Living Colour – in sella a una vibrazione funk indiavolata (2008)

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Luogo: Lubiana / Cvetličarna MediaPark / Slovenia
Data: mercoledì 1/10/2008


Certe band hanno una specie di tradizione nel passare dalla Slovenia. Che ci crediate o no, i Living Colour sono tra queste. Hanno così onorato di nuovo gli appassionati di musica sloveni con la loro quarta visita in tutto. Se ripassiamo al volo le precedenti, cioè giugno 1993 (Hala Tivoli, Lubiana), luglio 2001 (Rock Otočec) e luglio 2007 (Maribor), l’ultimo show alla Cvetličarna Media Park, a mettere insieme tutti i parametri del concerto, ha avuto persino un pizzico di profumo dei giorni di gloria, quando 15 anni fa a Lubiana i quattro presentavano il loro terzo album “Staind”. Anche stavolta a farlo è stato in gran parte il pubblico, che con una presenza bella corposa ha confermato che noi sloveni i Living Colour non li abbiamo affatto dimenticati. Evidentemente il nome, con tutta la reputazione della band, ha attecchito alla grande da noi in tutti questi anni, e così in sala si sono ammassate circa 700 persone. Prima dei Living Colour, per 45 minuti hanno messo a ferro e fuoco la sala i padroni di casa Leaf-Fat.

Il quartetto Living Colour è fatto dalla testa ai piedi di musicisti che nel profondo giurano sulla tradizione jazz. Visto che questi tizi hanno il senso del ritmo innato nel sangue e adorano la “jam”, il funk diventa un mattone ben chiaro del loro linguaggio musicale. Un groove corposo è indispensabile per farti risucchiare dalla musica, quindi ci aggiungono riff di chitarra contagiosi come un veleno, di quelli che perfino i metallari più ortodossi possono invidiare; ma siccome i Living Colour sono maestri del mestiere, perfezionisti della musica e buongustai della sperimentazione, il tutto è intriso di trilioni di effetti delay, di programmazione di campioni sonori e di gite fuori porta di ogni tipo, che non risparmiano nemmeno la world music. I ragazzi sono davvero mostruosamente variegati nel loro arsenale musicale, ed è una delle attrattive principali per cui le folle accorrono ai loro concerti. Da loro emerge in modo chiaro un elemento di spontaneità e imprevedibilità, oggi piuttosto raro e perciò tanto più ricercato.

A Lubiana i Living Colour sono tornati dopo 15 anni esattamente nel punto in cui ci avevano lasciati allora (ve lo ricordate? Era il giorno dopo il concerto dei Faith No More, sempre a Lubiana). Con il brano Auslander! I ragazzi sono così dannatamente affiatati che è difficile far uscire dai binari qualcuno di loro. La voce di Corey Glover è ancora incredibilmente conservata, funziona più che alla grande e il tipo non risparmia ancora per niente il suo carisma e la forza con cui in un attimo si porta dalla sua parte l’attenzione del pubblico. Vernon Reid, chitarrista totalmente fuori dagli schemi che, tra tutti i progetti e le band in cui suona, proprio con i Living Colour è quello più “ascoltabile” per la massa, durante il concerto ha infilato di continuo nei motivi di base accordi che sapevano parecchio di trucchi jazz, e perfino le linee nei passaggi le ha storte il più possibile in quel modo. Per tutto il tempo “alla Reid” fino al midollo, senza compromessi e in estasi. La coppia ritmica Calhoun/Wimbish è un capitolo a parte nella scena musicale e quando li metti insieme, l’espressione musicale finale raggiunge una qualità che si avvicina tantissimo all’ideale musicale. L’intesa tra i due sembra una trance: c’è lo spezzare imprevedibile dei ritmi nei punti di passaggio, e non solo. Anche dentro i ritmi di base. Insomma, i ragazzi hanno sparato senza freni da tutti gli arsenali a disposizione, pieni di sapere musicale e di esperienza inestimabile. Ed è proprio per questo che li amiamo di più!

I Living Colour hanno costruito il repertorio a gusto del pubblico, il che significa che la parte del leone l’ha fatta il primo disco “Vivid”, a cui hanno aggiunto soprattutto pezzi da “Time’s Up” e “Staind”. In scaletta è finita anche Bless Those, un brano del tutto nuovo che avevamo già sentito l’anno scorso al concerto a Vrba, in Carinzia, e il tutto ha avuto un sapore ancora più nostalgico per chi aveva visto la band nel 1993 alla Hala Tivoli, quando i ragazzi nel bis si erano buttati sulla cover dei Clash Should I Stay Or Should I Go.

In mezzo a tutto questo non poteva certo mancare l’elemento di divertimento scanzonato per cui la band è del resto famosa. Stavolta a divertire i presenti è stato soprattutto Doug Wimbish, che durante le pause lanciava dai suoi aggeggi computerizzati sul palco effetti di cani che abbaiano, facendo ridere soprattutto sé stesso mentre osservava le reazioni degli altri tre membri della band sul palco.

Durante le jam più lunghe che decoravano l’ossatura dei brani, Corey ha fatto un bel po’ di giri di ronda sul palco per ammazzare il tempo in quei momenti di scatenato svolazzare sperimentale dei compagni d’armi. I Living Colour sono infatti veleno soprattutto per i metallari che vogliono sputare fuori sul palco una copia identica di quello che hanno inciso in studio, intrappolato sul nastro. Proprio questo fregarsene degli schemi consolidati allontana la band da tutto ciò che si conosce su questo pianeta e la rende maledettamente unica e inimitabile. Anche se hanno 15 anni in più, non fanno fatica a far saltare in piedi la massa, perché l’atmosfera che creano, soprattutto grazie alla potenza ritmica invasiva, è letteralmente ipnotica.

I ragazzi hanno spaccato per due ore buone. Nelle prime file, dove (di nuovo, irrefrenabilmente) mi sono infilato anch’io, il suono era molto distorto. Reid era troppo alto e così Glover spesso non si sentiva bene. Dietro (più verso il bancone) e nel palco VIP, invece, il suono, a sentire i racconti, era a quanto pare okay. Calhoun non ha dimenticato di piazzare un fantastico assolo di batteria che toglieva il fiato. Di solito pezzi così, per mancanza di originalità, rubano solo tempo al pubblico, ma nel caso di William Calhoun un momento del genere nel repertorio dei Living Colour è un obbligo assoluto, che porta il concerto della band a un livello qualitativo più alto.

La gente non ha affatto dimenticato i classici della band come Desperate People, Middle Man e, ovviamente, nel finale Cult Of Personality, che ha raggiunto la sua intensità massima con la partecipazione corale della sala. È interessante che (contro ogni aspettativa) quella che ha subìto meno modifiche tra tutti i pezzi del repertorio sia stata l’intramontabile hit Love Rears Its Ugly Head, che la band a Madrid, pochi giorni fa, quando è partita con la tournée, per esempio non l’aveva proprio suonata.

Considerando l’ottimo riempimento della sala e la partecipazione più che dignitosa del pubblico durante il concerto, che di per sé ha ravvivato la risposta della band, la quale sul palco non si è risparmiata affatto né nel gioco né nell’esecuzione, il concerto, rispetto all’esperienza molto più fiacca della visita dell’anno scorso nella austriaca Vrba, in Carinzia, nel casinò dell’hotel, è stato una vittoria su tutta la linea e un upgrade assoluto. La cosa che più affascinava in tutto questo, però, è la capacità di salire sul palco in un modo semplicissimo e risultare spontanei, genuini e imprevedibili in ogni singolo momento. I Living Colour sono infatti una formazione che non suona mai lo stesso pezzo due volte nello stesso modo (per esempio nell’arco di uno stesso tour). Spesso jam diverse confluiscono in tutt’altra canzone: la jam di una sera può finire dentro un pezzo, quella della sera dopo in un altro completamente diverso. Lo stesso vale per la scelta del ritmo, degli effetti sonori, dei campioni programmati, del modo in cui Vernon “pizzica” gli accordi. Tutto scorre di continuo, senza una forma tracciata, ma in ogni momento in piena sintonia, comandata dalla perfezione musicale unita a una dose straordinaria di arguzia e all’ampiezza di orizzonti musicali che questi ragazzi possiedono. In linea con il nome della band. Un fondersi armonioso e un susseguirsi di tavolozze di colori pieni e vivaci in giochi senza confini, dettati dalla libertà di navigare nella sperimentazione musicale.

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Mya Milharičič

Scaletta (scritta a memoria dell’autore):
1. Auslander
2. Desperate People
3. Middle Man
4. Pride
5. Funny Vibe
6. Type
7. Which Way To America
8. Operation Mind Control
9. This Little Pig
10. Bless Those
11. Glamour Boys
12. Solo Drums
13. Ignorance Is Bliss
14. Time’s Up
15. Cult Of Personality
—bis—
16. Love Rears Its Ugly Head
17. Should I Stay Or Should I Go
18. Memories Can’t Wait

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