Le sparate sul palco di un branco di combinaguai con la testa piena di scemenze (2003)
Luogo: Monaco di Baviera (Germania), New Backstage
Data del concerto: 14.10.2003
Spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 25,00€
Alle cinque del pomeriggio siamo arrivati a Monaco di Baviera. Ovviamente ci siamo persi quasi subito. In una zona della città che sembrava davvero un ghetto nero – la vera Harlem di Monaco – abbiamo fermato l’auto. Thomas non si è fatto troppi problemi per questo “spooky place”. Con una pila di cartine è sceso coraggiosamente dalla macchina e ha chiesto al primo passante se poteva chiarirci l’attuale posizione geografica del nostro mezzo. Dopo cinque minuti di tortura in un tedesco stentato, il tizio ha chiesto, flemmatico e spontaneo: “Jel’ prićate srpski?” Problema risolto in un lampo. Ovviamente abbiamo continuato a perderci, ma alle 18:30 abbiamo finalmente beccato la strada giusta. New Backstage. Un enorme container circondato da riflettori multicolori, che sembrava una giostra per bambini o il “Nobel Burek” di Miklošičeva a Lubiana. Non c’è modo di parcheggiare come si deve, da nessuna parte. Dalla strada d’accesso ho visto subito i tour bus già piazzati nel cortiletto del New Backstage. Nessun parcheggio normale nel raggio di chilometri! Volevo assicurarmi che fosse davvero il posto che cercavamo. Proprio mentre stavo per varcare l’ingresso, giù per le scale mi è arrivato incontro trotterellando Bill Jenkins, il nuovo tastierista degli Enchant. Anzi, zoppicando, visto che aveva evidenti problemi alla gamba sinistra. Ovviamente non ero del tutto sicuro che fosse davvero lui. Con una domanda scema scema ho preso due piccioni con una fava: “Are you from Enchant?” La risposta è stata breve: “Yes”! Ecco. Visto che Bill Jenkins aveva confermato di far parte degli Enchant, ho tirato un sospiro di sollievo definitivo: avevamo trovato gli Enchant e il New Backstage!
Basta chiacchiere. Le otto di sera. I California Guitar Trio aprono per noi con tre chitarre folk e una mezz’ora di festa. Ce l’avevo con me stesso, perché non conoscevo nemmeno un loro pezzo. I ragazzi, noti per le collaborazioni con un sacco di artisti di nome come Robert Fripp (King Crimson), il geniale bassista Tony Levin (ex King Crimson, Peter Gabriel, Pink Floyd e, uh, oh, ah, tanti altri), Toto, Flower Kings e l’onnipotente guru John McLaughlin, hanno sfornato tre brani loro e due cover. Un po’ di folk etnico, un po’ di classica, un po’ di jazz, un po’ di blues. Melodie distribuite con gusto, intrecciate in perfetta armonia a riempire alla grande il suono. Siccome sanno benissimo che ore sono, sono passati presto al sodo. La cover di Bohemian Rhapsody dei Queen. Hideyo Moriya, sul monitor di sinistra, si è preso la melodia delle linee vocali di Mercury. Il capo Paul Richards e Bert Lamb (belga d’origine) lo coprivano da dio. Per la prima volta il pubblico ha trattenuto il fiato ed è andato in delirio. “Evergreen” suonava come ascoltare il clavicembalo di Bach nel Settecento. Un vero suono acustico-metallico. Mi si rizzavano i peli. I ragazzi, affiatatissimi, respiravano all’unisono. Paul aveva tra le mani una curiosa chitarra folk con il manico “ripiegato”. Anche i tasti erano messi un po’ di sghembo. Ovviamente il pubblico non vedeva l’ora di quel pezzo saltellante in cui i ragazzi “riffano” con la loro artiglieria acustica, per poi, con una morbidezza incredibile, trasportare l’atmosfera in tutt’altra dimensione e cambiare brano. Misirlou, dal Pulp Fiction di Tarantino, ha scaldato la folla a puntino. Moriya sulle due corde alte ha sfoggiato una velocità pazzesca con entrambe le mani, mentre impastava il motivo principale. I CTR hanno chiuso il concerto proprio quando la folla era carica al massimo, ma la mezz’ora era volata in un soffio e i ragazzi hanno dovuto cedere il palco agli Enchant, lasciandoci visibilmente insoddisfatti.
Per l’ora successiva a farci compagnia sul palco sono stati i progster Enchant. Gli Enchant sono una macchina ben oliata, cinque pignoli maniaci del suono che spaccano il capello in quattro. Devo ammettere che quella sera ero davvero un uomo felice, perché non molto tempo prima, a casa, mi arrovellavo frustrato: “Com’è possibile che band super come Enchant o Shadow Gallery non facciano nemmeno un tour in Europa?” Triste verità. Sono troppo piccoli. Per fortuna esistono band commercialmente più grosse, come in questo caso gli Spock’s Beard, che offrono anche a maestri così la possibilità di unirsi al tour. Sul palco erano già montati due set di batteria. Quello al centro era riservato a Nick D’Virgilio degli Spock’s Beard; più verso l’impianto di sinistra gli faceva compagnia la batteria usata da Jimmy Keegan, il batterista degli Spock’s Beard ingaggiato apposta per questo tour, incaricato di suonare mentre Nick faceva il cantante principale. E Sean Flanagan si è seduto dietro la batteria di Jimmy Keegan. Una disposizione del quintetto sul palco a cui non sono abituato. Il batterista tutto a sinistra. Beh, tra i suoni dell’intro registrato di The Thirst, dal debutto “Blue Print Of The World” (1994), hanno preso posizione e dato il via all’esibizione. The Thirst è stata una bella sorpresa. Il pezzo d’apertura del primo album della band. Ve lo immaginate i Dream Theater che aprono il loro show con A Fortune In Lies? Te lo immagini, no? Il suono ha fatto i capricci per tutto il brano, perché il “mixerista” non è riuscito ad accordare il bassista Ed Platt, e così il basso sovrastava il suono della band dall’inizio alla fine. Impossibile sentire distintamente cosa facessero chitarra e tastiere. Subito dopo The Thirst sono passati all’ultimo album “Tug Of War” (2003) con Sinking Sand, guidata da un ritornello più morbido e sensuale e da un eccezionale assolo di chitarra nel finale. Qui il suono di tutti gli strumenti si è finalmente bilanciato. Poi è arrivata la mia preferita, Monday da “Blink Of An Eye” (2002). Il cantante Ted Leonard ha preso in mano la chitarra. Se in Monday accompagnava Doug rigorosamente solo con gli accordi, in Progtology Ted si è rivelato non solo un cantante eccezionale, ma anche un ottimo chitarrista. Non è nemmeno una vera sorpresa, visto che sono tutti polistrumentisti e tutti compongono, ma Ted ha superato le mie aspettative nel dominio della chitarra. Progtology ha un motivo principale piuttosto ostico, non riffato sugli accordi ma scomposto, e le dita devi averle allenate parecchio per mantenere un suono pulito ad alta velocità. Naturalmente il pezzo è uno strumentale puro, quindi Ted ha potuto dedicarsi alla chitarra al cento per cento. La band si è scaldata definitivamente dopo il fragoroso applauso raccolto con lo straordinario assolo di chitarra di Doug. Poi è arrivata una vera e propria sensazione. Il brano My Gavel Hand (“Break”, 1998). Per struttura è piuttosto atipico per gli Enchant. La linea vocale è difficile, con una melodia a cui devi avvicinarti con un feeling totale per convincere chi ascolta. Ted, che nel frattempo aveva già inzuppato di sudore la maglietta, ha fatto il suo in grande stile, non solo da cantante ma anche da attore. I ragazzi non si sono dimenticati di Below Zero da “Wounded” (1996), che evidentemente amano suonare dal vivo. Ha rimesso in moto la folla. Comatose, dal nuovo album, ha dato alla scena un tocco di classe. Voce sofisticata e approccio morbido attraverso una melodia sensuale hanno portato l’atmosfera a un altro livello. Quando sono entrati batteria e basso, ho capito che era più o meno il culmine dell’esibizione. Un brano fantasticamente strutturato, che irradiava un’energia enorme e confermava l’altissimo affiatamento della band. Anche il nuovo tastierista Bill Jenkins sul palco sembrava far parte degli Enchant da dieci anni e non da appena sei mesi. La parte regolare era finita. Il pubblico non nascondeva l’entusiasmo, gli Enchant sono tornati per il bis e hanno chiuso un’ottima esibizione con Oasis dal loro debutto. Peccato che i ragazzi abbiano dovuto accorciare il repertorio di un brano. Per problemi di tempo hanno dovuto togliere dalla scaletta What To Say (“Juggling 9 Or Dropping 10”, 2000), che, come ha detto Ted Leonard dopo il concerto, è proprio il suo pezzo preferito degli Enchant. In compenso, a sentire lui, My Gavel Hand a Monaco di Baviera è stata suonata dal vivo per la prima volta in assoluto.
Spock’s Beard. Come gran parte della sala, aspettavo questo momento con impazienza. A Guy Named Syd ed eccoli qua! Apertura funky a tutto groove! Dave Meros alle tastiere? Ehi? No, no, errore. Quella base fragorosa d’apertura che rende il pezzo così groovoso, Dave l’ha suonata su un bass synthesizer. Ma dove diavolo è Nick, dovrebbe stare dietro la batteria, e chi diavolo è quel tappetto dietro il set di batteria a sinistra, accanto a quello originale della band? Nick è arrivato sul palco da solo, a passo di carica, scatenato, tronfio, carico a pallettoni. E quando si sono rovesciate le raffiche dei suoi versi lo guardavo come inchiodato. Si comportava da adolescente strafottente che prenderebbe a pugni in faccia chiunque. Faceva parte della sua splendida interpretazione. La parte iniziale del brano (sezione: Same Old Story) mette in scena l’io di Sid. E Nick sul palco era davvero Sid, il monello. In un attimo però ha ribaltato l’atmosfera appena creata con il verso “…I used to be a honest man….” Sottile, quasi narrato, con un colore di voce completamente diverso. Anche la recitazione era tutt’altra. Sid ora osservava le proprie azioni, ne era consapevole,…., consapevole del proprio culo egoista. Fenomenale. Segue l’esplosione dell’organo di Ryo e quel drive alla Deep Purple che ha riacceso il pubblico. Gli Spock’s Beard sono la band rock più spontanea sul palco che io abbia mai avuto la fortuna di vedere dal vivo (in questa) vita. Si prendono continuamente in giro, si preoccupano continuamente di garantire divertimento assoluto e casino in sala. Sembrano una piccola famigliola felice, piena di luce e di vibrazioni positive. Niente patetismo da ubriaconi, niente autocommiserazione. Non sono professionisti tipo i Whitesnake di Coverdale, dove il tizio assolda musicisti costosi che si vendono sul palco sotto il nome Whitesnake e suonano di routine quello che gli viene ordinato. Gli Spock’s Beard sono l’estremo opposto del professionismo. Come ritrovarsi in mezzo a cinque (contando il simpatico Jimmy Keegan) bambini con la testa piena di “scemenze”. Una vera fratellanza!
Sul palco, infatti, i ragazzi sono sinceri come possono esserlo solo i bambini che non hanno mai varcato la soglia di una scuola, dove più o meno raffinatamente, fino a brutalmente, ti lavano il cervello a forza di intimidazioni, di cui ognuno di noi sente (per lo più inconsapevolmente) le conseguenze. Con la loro scioltezza e senza un briciolo di spocchia si sono avvicinati al pubblico in modo fenomenale, immedesimandosi con lui.
Magia! Sincerità! Divertimento! Follia, vera follia spontanea, per miseri 20€. In un pezzo con un ruggito da elefante passato attraverso gli effetti di Ryo e sorretto da un vero inserto di percussioni etno-afro (quarta parte: Judge), Nick e Al si inseguivano a vicenda sul palco, e Al con la sua chitarra, la maglietta gialla e i pantaloni di pelle aderentissimi era di una comicità davvero sbalorditiva. Al con i suoi “occhialetti” a lenti arancioni piazzati quasi sulla punta del naso, la presa rigida a tre dita sulla chitarra e una Fender rossa consumata, a prima vista ricorda davvero il chitarrista jazz Bill Frizell. Il tipo non usa il plettro. In compenso usa sempre un sustain marcatissimo, e per questo i ragazzi lo chiamano, mezzi per scherzo, “Al Sustaniac”. Il ragazzo è riuscito davvero a costruirsi uno stile e un approccio musicale tutti suoi. Nella postura, nell’uso della mano destra, nell’uso del wah e del sustainer. Allo stesso tempo è così buffo che ti fa ridere fino alle lacrime. Carisma pazzesco!
Il New Backstage ha un ventilatore gigantesco (almeno quello, visto che tutto il resto è piccolo) che sembra un frigorifero. Dev’essere vecchio di secoli, perché rimbomba come il fragore delle onde del mare. E nelle pause durante un pezzo o tra un pezzo e l’altro questo “sciabordio” del ventilatore sovrastava tutta la sala, cosa che all’inizio dava fastidio alla gente, poi hanno cominciato a divertircisi. A noi veniva ancora più da ridere quando Al dal palco ha cominciato a guardare incuriosito verso la folla, chiedendosi che diavolo ci fosse di così divertente. Sarà mica lui il buffo? Ma figurati, anche senza sforzarsi. E quando ha colto la battuta, ha affibbiato al New Backstage il lusinghiero titolo di locale con la lavatrice più grande. Nel finale incandescente anche Nick, in quanto batterista originale della band, si è seduto alla sua fortezza di tamburi e ha sparato le battute conclusive del pezzo.
Dopo venti minuti di tempesta è arrivato un brano del repertorio più vecchio, Thoughts, con le strofe principali cantate in coro da Jimmy, Nick e Ryo. Poi i ragazzi hanno calmato la sala con il valzer Shining Star, in cui si è messo in luce soprattutto Dave con il suo “Rickenbacker” (modello 4001) e lunghi slide lungo il manico del basso. È seguita la saltellante East Of Eden, West Of Memphis, con Nick che è saltato dietro la batteria nella seconda metà del pezzo, quella in cui Al e Ryo hanno la parola principale negli assoli. Un piacere guardare la comunicazione, anzi lo stretto contatto visivo, tra Ryo e Nick, con Ryo che si scatenava sull’organo e Nick che completava con perfetto incastro i suoi fantasticamente conditi, succosi e pieni passaggi di batteria. Ghosts Of Autumn è una ballata fenomenale che ti fa tremare fino al cielo. Come hanno preso in giro Dave nell’annunciare questo pezzo. “This song was written by our bass player Dave Meros!” Ladies and gentlemen, would you please welcome Mr. Dave Meros!” Dave Meros!!!” Dave era imbarazzatissimo. In qualche modo se l’è cavata: “I wasn’t the only one who wrote this song!” Ma Nick non si è fatto distrarre e ha continuato: “That’s right man, but John Boegehold is unfortunately not present, so ladies and gentlemen, would you please welcome Mr. Dave Meros!!!” Come arrossiva Dave….. Quella scena va vista, non si può descrivere a parole. Ridevo come un matto, pensando a quanto siano sinceramente spontanei questi Spock’s Beard. Dopo un’unica, sentitissima esecuzione di questa ballata i ragazzi hanno ripreso lo show con una marcia in più.
E adesso quel “drum sample” da computer, come se qualcuno picchiasse a ritmo forsennato su una lattina di cetrioli. L’euforia (Feel Euphoria) ha travolto la sala. “Ryo is rock’n’roll!!!” ha urlato Nick, entusiasta della performance del collega, alla fine di un pezzo pieno di eruzioni psichedeliche in cui un Ryo totalmente dentro la parte si appendeva con tutte le forze alle tastiere. L’atmosfera ha cambiato di nuovo tono con la bellissima composizione Bottom Line. Nick ha preso in mano la chitarra acustica, come in Shining Star. Tutte le parti acustiche le ha suonate Nick. Nick non è Phil Collins, come speravo in silenzio, ma suonava la batteria e cantava separatamente, mentre Phil ai suoi tempi faceva le due cose insieme. Del resto gli Spock’s Beard non sono nemmeno i Genesis. È probabile che Jimmy Keegan diventi un ospite fisso dei tour degli Spock’s Beard anche in futuro. I ragazzi hanno tolto dalla scaletta la funky Onomatopoeia. All’inizio del tour, infatti, la suonavano. A Monaco di Baviera ce la siamo cavata ancora a buon mercato, perché qualche giorno prima a Berlino avevano saltato, oltre a Onomatopoeia, anche Ghosts Of Autumn e perfino Feel Euphoria. Il perché ha due spiegazioni. Secondo la prima, per limiti di tempo. Secondo la seconda, perché durante lo show di Berlino Alan si sarebbe sentito malissimo, visto che di prima mattina gli avrebbe fatto visita la tigre, come si dice dalle nostre parti (e sì, parliamo di intestino).
Finalmente è arrivato il cambio di repertorio (almeno per quanto riguarda la discografia) e i ragazzi si sono spostati sull’album “Snow” (2002). E precisamente sul secondo disco di questo doppio album, da cui hanno suonato un medley indimenticabile e folle. L’hanno aperto con Second Overture, che si è riversata nel fenomenale gioiello d’alta atmosfera I’m the Guy, poi dopo Reflection e Carrie hanno sparato la saltellante Freak Boy (pt. 2) e hanno spinto senza compromessi il tempo attraverso Devil’s Got My Throat Revisited e Snow’s Night Out.
Il medley è stato in generale il culmine del concerto, con un suo culmine dentro il culmine. Il brano Ladies And Gentlemen, Ryo Okumoto On The Keyboards, dove a Ryo è partito il cervello. Il tipo aveva già provato più volte a ricoprirsi con il set delle sue tastiere, tanto era dentro la parte, ma stavolta c’è riuscito davvero. Nel momento in cui si è “staccato” del tutto, ha rovesciato il supporto principale, ovviamente con tutta la pila delle sue tastiere. La gamba destra del supporto si è spezzata due volte. Ryo ha portato a termine da sdraiato il suo momento orgasmico. Ovviamente i ragazzi hanno tirato un po’ il fiato, due “roadie” hanno in qualche modo rincollato la gamba del supporto, che poi ha funzionato bene fino alla fine del concerto. Però ora uno dei “roadie” doveva reggere il supporto fino alla fine dello show. È seguito un inserto solistico, ovvero un duello di batterie tra Jimmy e Nick. Incredibile cosa sa fare il piccolo Jimmy. Il set di batteria era pieno delle sue braccia, i piatti giravano come un disco in un juke-box. Da quel che ho visto, Jimmy batte Nick in velocità, dato che Nick proprio non riusciva a ripetere certe sue acrobazie. Un divertimento stupefacente e indimenticabile. Te lo devi vivere!
Poi i ragazzi hanno chiuso la parte principale del concerto sparando ancora una volta il ritornello di Devil’s Got My Throat e finendo con uno splendido fade out che non voleva più finire. Durante il medley Jimmy Keegan ha messo in scena uno stage dive pazzesco. Alla Peter Gabriel si è “sdraiato” di schiena sulle mani del pubblico, che lo ha portato praticamente fino al bancone del bar dall’altra parte della sala e poi di nuovo sul palco.
Nel bis hanno finalmente avuto la loro parte gli amanti dei classici degli Spock’s Beard. The Doorway e Go The Way You Go hanno insaporito al massimo l’esibizione, la gente ondeggiava, si divertiva, gioiva e shakerava a più non posso. La comunicazione della band con il pubblico è stata eccezionale per tutto lo show. Gli Spock’s Beard hanno chiuso in grande stile la loro esibizione, durata in tutto quasi due ore e mezza. Senza errori, rilassatissimi, senza un briciolo di spocchia. Una band così “simpatica” e sorridente non l’avevo mai vista dal vivo. La mia euforia post-concerto alla Spock’s Beard sembrava non finire più. È una band che con la sua esibizione conquista e incanta davvero chi ascolta, grazie a un sincero amore per la musica. I ragazzi non hanno freni. Sul palco funzionano secondo il principio: “Fai quello che ti pare!” Per questo il concerto è tremendamente imprevedibile, perché non sai mai cosa combinerà uno di loro. La band ha offerto solo vibrazioni positive, tanto che ci siamo davvero ricaricati le batterie a dovere per il ritorno alla realtà.
Setlist
Enchant:
1. The Thirst
2. Sinking Sand
3. Monday
4. Progtology
5. My Gavel Hand
6. Below Zero
7. Comatose
—bis—
8. Oasis
Spock’s Beard:
1. A Guy Named Sid
2. Thoughts
3. Shining Star
4. East Of Eden, West Of Memphis
5. Ghosts Of Autumn
6. Feel Euphoria
7. Bottom Line
8. Snow Medley:
a.) Second Overture
b.) I’m The Guy
c.) Reflection
d.) Carrie
e.) Freak Boy (pt.2)
f.) Devil’s Got My Throat Revisited
g.) Snow’s Night Out
h.) Ladies And Gentlemen, Mister Ryo Okumoto On The Keyboards
i.) duello di batterie (Nick vs. Jimmy)
j.) Devil’s Got My Throat (re-) Revisited
—bis—
9. The Doorway
10. Go The Way You Go