Glam Festival con i Pretty Boy Floyd, ovvero alla riscoperta dell’underground sleaze/glam rock (20

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Luogo: Ke Me Meo klub / Argelato (Bologna) / Italia
Data del concerto: 04.10.2008
Numero di spettatori: 300
Prezzo del biglietto: 20,00€

Domenica 05.10.2008 io e Poba, dopo tre giorni di metal per me a Kranj e una maratona di concerti altrettanto lunga, sempre tre giorni, in giro per varie location, abbiamo deciso di concederci ancora un salto a Bologna, anzi ad Argelato, a due passi da Bologna, dove in compagnia di altri undici maniaci del glam dalla Slovenia ci siamo goduti l’evento chiamato Glam Festival. E cosa si nascondeva davvero dietro queste due parole? Andiamo con ordine.

Con sei band in cartellone e pure una specie di elezione di “Mister & Miss Glam” (qualunque cosa fosse), il concerto è iniziato prestissimo e così, nonostante fossimo arrivati al locale già alle 18.00, ci siamo persi la prima band di supporto, i Jolly Roxx, e buona parte dell’esibizione dei tedeschi Hollywood Teazse, il cui Hollywood/bubblegum/punk (come mi hanno spiegato poi look e genere da un’intenditrice) non faceva proprio per me. Conciati com’erano, sembravano in pigiama: davano l’impressione di andare a letto, non sul palco.

SNAKEZ:
Ma poco dopo sul palco c’è stata una svolta! Sono saliti infatti la band conciata nel modo più selvaggio che abbia mai visto in vita mia – gli Snakez. Il frontman è la fotocopia dei primissimi Lizzy Borden, sia come voce che (soprattutto) come look, e anche la musica non è affatto lontana dai leggendari americani. Un glam/heavy tagliente (i paragoni con l’album Shout at the Devil dei Mötley Crüe ci stanno tutti) con voce graffiante e chitarre ruggenti era una carezza per le orecchie, e così, dopo il concerto degli Skid Row di un anno fa, per la seconda volta sono rimasto piacevolmente spiazzato dalla qualità di una band hard’n’heavy italiana. Sarebbe bello se in Italia band come, che so, gli Snakez riuscissero presto a spodestare dal piedistallo gruppi palloidi tipo i Rhapsody of Fire e compagnia…

Dopo gli Snakez, un’altra festa per gli occhi! Tre belle ragazze glam sono salite sul palco e, vestite da coniglietta, per una quindicina di minuti hanno ballato sulla musica dei Warrant. Panorama graditissimo soprattutto dalla parte maschile del pubblico, che però, come sempre, è passato fin troppo in fretta. Evidentemente l’organizzatore del festival, Bologna Rock City, aveva pensato a ogni dettaglio, non c’è che dire!

BRITNY FOX:
Poi sul palco sono saliti i Britny Fox, ovvero il bassista originale di questa band di Filadelfia, Billy Childs, e tre tizi dal pedigree meno noto, che proprio per questo facevano temere che non avremmo avuto ciò per cui eravamo venuti. Mi era venuto il sospetto che lo show dei Britny Fox non avrebbe rispettato quei criteri di qualità che permettono di portare sul palco la magia unica da studio di una certa band (in questo caso i Britny Fox). E invece i ragazzi mi hanno smentito in un attimo, regalando un concerto eccellente, in cui si è distinto soprattutto Jamie Flectcher, cantante/chitarrista ritmico piccolo e tondo, che ha tirato fuori una voce degna del leggendario Dean Davison, il cantante originale della band. Però, per sentirla, dovevi essere davvero sul pezzo e attentissimo, perché i Britny Fox avevano un suono semplicemente osceno. L’impianto era regolato decisamente troppo alto (soprattutto la chitarra completamente ronzante di Greg Polcari rimbombava in tutto il locale). A intorbidire del tutto il suono ci ha pensato pure Billy, che per tutto il tempo chiedeva al tizio addetto ai bottoni del mixer di alzare i suoi cori, che purtroppo sono parecchio più deboli di quanto lui sia padrone del basso. Così la batteria di Henry e soprattutto la voce nel mix sono quasi sparite del tutto, ovunque ti trovassi in sala (in forma appena un filo più morbida, gli stessi scivoloni sonori hanno tormentato anche tutte le band successive). Ciononostante ci siamo goduti un concerto ben suonato, dove non potevano mancare i classici Dream On, Long Way to Love, Standing in the Shadows, Livin’ On a Dream, Hair of the Dog (originale dei Nazareth) e ovviamente la classica di chiusura delle Girlschool. Un concerto più che corretto, insomma, ma senza picchi, soprattutto per via del suono scadente.

BULLETBOYS:
La seconda band in scaletta erano i BulletBoys guidati da Marc Torquien, per me personalmente la meno conosciuta e di conseguenza la meno interessante dei tre headliner. Eppure nessuna paura: tutti i dubbi si sono dissolti in un attimo, perché il quartetto ha messo in piedi per la folla uno show energicissimo, con il chitarrista Michael Thomas e il cantante/chitarrista Marc che per tutto il tempo hanno incitato la gente a partecipare, saltando e posando sul palco e intanto sfoderando, sulle loro Les Paul, numeri invidiabili e carichi di blues. Va sottolineato che Marc si è conservato benissimo per la sua età. Sono passati due decenni dai giorni di massima gloria della band e, se per questo tipo snello, senza un grammo di grasso in più, cerchi un confronto tra i suoi colleghi sleaze/glam, forse lo batte solo qualche atleta ben piazzato di Dachau, mentre gli si avvicinava parecchio, al festival, il bassista Billy Childs (Britny Fox), col suo “heroin look” alla Duf McKagan. I BulletBoys hanno chiuso il loro show di un’ora, naturalmente, con i due brani d’obbligo, noti praticamente a tutti i glamster, Smooth Up in Ya e THC Groove, quest’ultimo condito con frasi del leggendario classico degli Zeppelin Whole Lotta Love. La sezione ritmica della formazione rinnovata dei BulletBoys era completata dal bassista Rob Lane e dal batterista Ryche Green.

PRETTY BOY FLOYD:
Per il gran finale ci aspettava la festa con i re dell'”underground sleaze”, cioè i Pretty Boy Floyd. Qui viene da riflettere su quanto possano essere strane le strade dell’industria musicale. Nel 1989 i Britny Fox erano una delle band più calde, in tour in America con i Bon Jovi, mentre i Pretty Boy Floyd erano i re “underground” locali, che suonavano per qualche centinaio di persone in localini. Oggi per i Pretty Boy Floyd la situazione è rimasta invariata, mentre i Britny Fox possono permettersi un tour europeo solo come loro spalla, a conferma di quanto i fan dell’underground siano tenaci: restano fedeli alla band per sempre. I Pretty Boy Floyd sono quindi saliti sul palco in formazione originale per tre quarti, con il bassista mancante Vinnie Chas sostituito egregiamente dal giovane JK Famous. L’apertura con Leather Boys With Electric Toys annunciava l’inevitabile! Abbiamo assistito all’esecuzione integrale del loro primo album, che tra i fan sleaze è diventato, in tutti gli anni dall’uscita, un vero classico di culto. Naturalmente non poteva mancare il leggendario classico dei Crue Toast of the Town, che ha mandato il pubblico in delirio; i Pretty Boy Floyd non si sono dimenticati di aggiungere anche il pezzo Shy Diane dall’album Pornstars e una delle cover di Joan Jett. L’esecuzione in sé è stata (soprattutto sul piano strumentale) di ottimo livello: Kristy Majors e Kari Kane in vent’anni hanno conquistato alla grande ognuno il proprio strumento, mentre Steve Summers aveva evidenti problemi con la voce, e gli altri tre li salvavano con grande sicurezza con i loro cori sopra la media. Ma Steve non ha certo dimenticato le sue classiche pose, i salti sul palco e i tuffi tra i fan! Da lui oggi potrebbero imparare parecchio i suoi ex idoli, a cominciare da Vince Neil.

Abbiamo assistito a un bell’evento rock’n’roll. Band che un tempo stavano nella metà alta dei gruppi rock più famosi possono, anche in una posizione “underground” del tutto anonima, offrire ancora ai fan e rievocare il fascino del metal “glam/sleaze”, ed è in fondo questo il senso di questo tour.

In chiusura vorrei ringraziare l’organizzatore dell’evento, Emiliano di Bologna Rock City, che a un media straniero ha concesso, di corsa e in meno di 24 ore, due accrediti per il concerto: una lezione di cui potrebbero far tesoro parecchi organizzatori di concerti sloveni.

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