Soulfly a Zagabria: la tosse asinina di Cavalera (2009)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: klub Aquarius / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 11.03.2009
Presenze: 550
Prezzo del biglietto: 170,00HRK

Il concerto dei Soulfly, la band guidata dal carismatico boss Max Cavalera, noto come ex membro inconfondibile dei Sepultura, era stato annunciato inizialmente alla Tvornica di Zagabria, ma all’ultimo è stato spostato al club Aquarius, che, per capienza, almeno quando si parla di concerti metal, è un posto poco azzeccato. Dove cercare i motivi? Forse l’affitto troppo alto preteso dai proprietari della Tvornica? Visto il pubblico più che soddisfacente, una buona cinquecentina di persone, stavolta è stato un vero peccato che i Soulfly non abbiano suonato almeno al Boogaloo. Ma così va…

COLD SNAP: 

I casinisti di Varaždin Cold Snap sono saliti sul palco alle 20.30 e hanno presentato la loro idea di metal come un massiccio muro sonoro groove e rumoroso, basato su un’accordatura ribassata di chitarre a sette corde, riffing thrashy a valanga e un vocalizzo tra “scream” e rap. In questa scenografia sonora hanno infilato una pletora di effetti interessanti, e la parte introduttiva è toccata addirittura a una suonata di didgeridoo. A quel punto nel club si erano radunate circa 350 persone, per lo più osservatori da lontano, ma la band è riuscita a far schizzare in aria qualche testa scatenata nelle prime file. Si avvertiva una certa freddezza da parte del cantante, che con il pubblico non è andato oltre un paio di “Hvala ljudi!”. Il volume era decisamente troppo alto. Dal microfono ai bassi, tutto spaccava, e se stavi in linea con le casse principali, anche a diversi metri di distanza, le orecchie cominciavano letteralmente a far male. La band ha suonato sette pezzi, tra cui la super amata Insurrection. Visto che i Cold Snap hanno alle spalle, tra le altre cose, anche un’apparizione al MetalCamp del 2006, mi aspettavo più scioltezza e vivacità sul palco di quella che ci è toccata. Forse ha contribuito il palco piccolo, che ha fatto sentire il sestetto un po’ stretto.

INCITE: 

Gli Incite, di Phoenix (Arizona, USA), suonano metalcore, che non ha bisogno di grandi presentazioni. È una combinazione aggressiva di raffiche di riff sparate a velocità “thrashizzata”, a cui si unisce la voce brutalmente rauca di Richie Cavalera, figlio adottivo del boss dei Soulfly, Max Cavalera. Anche gli Incite non hanno suonato più di mezz’ora e, con pezzi come Divided We Fall, Army Of Darkness e soprattutto la conclusiva Die With What You’ve Done, che ha un riff portante di impostazione classica e un tasso di melodia piuttosto alto (non esattamente la logica con cui la band intende il mestiere del metal), hanno offerto uno show carico di energia che ha risucchiato il pubblico in qualche intenso “mosh pit” sotto il palco. Il problema era ancora il suono, in cui il riffing risultava parecchio soffocato, mentre i bassi squarciavano con foga e senza pietà le membrane delle casse. Aggiungo che i membri degli Incite sono anche i tecnici che si occupano dei suoni dei Soulfly: durante la pausa li abbiamo visti prima smontare la loro attrezzatura e poi buttarsi a preparare il terreno per il concerto dei Soulfly.

 SOULFLY:

Già un ritardo di 10 minuti, per un concerto annunciato alle 22.30, lasciava intuire che la serata con Max Cavalera e i suoi compari sarebbe stata unica. La band, che l’anno scorso ha pubblicato il suo sesto album in studio “Conquer”, è in tour con questa formazione: Max Cavalera (voce, chitarra a quattro corde), l’eccellente chitarrista Marc Rizzo, che l’anno scorso faceva parte anche della formazione live dei Cavalera Conspiracy, il bassista Bobby Burns e il batterista Joe Nunez.

Dopo una breve intro l’Aquarius esplode quando sul palco compare anche Max Cavalera e la band attacca il primo pezzo di “Conquer”, Blood Fire War Hate. Cavalera è una figura da palco straordinaria. Ha un carisma incredibile e, sul palco come con il pubblico, va dritto al punto, anzi diretto. E non si è trattenuto. Stavolta nel vero senso della parola. All’inizio filava tutto normale. Cavalera ha messo subito in piedi tutto l’Aquarius e di sicuro 500 persone impazzivano all’unisono, stipate nel piccolo spazio del club.. La scaletta era fatta per lo più di pezzi dei Soulfly. Bello che Cavalera abbia finalmente dato la precedenza ai pezzi dei Soulfly rispetto ai classici dei Sepultura.

Max stavolta era iperattivo. Già durante il secondo pezzo ha rovesciato teatralmente una bottiglia di plastica d’acqua dritta addosso ai fotografi in prima fila. Con le sue tipiche gesticolazioni da stregone e il contatto visivo teneva il pubblico ben stretto a sé. Il pubblico cantava i versi all’unisono e sprigionava una vera ondata delirante di aggressività, preso da una vera euforia da concerto. La gente si abbandonava all’estasi e tutto sembrava la perfetta, autentica collisione che solo un concerto metal sa evocare. Ma… A un certo punto, verso il trentesimo minuto, i fan in prima fila hanno afferrato Max in qualche modo e hanno cominciato a tirarlo. Io ero a una ventina di metri, all’estrema sinistra, perché più vicino il pubblico impazzito mi avrebbe calpestato. Poi ho visto Max scagliare di colpo la chitarra a terra e un attimo dopo uno dei fan è salito sul palco. È intervenuto un addetto alla sicurezza, ma Max l’ha respinto e ha lasciato che il fan dividesse un po’ il palco con la band, dopodiché è arrivato il logico “stage dive”.

Da lì in poi Max sul palco non era più un performer “normale”. In una pausa si è rivolto al pubblico: “You are my fans. I watch your back, you watch my back! But don’t you ever touch my hair again!” Poi ha ringhiato contro un fan tra la folla, e anche contro l’addetto alla sicurezza, con un “Get the fuck off!”: in pratica ha cercato di mandarli via da sotto il palco. Il concerto si è trasformato in una vera farsa da palcoscenico, perché Cavalera, nei 20 minuti rimasti fino all’interruzione definitiva dello show, arrivata dopo appena 50 minuti, ha scagliato nel pubblico tutto quello che poteva scagliare dal palco.

Prima ha preso a martellare svogliatamente i piatti con il microfono, mentre un tecnico gli sistemava un nuovo microfono sull’asta. Non è bastato a placare l’ego e Max si è tolto la sua fantastica felpa dei Soulfly e l’ha lanciata tra la folla (beato chi ha ricevuto questo prezioso regalo). Ma non era ancora abbastanza. Subito dopo lo si è visto sfasciare teatralmente il manico della chitarra sulle membrane dei monitor di palco, disturbare di proposito Rizzo e Burns mentre lavoravano, e non dedicarsi più né a suonare la chitarra né a cantare. Le voci le ha coperte Bobby Burns, per quanto ha potuto; Max ogni tanto sputava qualche “growl” e in pratica portava via il microfono a Burns, impedendogli così di salvare il salvabile. Poi si è tolto la maglietta. E quando stava quasi per sbottonarsi anche i pantaloni, sul palco è volato il figlio adottivo Richie (il cantante degli Incite), che ha cercato di calmarlo, ma Max gli è sgusciato via e ha continuato a divertirsi. Qualche istante dopo qualcuno dal pubblico ha alzato in alto una maglia da calcio croata, con la celebre scacchiera. Cavalera ha fatto cenno dal palco di lanciargliela. Quando la maglia è arrivata a Max, lui l’ha spiegata verso il pubblico: sopra c’era il numero “9” di Šuker e, sopra, la scritta Cavalera.  Tutto questo massacro è andato in scena durante Frontlines e quando il pezzo è finito i Soulfly hanno lasciato il palco. In questa parte del concerto Cavalera lasciava il palco di continuo, tornava, la chitarra gli serviva solo da ciondolo decorativo e non l’ha più “annusata” nemmeno una volta.

Comunque tornano sul palco e suonano ancora un classico dei Sepultura, Roots Bloody Roots, dove naturalmente Max non ha nemmeno aperto bocca: ci ha pensato al posto suo il pubblico, surriscaldato fino al punto di ebollizione.  La ciliegina sulla torta l’ha messa quando, durante il pezzo, ha scagliato la sua chitarra tra la folla. Nello stesso istante la sicurezza si è lanciata dal palco come una pantera, ma non è andata lontano nel groviglio di gente. Non so se il fortunato che ha preso la chitarra sia riuscito a portarsi a casa questo splendido regalo, o se più tardi nel club i tecnici dei Soulfly l’abbiano pizzicato e gli abbiano tolto la chitarra pezzata di Max. Max ha continuato con la follia, ha afferrato l’asta del microfono, l’ha sbattuta con tutta la forza sul pavimento del palco e l’ha passata a uno dei fan, che proprio allora si trovava sul palco accanto a Max. Il tipo ha fatto anche uno “stage dive” durante Eye For An Eye, poi si è dileguato dal palco senza salutare. Il trio rimasto vagava confuso sul palco senza il suo boss e ha impiegato parecchi istanti per inchinarsi insieme al pubblico e salutare. Poco dopo sul palco subentrano i tecnici, che corrono qua e là a testa bassa e, visibilmente scioccati, cominciano a portare via l’attrezzatura.

Il pubblico non ne voleva sapere di allontanarsi dal palco e pretendeva il ritorno dei Soulfly. Non è successo, anche se la gente insisteva testardamente sotto il palco gridando: “Soulfly, Soulfly,…!” Alla fine è sfociato in fischi fragorosi, e dal pubblico si è sentito perfino un grido: “Cavalera! Ne dolazi nam više ovamo!!!”

Uno davvero non sa che dire davanti a tutto questo. Sei venuto a goderti l’energia dell’interpretazione musicale unica dei Soulfly e invece ti becchi una vera e propria pedata poco professionale del grande Max Cavalera dritta nei denti. Un comportamento inammissibile, che può far vacillare la carriera musicale di una persona. A salvare la baracca ci hanno pensato il perfetto chitarrista Marc Rizzo, che ha mostrato di gran lunga più impegno e azione sul palco, e Bobby Burns, che con la voce ha salvato i pezzi che Cavalera non ha voluto cantare di proposito e in modo dimostrativo.

Aggiungo anche che il suono dei Soulfly nel club durante il concerto era catastrofico. Che la chitarra di Rizzo era completamente “soffocata”. E un’altra cosa. Probabilmente Cavalera deve aver “buttato giù” una qualche combinazione miracolosa di “oppiacei e alcol” prima del concerto, perché non funzionava “normalmente” in niente. In realtà non vale nemmeno la pena sprecare troppe parole su queste misere sensazioni di grande delusione. Al massimo ricordare che il concerto dei Soulfly è arrivato l’11.03.2009, a Zagabria, con la luna piena, e sperare di cuore che Cavalera alla prima occasione si faccia perdonare degnamente dal pubblico croato per il suo grande peccato. Durante il concerto i presenti hanno infatti dimostrato un attaccamento fanatico ai Soulfly. Con le sue folli escalation sul palco di Zagabria, Cavalera un pubblico così fedele e devoto ai Soulfly non se lo meritava davvero, nemmeno nel più folle dei suoi sogni! Dimentichiamo quindi al più presto un concerto così.

Foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Blood Fire War Hate 2. Sanctuary 3. Prophecy 4. Back to the Primitive 5. Enemy Ghost 6. Tribe 7. Umbabarauma 8. Mars 9. Assolo di chitarra 10. Refuse / Resist 11. Propaganda 12. Frontlines —bis— 13. Roots Bloody Roots 14. Eye For An Eye

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