonino spezzati certi passaggi. Per esempio un pezzo impostato su una specie di massiccia immagine doom passa all’improvviso al ritmo galoppante e super-accelerato di The Trooper degli Iron Maiden. Senza alcuna transizione. Ci sarà molto da lavorare, ma soprattutto dovete trovare una vostra spina dorsale, cari ragazzi. I Vivian sono senza dubbio musicisti molto bravi, ma manca loro la fantasia musicale. I ragazzi non hanno uno stile riconoscibile come proprio. E poi la terza osservazione. Solo il cantante si è sforzato di tenere il contatto con il pubblico. Il cantante è ottimo, voce piena, alta e pulita, e anche la sua presenza scenica mi è piaciuta. Nonostante i ragazzi avessero pochissimo spazio sul palco, a sorprendere è stata la disposizione dei musicisti. Il chitarrista che si occupava di tutti gli assoli era schiacciato in un angolo tra i monitor, tanto che si vedeva a malapena, mentre il chitarrista ritmico stava al fianco del cantante. Quindi al centro. Ma il chitarrista ritmico non ha fatto un solo passo a destra o a sinistra, e con la cicca in bocca fissava il pavimento mentre faceva i suoi riff. Lo stesso spettacolo l’hanno offerto tutti gli altri, tranne il cantante, anche se pure il bassista mostrava qualche segno di vita. Insomma, Madonne di legno sul palco. Però prendetemi con le pinze, perché il pubblico austriaco era semplicemente entusiasta. I ragazzi sono senza dubbio habitué del Planet Music e a quanto pare li segue una base di fan fedele, visto che più volte è tremata l’intera sala in segno di sostegno. Testi in inglese. Il suono era discreto, ogni tanto i riff hanno coperto un po’ gli stacchi solistici, ma in linea di massima è stata un’esibizione riuscita.

Il primo “rageman” a farci compagnia nella sala è stato Mike Terrana, che ha dovuto faticare un po’ per infilarsi dietro la sua enorme batteria. Il Dec non ha esitato e ha subito cominciato a menare con Orgy Of Destruction. Poco dopo, attraverso la nebbia, è spuntata la testa di Peavey e la sezione ritmica era così al completo. Ultimo a saltellare sul palco è stato il pantaloncinaro Victor Smlolski, con una maglia da hockey col numero 15 del club bielorusso “Metalurg Magnetogorsk”. Dopo che Peavey ha dato il via con un “Excellent!”, i ragazzi sono passati subito a War Of Worlds dall’ultimo disco “Soundchaser”. Il trio era in forma smagliante, Peavey e Victor si sono scambiati subito qualche posizione spericolata sul palco. La bomba successiva è stata Great Old Ones. Comunicazione eccezionale. I Rage si sono messi il pubblico in tasca in un attimo. Il vecchio volpone Peavey conosce evidentemente le leve giuste per scaldare la platea. Del resto, con un bombardamento del genere non serve nemmeno chissà quale sforzo particolare. Soundchaser, tutta Judas Priest o Accept nell’impostazione, è stata il primo apice del concerto. Riff vampireschi, “drive” ritmico incandescente, la gente respirava con la band lungo i versi del ritornello. Il suono era fenomenale e la prova vocale di Peavey impeccabile. Il cantante/bassista ha attaccato senza compromessi e a tutta forza. A tratti ho davvero avuto la sensazione che tre Soundchaser si rincorressero sul palco, perché una perfezione musicale simile, un “timing” perfetto nei passaggi, combinato con la giusta dose di spontaneità e di follia selvaggia, è difficile da immaginare finché non la vivi. Come se fossero degli ibridi tra macchina e uomo. Come Victor, che durante la title track era al centro dell’attenzione, ha trasformato l’atmosfera con la parte strumentale centrale suonata con un trasporto enorme. I Rage hanno preparato una piccola prelibatezza. Nella scaletta hanno infilato un mini medley composto da due pezzi. È partito con Sent By The Devil (“Black In Mind”, 1994). Il riffing da macellaio si è fermato nel punto in cui il pezzo avrebbe dovuto sfociare nell’assolo, i Rage hanno fermato i cavalli per un attimo, poi Peavey ha annunciato un’altra sensazione, stavolta dal disco “The Missing Link” (1993), cioè il pezzo Firestorm, con cui hanno chiuso il medley. Ma la folla si è riaccesa ancora di più con Down (“Unity”, 2002). Subito dopo Peavey e Mike hanno lasciato il palco e Victor è rimasto solo. Ha aperto il suo momento solista con lo strumentale Lunatic (“Welcome To The Other Side”, 2001). Anche stavolta Victor ha detto addio a tutti i suoi plettri e ha sfrecciato in un “tapping” supersonico con la destra, tenuta per lo più quasi nello stesso punto della sinistra. Sul manico della chitarra. Nel frattempo ha condito il tutto con impressionanti acrobazie sulla leva del tremolo e traendo dallo strumento suoni stridenti. Un momento di cui un musicista come Smolski ha semplicemente bisogno. Scommetto che in tutto il tour Victor non ha costruito nemmeno due assoli basati sugli stessi motivi di base o su motivi anche solo simili. Spegnimento del razionale! Victor ha chiuso l’assolo con il motivo acustico di Set This Wolrd On Fire. E il trio ha ripreso a menare insieme per un po’, mentre la folla sotto il palco faceva allegramente capriole. Poi sono arrivati i minuti anche per Mike Terrana. Ovviamente il suo assolo stavolta è stato molto più breve che nel tour co-headliner dell’anno scorso con i Primal Fear, quando Mike poteva intrattenere la folla per ben 20 minuti. Ovviamente l’acrobata anche stavolta si è arrampicato sulla sua fortezza di tamburi, ha fatto roteare le bacchette e le ha fatte volteggiare come se avesse innumerevoli braccia e non solo due. Una parte dell’assolo l’ha scrosciata addirittura in piedi. Per via dell’impietoso mitragliare di Mike da ogni lato, parecchie bacchette hanno incontrato il loro triste destino. Si sono sfilacciate sotto i colpi sui bordi dei piatti. Mike Terrana quella sera ha prodotto una bella quantità di graziose schegge di legno, diciamo stecchini da barbecue. E probabilmente ha anche inventato una nuova variante dello stuzzicadenti. A fine concerto ha regalato generosamente queste schegge fresche alla folla. Insomma, divertimento a volontà! Così Mike “il demolitore” Terrana, in un bagno di sudore, ha elettrizzato a dovere l’atmosfera della sala. Abbiamo sicuramente assistito allo show di uno dei batteristi più rumorosi del pianeta Terra. Batteria dallo spazio!

La formazione era di nuovo al completo sul palco. Ci ha portati alla fine degli anni Ottanta con il loro successo Don’t Fear The Winter (“Perfect Man”, 1989). Ovviamente c’è un legame diretto tra i dischi “Perfect Man” e “Soundchaser”. Vi ricordate il verso in Good Old Ones “…so called perfect man…”? Be’, alla fine Peavey ha invitato ancora una volta il pubblico a partecipare con Higher Than The Sky (“End Of All Days”, 1996). Un vero tornado per chiudere. L’esecuzione incandescente del pezzo travolgente ha portato l’atmosfera a un livello ancora più alto. La gente ha aiutato Peavey a reggere i versi.

Il gusto, ovviamente, l’hanno rovinato i soliti ubriaconi del metal sloveno che alla fine spingono sempre verso le prime file dal fondo solo per accaparrarsi qualche plettro, una bacchetta, magari spogliare i musicisti. Ehi, è solo per questo che siete venuti al concerto? Victor ha cucito la bocca agli inconsolabili, visto che non ha lanciato nemmeno un plettro tra la folla. Ovviamente in sala c’era un bel po’ di Slovenacci. Era sabato. Erano di nuovo tra i più rumorosi, cosa che si è vista soprattutto durante l’esibizione degli Helloween.

I Rage? 50 minuti di intensità totale, che non è calata nemmeno per un istante. Tutto segato con una rincorsa supersonica, aggressivo, furioso. Cavolo ragazzi, fatelo, un tour da headliner. Un gruppo che dal vivo semplicemente non ti stanchi mai di guardare e ascoltare. Perfezione assoluta sotto ogni aspetto! Quando dopo il concerto parlavo con Victor e gli ho detto da dove veniamo, lui mi ha chiesto senza giri di parole: “Parli russo?” Sotto shock ho annuito, poi mi sono servito di un po’ di serbocroato e la conversazione è filata via sul tour da headliner. Victor ha assicurato che a gennaio sono annunciati alcuni concerti dei Rage (già confermati sul sito ufficiale del gruppo e tutti di nuovo follemente lontani dalla Slovenia). Per l’occasione i Rage dovrebbero registrare un DVD, perché l’anno prossimo il gruppo compie 30 anni. Per settembre dell’anno prossimo Victor ha assicurato che seguirà un vero tour da headliner del gruppo. Mike ha poi persino spiegato che hanno provato a fare un “break through” e a venire in Slovenia con gli Helloween. Ve lo immaginate lo shock? Nei buchi che ci sono in giro per la Slovenia non glielo augurerei proprio di suonare, ma sarebbe semplicemente fantastico riuscire a portarli a qualche festival estivo in Slovenia. Mike è davvero un fenomeno. Quando ha lasciato il backstage si è infilato una maglietta “Security Guard” ed è andato a mescolarsi tra la folla. Ma che persona gentile e alla mano. Si è dedicato a ogni fan, in sala ha aiutato il “merchandiser” a ripiegare le magliette e il resto del materiale da fan in scatole e a portare la roba nei tour bus.

Dai, torniamo indietro di due ore, nell’inferno dell’afoso sabato sera del Planet Music. Era la terza volta che mi trovavo faccia a faccia con gli Helloween. La prima, come molti di voi, a Trieste quando erano la spalla degli Iron Maiden (06.05.1998), la seconda il lunedì dell’Angelo 16.04.2001 a Stoccarda. Le mie aspettative pre-concerto erano simili a quelle prima dell’esibizione dei recenti Iron Maiden. Mi sono detto: “Ah, suoneranno metà scaletta con pezzi dell’ultimo disco, poi qualcosa dal periodo post Master Of The Rings (1994) e giusto un pizzico dagli anni Ottanta!” Ero completamente spiazzato. Gli Helloween sono piombati sul palco con un’intro che suonava come un’outro, quella che di solito le band usano per il classico fade out a fine concerto. No, non può essere vero. Starlight? Il riff principale ha confermato ancora una volta la mia presunzione. Decisamente Starlight in carne e ossa. All’assalto! La gente subito in aria. Andy con la voce in alto, potente, pulita, nitida, piena! Fantastico! Continuavo a sognare. Quasi senza pausa gli Helloween sono andati avanti con Murderer! Mi sono voltato verso Peter. Anche lui scuoteva la testa, come a dire: “Non è possibile!” Due classici direttamente da Walls Of Jericho (1985), dritti in mezzo agli occhi. Poi ho pensato: “Ragazzi, adesso suonate quello che vi pare, per me i rocker della Moravia possono andare a quel paese!” Ma gli Helloween non mi hanno sentito. Andy in tedesco ha cercato di consolare i fan perché li perdonassero, visto che per un attimo si sarebbero spostati al periodo dei due Keeper. Sascha Gerstner ha suonato qualcosa alla chitarra acustica. Quel qualcosa non era altro che l’intro di Keeper Of The Seven Keys. Quello è stato il culmine. Ecco, ancora adesso mi vengono i brividi lungo la pelle, mentalmente mi sono rimesso al concerto. Una fantastica cavalcata affiatata di 13 minuti, piena di svolte atmosferiche e, cosa più importante, il cantante ha cantato in modo magistrale. Con coraggio e senza freni. Fino a quel momento ero vissuto nell’errore di credere che gli Helloween non suonassero più il vecchio repertorio perché Andy Deris semplicemente non era in grado di cantarlo, essendo scritto per lui in una tonalità troppo alta. Un colpo a vuoto, completamente! Chiusura coerente, pienezza di suono nitido, vittoria pulita! L’auditorium andava in delirio dall’entusiasmo. Come se gli Helloween fossero venuti a promuovere il loro “best of” “Treasure Chest” (2002) e non “Rabbit Don’t Come Easy”, uscito in primavera. L’era dei due Keeper è andata avanti e avanti con la saltellante Future World ed Eagle Fly Free, con il tipico inserto di “tapping” al basso di Markus, per il quale il ragazzo, come sempre, ha raccolto un fragoroso applauso. Considerando come si è svolto il concerto, posso definire il tutto una pura follia. Siamo forse negli anni Ottanta? Ovviamente tra tutti è piaciuto di più il cantante Andy. Sempre sorridente, con la faccia che letteralmente brillava di energia positiva. Scherzava di continuo, si rivolgeva non solo a tutto il pubblico ma anche ai singoli in sala. Tra i suoi racconti in tedesco ogni tanto si sentiva un grido sperduto: “Do you speak English?” Oltre al repertorio dell’eredità di Kiske e Hansen cantato alla grande, Andy ha convinto con la sua straordinaria presenza scenica e spontaneità. Il che lo piazza nella cima dei cantanti heavy metal. Se ora aggiungiamo le qualità di Andy, che i suoi predecessori di certo non avevano così rifinite, allora… Be’, cosa dà a tutti i dischi degli Helloween con Deris alla voce, dagli anni Novanta a oggi, un marchio così particolare? Una voce riconoscibile, nota per la sua variabilità espressiva e le straordinarie deviazioni di colore, che porta negli Helloween di oggi imprevedibilità e crea un’atmosfera davvero speciale nella loro musica.

Forever And One (“Time Of The Oath”, 1996) ha calmato la situazione. A dire il vero avevo bisogno di una piccola pausa, visto che stavo già annegando per bene nel mare del mio sudore. Solo il settimo pezzo è stato preso dal più recente album degli Helloween. La trascinante Open Your Life, con un ritornello semplice ma caldo, in cui il pubblico si è inserito con facilità. Vere bombe cariche di emozione le abbiamo avute con l’esecuzione di due hit. Hey Lord! (“Better Than Raw”, 1998) e più tardi If I Could Fly (“The Dark Ride”, 2000), che curiosamente gli Helloween nel tour di “The Dark Ride” non avevano proprio suonato. Entrambi i pezzi si distinguono per una struttura semplice e fluida e al tempo stesso lanciano l’ascoltatore, con la loro costruzione malinconica, i tocchi di pianoforte e la sporcatura del suono “new age” di riff di chitarra pieni, in una vera esperienza di alta atmosfera. Sascha ha suonato per intero l’assolo di If I Could Fly. Il nuovo arrivato in formazione è un sostituto eccezionale di Grapow (Masterplan). Non solo lo “straccia” su tutta la linea per tecnica e padronanza delle acrobazie chitarristiche, ma il ragazzo dà l’impressione di un’assoluta libertà nell’adattarsi musicalmente alle diverse situazioni dettate dal nuovo linguaggio degli Helloween. Inoltre la sua straordinaria velocità e precisione nel tirare fuori arpeggi dal cilindro gli permettono di raccogliere con grande semplicità l’eredità dei pezzi anni Ottanta, più complessi dal punto di vista chitarristico. Non farò il dottore su perché gli Helloween abbiano evitato così a lungo il vecchio repertorio. Il motivo non era Andy Deris. Andy, scusa ancora! Forse uno scontro frontale di ego che semplicemente non permetteva alla formazione precedente degli Helloween di suonare molto di più dei due “Keeper” e dalle mura di Gerico. La sensazione è che gli Helloween abbiano ripreso a respirare a pieni polmoni. Gli avvicendamenti sono stati benvenuti sotto ogni aspetto, e “Rabbit Dont Come Easy” è un importante precursore nell’evoluzione del gruppo. Il prossimo disco, infatti, confermerà del tutto dove si trovano musicalmente gli Helloween in questo momento.

La precisa punteggiatura sui riff dei due chitarristi ha suonato perfettamente coerente ed è rimasta sempre in perfetto equilibrio. Il riffing non ha mai coperto le armonie di passaggio della chitarra né gli assoli. Il suono era fenomenale e si poteva sentire nel dettaglio, letteralmente, ogni scoreggina in sala. Mentre Michael Weikath si aggrappa fedelmente alla sua chitarra Gibson modello Les Paul, il più giovane Sascha ama prendere in mano una Ibanez con la paletta appuntita verso il basso. Insomma, un modello dall’aspetto più sfacciato e incattivito di quelli che oggi usano molti chitarristi delle generazioni più giovani.

Gli Helloween hanno chiuso la parte principale con Power. In quest’occasione Andy si è concesso un piccolo divertimento. Ha diviso il pubblico in due parti e la sinistra e la destra hanno gareggiato a chi fosse più rumorosa. Ha vinto la destra di Andy. Il cantante ha scherzato di passaggio dicendo che per tutto il concerto lo tirava dal palco più verso destra, probabilmente per il maggior numero di belle ragazze (lasciate perdere i metallari col collare da cane e unti di brillantina, quelli non contano!!!). Quindi prima dell’ultimo ritornello i ragazzi si sono fermati e il pubblico è stato costretto a ruggire in modo orgasmico quel “Oh, oooh-oooh-oooh-oh oh,….”. Condito con un ottimo fade out, Power si è spenta nella notte, e i ragazzi se la sono data a gambe nel backstage. Power nel tour precedente fungeva da pezzo d’apertura.

Il bis è stato aperto con il nuovo pezzo Sun 4 The World. All’inizio Stefan Schwarzmann e Sascha hanno costruito un’atmosfera straordinaria. Per l’occasione Sascha ha preso in mano uno strumento che sembrava un ibrido tra un’arpa, un sitar e una chitarra elettrica. Insomma, la meraviglia delle meraviglie, dotata di un numero di corde sopra la media. Gli Helloween non potevano lasciarci senza un retrogusto di “Walls Of Jericho”. Parlo del mini ep di poco più di sei minuti How Many Tears. Ha portato di nuovo l’atmosfera a un livello più alto e ha acceso al massimo il pubblico. La migliore soluzione possibile per chiudere una serata durata un’ora e ben 40 minuti!

Gli Helloween mi hanno davvero sorpreso. Che sorpreso, proprio commosso! Il primo motivo è stata la scaletta fenomenale, che non avrei osato sognare nemmeno nei sogni più deliranti. Rispetto al precedente tour di “The Dark Ride” sono rimasti uguali nel repertorio solo quattro pezzi: Dr. Stein, Eagle Fly Free, Power e How Many Tears. Non è emozionante? Con Stefan e Sascha in formazione per gli Helloween soffia di nuovo un vento fresco. È stata costruita una nuova chimica coesa. Possiamo aspettare con impazienza cosa ci offriranno le zucche in futuro. Soprattutto spero in quanti più concerti così possibile.

Scaletta

Rage: 01. Orgy Of Destruction 02. War Of Worlds 03. Great Old Ones 04. Soundchaser 05. Sent By The Devil 06. Firestorm 07. Down 08. Assolo di chitarra: Victor Smolski (incl. Lunatic) 09. Set This World On Fire 10. Assolo di batteria: Mike Terrana 11. Don’t Fear The Winter —bis— 12. Higher Than The Sky Helloween: 01. Intro 02. Starlight 03. Murderer 04. Keeper Of The Seven Keys 05. Future World 06. Eagle Fly Free 07. Forever And One 08. Open Your Life 09. Hey Lord! 10. Dr. Stein 11. Back Against The Wall 12. If I Could Fly 13. Power —bis— 14. Sun 4 The World 15. How Many Tears

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