Nel loro show da sogno gli Arena non si sono dimenticati di niente, nemmeno di Moviedrome (2008)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Thunder Road / Codevilla (Pavia) / Italia
Data del concerto: 08.04.2008
Spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 15,00€
Praticamente appena tornati dal drammatico viaggio in Portogallo, dove nell’ambito di un art rock festival di due giorni gli immortali pionieri del progressive rock Van Der Graaf Generator hanno sfoderato una di quelle esibizioni indimenticabili che hanno fatto rivivere la magia dell’età d’oro del genere, a Milano ci aspettava già un altro incontro, con alcuni dei rappresentanti più raffinati della musica di alto profilo artistico. I britannici Arena, band di culto del neo prog, nonostante il profilo vergognosamente basso che più o meno ancora oggi hanno nei media di massa (sulla distribuzione dei loro dischi dalle nostre parti è quasi inutile sprecare parole), sono oggi una delle formazioni progressive più apprezzate tra i buongustai musicali capaci di apprezzare il loro mix unico di imprevedibilità, arrangiamenti sinfonici drammatici, passaggi di chitarra incisivi, testi eccellenti e una voce possente, di solito carica fino all’orlo di fuoco melodrammatico. I loro concerti non si distinguono solo per le esecuzioni eccellenti, per l’armonia straordinaria tra i singoli strumentisti e per la preparazione tecnica fuori dal comune, ma anche per la teatralità del carismatico cantante Rob Sowden e per l’incredibile energia che riescono a creare tra palco e pubblico.
Con i loro ultimi lavori gli Arena si sono allontanati parecchio dai classici concetti neo prog degli anni ’80, creando un suono del tutto personale che, oltre agli elementi del prog classico, contiene anche tanti orpelli chitarristici e ritmici che di solito si trovano nel progressive metal. Anche la loro poesia, piuttosto cupa, spesso psicologica e attenta alle questioni sociali, li rende ben diversi dai soliti standard del neo-prog lirico dall’indole allegra, tipo Pendragon o The Flower Kings. I meriti principali per l’evoluzione che ha portato gli Arena a essere ciò che sono oggi, e per la loro crescita da progetto collaterale nato a cavallo degli anni ’90 (che contribuì alla rinascita e al ritorno d’interesse per la nuova ondata di progressive rock), vanno al mago delle tastiere Clive Nolan, che ogni tanto si guadagna il pane anche con i Pendragon, e al batterista Mick Pointer, che ancora oggi non ha digerito il suo licenziamento dalla versione originale dei Marillion, band che, molti non lo sanno, è stato proprio lui a fondare. Dall’album “The Visitor” (1998) in poi, che agli occhi di molti fan della band è il loro migliore, un fattore importante del loro suono è anche l’instancabile stakanovista musicale, chitarrista e occasionale cantante John Mitchell, che nel “tempo libero” suona anche negli It Bites, dove ha sostituito Francis Dunnery, e in passato è stato membro di act come John Wetton, Frost, Kino, The Urbane, Blind Ego, eccetera. Dopo i continui cambi di formazione degli anni ’90, gli Arena sono stabili dall’album “Immortal” (2000) e suonano con la stessa line-up, in cui col tempo è sbocciata una magia in studio e dal vivo davvero incredibile, di cui abbiamo potuto (ri)convincerci anche al loro concerto nella sala milanese del Thunder Road.
Appena si è presentata la prima occasione per rivederli (la prima volta era stata tre anni fa a Vienna, quando si erano esibiti per il loro decimo anniversario presentando l’album “Pepper’s Ghost” (2005)), abbiamo deciso che questo evento non dovevamo perdercelo. Nonostante il viaggio piuttosto lungo e faticoso fino a Milano e il fatto abbastanza strano che il concerto fosse annunciato solo per le 23. Considerando che prima dell’inizio del tour erano state annunciate in tutto solo otto date, tutte tranne Milano in posti estremamente fuori mano, questa era davvero un’occasione unica per rivedere la band, che personalmente avrei seguito volentieri per tutto il tour, se il tempo e i soldi lo avessero permesso. Il fattore decisivo che ha fatto pendere la bilancia verso Milano è stato senza dubbio il via libera a un’intervista con i membri della band.
Il merito è tutto del signor Pointer, che si è dimostrato un vero professionista e allo stesso tempo ci ha conquistati tutti e tre con la sua gentilezza e disponibilità. Quando, all’ora più o meno concordata per l’intervista, siamo arrivati sul “luogo del delitto”, il tutto aveva un’aria piuttosto triste, come di solito vuole la tradizione dei locali per concerti italiani, che da lontano sembrano più che altro depositi abbandonati di materiali edili. I timori suscitati dall’atmosfera di totale abbandono sono stati spazzati via da un pullman parcheggiato con targa gallese. John Mitchell e il bassista Ian Salmon, a detta del sarcastico Mick il gemello sportivo della formazione, erano proprio nel pieno del loro riscaldamento pomeridiano, reso parecchio difficile dall’acquazzone e dall’isolamento generale del posto. Dopo esserci accordati con Mick sull’ora dell’intervista, ci siamo goduti con entusiasmo il soundcheck e la bancarella con i loro prodotti. Nell’aria è presto calata un’atmosfera di straordinaria familiarità. Cosa confermata anche durante l’intervista, dove erano a disposizione proprio tutti i membri della band, anche se la chiacchierata era concentrata sui due capi del gruppo. Dopo l’intervista c’era ancora tempo a sufficienza per concederci dei veri spaghetti italiani, vegetariani ovviamente. Quando siamo tornati, in sala il fermento era già alto, ma ancora lontano dai desideri di Mick in fatto di presenze. Sul palco già da un po’ c’erano gli VIII Strada, la band spalla locale, formata per lo più da giovani “puledri”, che suonava un prog metal di impronta tecnicista, un po’ nello spirito dei Dream Theater. Suonavano solo strumentali e dimostravano soprattutto una buona preparazione tecnica, ma solo con quello, ovviamente, non potevano entusiasmarci più di tanto. Hanno comunque lasciato un’impressione ben migliore dell’orribile gruppo spalla austriaco che aveva aperto per gli Arena tre anni fa a Vienna e l’anno scorso per gli IQ.
L’arrivo degli Arena l’abbiamo atteso davanti al sipario chiuso, sulle note preregistrate della popolare classica da cavalleria “William Tell Overture”, che non era strettamente necessario far girare per intero, anche se ha contribuito non poco ad alimentare la tensione dell’attesa del pubblico. E poi si è cominciato sul serio. Gli Arena non potevano scegliere un pezzo più adatto per salire sul palco dell’ancora popolarissima ed elettrizzante “Welcome To The Cage” dall’album “Pride” (1996), che fin dal primo colpo ha “dato fuoco” a tutti quelli nelle prime file. Per i concerti degli Arena negli ultimi anni è tipico che la scaletta sia cucita attorno ai loro due album (concept) più amati, cioè “The Visitor” e “Contagion” (2003), da cui di solito suonano diversi pezzi di fila. Stavolta hanno bilanciato abbastanza bene i due album per numero di brani, con un’enfasi appena maggiore su “Contagion”. All’atmosfera un po’ più cupa e al confronto con il misterioso “visitatore” hanno pensato i sempre ottimi “Crack in the Ice” e “Double Vision”. Dopo qualche iniziale riserbo la band si è pian piano sciolta e ha trovato la giusta frequenza comune. Dopo l’eccellente esecuzione della mistica classica “Midas Vision” Clive ha già potuto lodare il pubblico come “molto meglio di quello della sera prima”. L’album “Contaigon” è stato introdotto dall’ottimo strumentale “This Way Madness Lies”, dove abbiamo potuto ammirare, tra le altre cose, le incredibili capacità dei singoli strumentisti. In particolare le dita fulminee di Clive che macinano tasti sui sintetizzatori, nel vero spirito della scuola tastieristica di Wakeman, e gli assoli per lo più “piagnucolosi”, sempre riconoscibilissimi, di Mitchell.
Il concerto si è un po’ calmato con “On The Edge Of Despair”, originariamente dall’EP “Contagium”, che includeva anche la chitarra acustica. Clive l’ha presentata con parole sarcastiche, dicendo che “a volte la vita fa uno scherzo crudele e porta la gente sull’orlo della disperazione. Come, per esempio, il pubblico di perdenti a una partita di calcio tra Roma e Manchester”. Non sembrava che la cosa facesse ridere qualcuno degli italiani. Dopo la graduale quiete è arrivata di colpo una bomba di fuoco in pieno viso, nella fenomenale versione della classica “Witch Hunt”, che con la sua struttura tempestosa ha aperto in modo estremamente drammatico la serie di pezzi dall’album “Contagion”. Chiunque fosse nelle prime file non poteva più restare completamente fermo. Alla “caccia alle streghe” sono seguite le non meno potenti e fortemente drammatiche “Skin Game”, “City Of Lanterns” e “Riding The Tide”.
Dopo “Tears In The Rain”, con cui sono tornati all’album “The Visitor”, è arrivato il primo picco della serata con “The Hanging Tree”, una delle composizioni più belle e drammatiche della storia della band. Il perfezionista del suono Mitchell si è occupato dell’accordatura della chitarra praticamente prima di ogni pezzo, ma alla fine anche lui si è sciolto alla grande e verso la fine del concerto ha mostrato un’energia sempre più alta e perfino qualche mossa dal sapore atletico, di quelle che probabilmente tira fuori più spesso con gli It Bites che con gli Arena. La figura centrale del palco era però nientemeno che il sempre carismatico cantante Rob Sowden, che non ha dimenticato nemmeno i suoi costumi, come sempre ricchissimi, per i singoli pezzi (un’abitudine teatrale ripresa in gran parte da Peter Gabriel e Fish). Così nei suoi costumi in certi momenti ricordava il conte Dracula interpretato da Gary Oldman (a cui del resto somiglia davvero un po’), il conte di Montecristo e un personaggio futuristico, tipo da Matrix, quando in pieno “Moviedrome” indossava gli occhiali fluorescenti. Tra un pezzo e l’altro Rob si è rivelato anche un chitarrista acustico molto solido, cosa che non è un segreto per chi segue pure la sua carriera solista e ha sentito l’album “Dark Places”, uscito con il nome della sua band di rock alternativo Solar.
L’atmosfera cupa e parecchio melo-drammatica è proseguita con “Don’t Forget To Breathe”, con cui per quella sera hanno chiuso con entrambi i concept. “Chosen”, che parte con un crescendo drammatico, dove Rob è comparso per la prima volta in tenuta futuristica e dove Mitchell ha di nuovo servito qualche passaggio salato in stile metal, ha di nuovo elettrizzato bene la sala, come già “The Witch Hunt”, e ha ricordato ai presenti “Immortal”, un altro album splendido degli Arena, che nei suoi versi riflette le principali anomalie della società moderna. Nel frattempo Clive ha scherzato più volte anche sul tipico “pubblico prog”, come al solito composto per lo più da uomini anziani e di mezza età, che ignorava il bancone del bar e le bevande. Ovviamente nemmeno stavolta ha potuto fare a meno dei suoi bastoncini profumati con cui scacciava i “cattivi odori”. Verso la fine della parte regolare è arrivato il momento di due brani più recenti, “Bedlam Fayre” e “Smoke and Mirrors”, dal più recente album degli Arena, “Pepper’s Ghost”. Entrambi hanno ricordato ai presenti che anche questo album, nonostante la sua natura marcatamente metal, sta tranquillamente a fianco dei loro lavori migliori.
E poi è arrivato il momento della serata che la maggior parte dei presenti aspettava con impazienza – l’esecuzione dell’epica di quasi 20 minuti “Moviedrome”, una delle composizioni più rifinite, complesse e profonde della loro carriera, che di certo non è uno scherzo suonare in tutta la sua magnificenza. Con i suoi numerosi cambi di tempo drammatici, le complesse sezioni strumentali e gli sbalzi d’atmosfera, “Moviedrome” è stato senza dubbio il culmine della serata e il momento in cui tutta la sala ha respirato all’unisono con la band. I membri degli Arena, già prima dell’inizio del tour, ci avevano scherzato su alla grande a proposito dei giornalisti e dei fan che nelle interviste gli chiedono quasi di continuo se suoneranno questo pezzo fantastico, ma difficilissimo. Così hanno sottotitolato il tour e i pass stampa con la frase “yes, we are playing Moviedrome”. Pratico, niente da dire.
Ovviamente non poteva mancare il bis obbligatorio, che non era altro che l’eccellente “Solomon”, originariamente dal loro debutto “Songs From The Lions Cage” (1995), un altro di quei loro splendidi epici mistici che non smettono di entusiasmare. Rob, a metà pezzo, durante la sezione strumentale, è sceso dal palco dritto in mezzo al pubblico e si è unito a due “pazzi” sloveni e a un connazionale bello brillo (con ogni probabilità l’unico brillo in sala), che comunque si occupava della vendita dei dischi, nel loro ballo selvaggio. Ma nessun concerto degli Arena sarebbe completo senza la chiusura con “Crying For Help VII”, la parte più amata della serie epica di brani intitolata “Crying For Help”. È il momento finale in cui il pubblico riceve dai membri della band l’invito a dare una mano con i ritornelli. Stavolta non c’è stato nessun problema a spingere il pubblico ad alzare il volume, e a distinguersi sono stati soprattutto tre maniaci dalla Slovenia.
Il concerto degli Arena a Milano posso definirlo senza nessuna esagerazione una dimostrazione di pura perfezione, di quelle che sanno creare solo i migliori musicisti e i veri maestri del mestiere, con tre picchi della serata nelle esecuzioni di “The Hanging Tree”, “Moviedrome” e “Solomon”. La scelta dei pezzi era parecchio diversa da quella di tre anni fa a Vienna, cosa altrettanto piacevole. L’impianto audio era praticamente impeccabile. Lo stesso vale per il livello tecnico delle singole esecuzioni, anche se Mitchell una o due volte ha sbagliato di mezzo tono sulla chitarra, ma sono dettagli da pignoli, notati solo dalle orecchie più affilate. Alcuni dicevano anche che Mick dietro la batteria verso la fine del concerto sembrava piuttosto imbronciato, come se qualcosa non gli andasse a genio, anche se io personalmente non me ne sono accorto. Il suo invito a bere qualcosa dopo il concerto è purtroppo slittato a un’altra volta, perché per un bel po’ dopo lo show non si è visto in giro e a quanto pare era davvero un po’ di cattivo umore.
L’ora era ormai tarda e ci aspettava ancora una lunga strada verso casa, anche se la maggior parte di noi si sarebbe unita volentieri al pullman della band diretto ad Aschaffenburg, in Germania. Vedere gli Arena è valso più che mai la pena, è stata un’altra esperienza live a modo suo, e chiunque abbia i loro album in collezione e abbia rinunciato al concerto soprattutto per la distanza troppo grande può dispiacersi davvero di non essere stato quella sera all’incontro con questa band meravigliosa, che continua a restare un segreto ben custodito di pochi buongustai musicali. Quest’ultima cosa, nonostante i sogni di Mick di concerti in grandi arene e stadi, nel loro caso è molto meglio così. In fin dei conti una band che si chiama Arena non ha proprio bisogno di nessuna arena per essere davvero grande, visto che la strada musicale che si sono lasciati alle spalle li mette già adesso tra le più grandi band prog rock di oggi, successo commerciale o no.
Testo: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
1. William Tell Overture (intro)
2. Welcome to the Cage
3. Crack in the Ice
4. Double Vision
5. Midas Vision
6. This Way Madness Lies
7. On the Edge of Despair
8. Witch Hunt
9. Skin Game
10. City of Lanterns
11. Riding the Tide
12. Tears in the Rain
13. Hanging Tree
14. Don’t Forget to Breathe
15. Chosen
16. Bedlam Fayre
17. Smoke and Mirrors
18. Moviedrome
—bis—
19. Solomon
20. Crying for Help VII.
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