Bebek, Tifa e Alen trascinano Postumia in una serata a tutto Bijelo dugme (2009)
Luogo: Postumia
Data del concerto: 22.05.2009
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 25 €
Oggi viviamo tempi confusi, in cui sembra che i sospiri nostalgici, con tanto di granelli di sabbia del tempo che scivolano giù, siano sempre di più. Le tribute band spuntano come funghi dopo la pioggia e per giunta raccolgono pure successi invidiabili, mentre in massa si rimettono insieme anche i vecchi gattoni del rock, i cui corpicini ormai stramaturi scappano ostinatamente dalle vetrine dei musei della storia della musica. Negli ultimi anni a imprese del genere si dedica anche il trio di crooner formato da Željko Bebek, Mladen Vojičić Tifa e Alen Islamović. Il pacchetto musicale risvegliato da poco, dopo l’addio di Goran Bregović, mente del collettivo Bijelo dugme, che a quanto pare ha deciso di tagliare i ponti col passato una volta per tutte, ora si presenta sotto il nome Kad bi bio bijelo dugme. Tutti e tre gli usignoli, che ognuno a modo suo hanno impresso a fondo il proprio marchio personale nella storia del gruppo più attraente dell’ex Jugoslavia, hanno salutato i pascoli del versante soleggiato delle Alpi con il concerto di venerdì all’aviosuperficie di Postumia, dove a far loro compagnia c’erano i portabandiera dell’hard rock sloveno, i Mary Rose.
MARY ROSE:
La storia dei Mary Rose di Postumia è già stata raccontata più volte su queste pagine. Parliamo di una formazione velenosa di cinque musicisti di prima categoria, con problemi cronici nel far uscire materiale nuovo. Un vero peccato. Comunque sia, come previsto i Mary Rose sono riusciti ancora una volta a sfuggire alla morsa della routine di ripassare a memoria un repertorio già imparato, e a questo ha pensato una bella dose di spontaneità ispirata nel loro concerto di venerdì. I ragazzi hanno arricchito gli ingranaggi ben oliati dei brani dell’album Feniks con una pletora di benvenute innovazioni strutturali, servite sotto forma di un audace potenziamento dell’impostazione hard rock della band. Quest’ultimo è frutto di un’immagine sonora agile e compatta, che non lascia spazio a divagazioni dall’assalto incalzante di ferraglia heavy di prima scelta. Anche nella nuova veste, i pezzi non hanno lesinato nel mettere in mostra la qualità dei singoli membri, fusa a vantaggio di una dimostrazione da manuale di composizione rock moderna.
Le circostanze in cui i Mary Rose si sono ritrovati nel ruolo di “apripista” della serata non erano proprio ideali. L’approccio duro e diretto ha presto iniziato a sollevare la questione della compatibilità tra la musica degli assaltatori di Postumia e gli aromi pastorali dei ritmi balcanici che la maggior parte della gente aspettava con impazienza. La reazione del pubblico è stata di conseguenza gelida e, a parte il Žak energico come da tradizione, anche l’atteggiamento della truppa di Eki è stato, nel migliore dei casi, da ufficio. Sul piano dell’esecuzione, ovviamente, ai ragazzi non c’è nulla da rimproverare! Žak per tutto il concerto è rimasto incredibilmente sicuro in tutte le tessiture vocali messe alla prova, e il suo carisma sul palco e la sua autorità restano ancora imbattuti. Stavolta ci si sono rotte i denti le ragazze isteriche piazzate proprio sotto il palco, che non hanno risparmiato manifestazioni di cieca simpatia per le star principali della serata, ovviamente a scapito dello sforzo degli stessi Mary Rose. Ma pazienza. Come sempre, anche stavolta con i Mary Rose abbiamo assistito a un’esperienza di un’altra pasta, come ogni volta che abbiamo la possibilità di osservare all’opera i campioni mancati dell’hard rock sloveno!
KAD BI BIO BIJELO DUGME:
Nella loro carriera di quasi 16 anni, che li ha incoronati re indiscussi del rock jugoslavo, i Bijelo dugme sotto la bacchetta del lunatico Goran Bregović hanno cambiato di continuo sfumature d’umore. Per anni stilisticamente radicati in un miscuglio di blues, rock vecchio stampo e musica folk, dopo l’album Bitanga i princeza, in cui fan e critica oggi vedono il vertice creativo del gruppo, si sono impadroniti di approcci più sperimentali, di impronta new wave, il cui uso alla lunga ha dato il via a un ciclo di cambi di formazione inevitabili, i più controversi ovviamente quelli al ruolo di cantante principale. Dopo Bebek per un breve periodo è arrivato Mladen Vojičić Tifa, mentre i desideri di Bregović sono stati esauditi del tutto con l’arrivo di Alen Islamović, con cui i Bijelo Dugme si sono trasformati definitivamente in una macchina mainstream ascoltabile, benevola verso i bisogni di una cerchia più ampia di ascoltatori.
L’indirizzo stilistico del gruppo è dunque variato di continuo negli anni, e proprio per questo ancora oggi le opinioni sono divise anche su chi sia il cantante più competente della band. Željko Bebek resta ovviamente il favorito indiscusso della generazione più anziana, incline agli orientamenti rock più crudi, mentre i discendenti ingrati dell’età dell’oro del rock jugoslavo si aggrappano come l’ubriaco allo steccato all’eredità dei periodi di Tifa e Islamović. Comunque sia, vedere tutti e tre i protagonisti principali di una fiaba rock cantata ormai da tempo è stato sicuramente un evento da annali, anche se non tanto in termini di qualità dell’esecuzione, quanto soprattutto attraverso il prisma della nostalgia, dei ricordi riaffiorati nel canto intonato dei ritornelli di motivi ormai più che stagionati.
Il trio dei bottoni, che oggi risponde al nome Kad bi bio bijelo dugme, dopo l’introduzione abbastanza prevedibile con il brano omonimo ha diviso il tanto atteso culmine della serata in tre parti, in ognuna delle quali toccava a ciascuno una buona oretta di spazio per acrobazie vocali che, come si è visto, sono state piuttosto indigeste. Il primo a salire sul palco davanti al pubblico di Postumia è stato Željko Bebek, eroe del primo periodo dei Bijelo Dugme. Con la bandana al collo e la sua tipica espressione sul volto, Bebek, nonostante un tracciato delle linee vocali piuttosto improvvisato, non è riuscito a nascondere i buchi di quella voce che un tempo era così riconoscibile e succosa. La voce di Željko ha suonato più sicura nelle tessiture basse, mentre ogni salto d’ottava rappresentava già una sfida di un certo livello per le corde vocali del signore. La folla ovviamente non si è lasciata disturbare da simili inezie, il che, tra la spremitura ostinata di classici come Na zadnjem sjedištu moga auta, Bitanga i princeza e altri pezzi da novanta, con la regia di una band di accompagnamento estremamente compatta, è del tutto comprensibile, tanto che non spendo parole sulla prevedibilità di un simile scenario. Un trattamento praticamente identico da parte della platea è toccato a Tifa, notevolmente ingrassato rispetto all’immagine biblica che da qualche anno campeggia ostinatamente da tanti manifesti. Un tipo piacevolmente rotondetto dalla voce leggermente roca, il cui torso sporgeva minaccioso da un paio di jeans di qualche taglia in meno, ha intrecciato una ghirlanda pop rock di grande appeal, i cui culmini Aiaio radi radio e Padaju zvijezde in termini di reazione del pubblico hanno superato di gran lunga l’effetto del predecessore. Quello che riesce a Tifa è un gioco del gatto col topo per Alen Islamović, il tipo con la voce meglio conservata dei tre. Gli anni non hanno intaccato Alen, anzi, il veterano con un bel po’ di chilometri sul groppone sul palco irradia un’energia e un carisma eccezionali. Alen si è rivelato un vero showman, un professionista dalla testa ai piedi, un performer con un ottimo senso del pubblico, che ha saputo accogliere con prontezza quanto offerto (in particolare l’ottima esecuzione di Ako ima boga), tra le altre cose anche (purtroppo) la ripresa di Motori. Con un pizzico di cattiveria si potrebbe dire che Islamović per tutta la sera abbia visto i due “rivali” solo negli specchietti retrovisori.
Riassumendo, la serata di venerdì a Postumia non ha servito vette musicali degne di nota, con l’eccezione ovviamente degli sempre sicurissimi Mary Rose, che rifiniscono sempre il loro concerto con qualche aggiunta particolarmente succosa a un repertorio già d’acciaio. Per quanto riguarda il pacchetto Kad bi bio bijelo dugme, l’usura vocale di almeno due terzi degli usignoli dei bottoni è comunque fin troppo evidente per un’esperienza musicale irripetibile che soddisfi gli standard del purista musicale medio. L’eredità dei Bijelo Dugme resta ovviamente ben radicata nel sangue dello slavismo balcanico, e quest’ultimo i difetti citati nemmeno li nota; e se pure li nota, la gioia e la felicità smisurata di abbandonarsi ai suoni di motivi sempreverdi sono semplicemente un boccone troppo grosso perché dei disturbi di digestione dei frutti dei giganti del jugo rock possano contare qualcosa!
Foto: Mojca Perdih
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